colpo gobbo

Il pallone adesso trema. Il colpo gobbo rischia di tramutarsi in una slavina e molti dirigenti fanno quadrato. Se sulla Juve grandina perché è quotata in Borsa ed ha un dovere di trasparenza cui gli altri club non devono sottostare, anche il resto del sistema calcio è in ambasce. Il caso delle plusvalenze messo in luce dall’inchiesta Prisma della magistratura di Torino, se da una parte riporta all’attenzione non solo degli addetti ai lavori un meccanismo risaputo con cui la finanza creativa abbellisce i bilanci altrimenti destinati a colorarsi ancora di più di rosso, dall’altro è la riprova che ci sono complicità inevitabili – quella che la guardia di finanza chiama di “partnership” – perché per pianificare i presunti illeciti contabili bisogna avere dei complici. Ed ecco che dalle intercettazioni l’ex direttore dell’area tecnica bianconera Fabio Paratici, ora al Tottenham, parla con disinvoltura col dg del Pisa, Giovanni Corrado, di come certe cose le abbia “sempre fatte per tutta la vita” per il Genoa, per l’Atalanta, per il Sassuolo. Poi parlando con Percassi dell’Atalanta dell’affare Romero, il giocatore argentino passato dai neroazzurri ai bianconeri e al Tottenham, accenna a una lettera. Al che Percassi gli risponde: “Non potrò mai tirarla fuori, perché se dovessimo andare davanti a un giudice viene fuori che ho fatto il bilancio falso”. Non è un caso se in un’altra intercettazione tra Andrea Agnelli e il cugino John Elkann, ad di Exor, società controllante della Juve, quest’ultimo a proposti della gestione sportiva riferendosi a un ragionamento precedente sui rischi assunti e sulle informazioni al consiglio, osserva che “si sono allargati”. Il riferimento è al comportamento di Paratici. Si spiega perché “il pianeta calcio va visto nel suo complesso a 360 gradi” commenta Luciano Moggi dal Qatar. Egli afferma di non conoscere le carte giudiziarie, predica prudenza perché certi situazioni le ha vissute sulla propria pelle: “Una volta che viene fuori il discorso Juve le altre possono andare tranquillamente a posto com’è accaduto con Calciopoli”. Ch se laituazione sia delicata per il club e Andrea Agnelli, che è stato costretto alle dimissioni dopo la bufera giudiziaria per la quale la procura ha chiesto il suo processo – prima del passo indietro voleva colpirlo con una misura cautelare restrittiva della libertà -, è di palmare evidenza. Come ai tempi di Calciopoli le intercettazioni trascinano nel tritacarne mediatico la società che dopo avere vinto sette scudetti consecutivi, nell’estate 2018, perde il suo dirigente equilibratore – Beppe Marotta – e da quel momento una sorta di “delirio di onnipotenza” si impadronisce di alcuni manager. La prova? Sentite che cosa spiega Paratici al giocatore Leonardo Bonucci alla voce “manovre stipendi” al tempo del Covid. “Scusa Fabio – chiede il campione -, io mi fido di te ma se poi arriva un altro?».La replica è illuminante, vale di più di un trattato di psicologia. «Leo – gli dice calmo – , la Juventus è quotata in Borsa, è della famiglia Agnelli. Vuoi che succeda il finimondo per due stipendi?» È la sindrome del Marchese del Grillo, mentre i magistrati scrivono che si delinea l’«allarmante situazione economica, patrimoniale e finanziaria». Che porterà a perdite ufficiali per 200 milioni nel 2021 e addirittura di 254 milioni lo scorso fine giugno, ma c’è da ritenere che le ulteriori rettifiche che saranno individuate dagli esperti che stanno lavorando ai conti Juve sulle plusvalenze e gli stipendi ritardati aggraveranno quello che ha tutta l’aria di un tracollo. Tanto che il manager Stefano Bertola, pure lui imputato, scontento di come vengono gestiti i contratti con i giocatori confida al telefono: “Non c’è da stupirsi se in due anni abbiamo chiesto 700 milioni di euro agli azionisti». Già, perché dopo due aumenti di capitale da capogiro per una società che il 30 giugno scorso ha ufficializzato ricavi per soli 442 milioni, il prossimo 18 gennaio agli azionisti sarà presentato un bilancio col segno rosso ancora più pronunciato. Tanto che i pm Gianoglio, Bendoni e Santoriello nelle carte processuali scrivono che “in assenza di una seria politica di riduzione dei costi quel rafforzamento patrimoniale non solo era insufficiente, ma aprirà le porte a un preoccupante scenario presente e futuro”. Una preoccupante situazione che non sfuggiva all’ad Arrivabene che affermava con i compagni di cordata: «Fatti i conti della serva noi dovevamo fare per star tranquilli, un aumento di 650 milioni, non di 400… per sanare». Le opetrazioni Ronaldo, De Light e compagnia belle sono state un “all in”, un o la va o la spacca, che si sono dimostrate un autogol clamoroso. “A parte che la Juventus è spesso sui titoli di giornale e nelle diverse procure. Mi fa male ma non per la Juve, ma per il sistema calcio. Penso che se a Torino la procura è sveglia in altri posti no». Lo spiegava l’allenatore Zdenek Zeman commentando ieri pomeriggio a Roma, in margine alla presentazione della sua autobiografia “La bellezza non ha prezzò”. Quanto alla finanza nel calcio Zeman è tranchant: «Più andiamo avanti e più la finanza prevale sul calcio. Purtroppo oggi il calcio italiano sta male economicamente e anche calcisticamente visto che manchiamo da due mondiali. I malesseri li avevano visti tutti, ma si faceva finta di non vedere». Del resto, il 3 settembre di un anno fa Agnelli parlando con l’ad Arrivabene a proposito della situazione contabile dice: “Perché è tutta la merda che sta sotto che non si può dire”. Non sapeva che i finanzieri lo ascoltavano e indagavano sui bilanci che hanno destabilizzato il club. E che potrebbero innescare un effetto slavina per il sistema calcio.

Il pallone adesso trema. Il colpo gobbo rischia di tramutarsi in una slavina e molti dirigenti fanno quadrato. Se sulla Juve grandina perché è quotata in Borsa ed ha un dovere di trasparenza cui gli altri club non devono sottostare, anche il resto del sistema calcio è in ambasce. Il caso delle plusvalenze messo in luce dall’inchiesta Prisma della magistratura di Torino, se da una parte riporta all’attenzione non solo degli addetti ai lavori un meccanismo risaputo con cui la finanza creativa abbellisce i bilanci altrimenti destinati a colorarsi ancora di più di rosso, dall’altro è la riprova che ci sono complicità inevitabili – quella che la guardia di finanza chiama di “partnership” – perché per pianificare i presunti illeciti contabili bisogna avere dei complici. Ed ecco che dalle intercettazioni l’ex direttore dell’area tecnica bianconera Fabio Paratici, ora al Tottenham, parla con disinvoltura col dg del Pisa, Giovanni Corrado, di come certe cose le abbia “sempre fatte per tutta la vita” per il Genoa, per l’Atalanta, per il Sassuolo. Poi parlando con Percassi dell’Atalanta dell’affare Romero, il giocatore argentino passato dai neroazzurri ai bianconeri e al Tottenham, accenna a una lettera. Al che Percassi gli risponde: “Non potrò mai tirarla fuori, perché se dovessimo andare davanti a un giudice viene fuori che ho fatto il bilancio falso”. Non è un caso se in un’altra intercettazione tra Andrea Agnelli e il cugino John Elkann, ad di Exor, società controllante della Juve, quest’ultimo a proposti della gestione sportiva riferendosi a un ragionamento precedente sui rischi assunti e sulle informazioni al consiglio, osserva che “si sono allargati”. Il riferimento è al comportamento di Paratici. Si spiega perché “il pianeta calcio va visto nel suo complesso a 360 gradi” commenta Luciano Moggi dal Qatar. Egli afferma di non conoscere le carte giudiziarie, predica prudenza perché certi situazioni le ha vissute sulla propria pelle: “Una volta che viene fuori il discorso Juve le altre possono andare tranquillamente a posto com’è accaduto con Calciopoli”. Ch se laituazione sia delicata per il club e Andrea Agnelli, che è stato costretto alle dimissioni dopo la bufera giudiziaria per la quale la procura ha chiesto il suo processo – prima del passo indietro voleva colpirlo con una misura cautelare restrittiva della libertà -, è di palmare evidenza. Come ai tempi di Calciopoli le intercettazioni trascinano nel tritacarne mediatico la società che dopo avere vinto sette scudetti consecutivi, nell’estate 2018, perde il suo dirigente equilibratore – Beppe Marotta – e da quel momento una sorta di “delirio di onnipotenza” si impadronisce di alcuni manager. La prova? Sentite che cosa spiega Paratici al giocatore Leonardo Bonucci alla voce “manovre stipendi” al tempo del Covid. “Scusa Fabio – chiede il campione -, io mi fido di te ma se poi arriva un altro?».La replica è illuminante, vale di più di un trattato di psicologia. «Leo – gli dice calmo – , la Juventus è quotata in Borsa, è della famiglia Agnelli. Vuoi che succeda il finimondo per due stipendi?» È la sindrome del Marchese del Grillo, mentre i magistrati scrivono che si delinea l’«allarmante situazione economica, patrimoniale e finanziaria». Che porterà a perdite ufficiali per 200 milioni nel 2021 e addirittura di 254 milioni lo scorso fine giugno, ma c’è da ritenere che le ulteriori rettifiche che saranno individuate dagli esperti che stanno lavorando ai conti Juve sulle plusvalenze e gli stipendi ritardati aggraveranno quello che ha tutta l’aria di un tracollo. Tanto che il manager Stefano Bertola, pure lui imputato, scontento di come vengono gestiti i contratti con i giocatori confida al telefono: “Non c’è da stupirsi se in due anni abbiamo chiesto 700 milioni di euro agli azionisti». Già, perché dopo due aumenti di capitale da capogiro per una società che il 30 giugno scorso ha ufficializzato ricavi per soli 442 milioni, il prossimo 18 gennaio agli azionisti sarà presentato un bilancio col segno rosso ancora più pronunciato. Tanto che i pm Gianoglio, Bendoni e Santoriello nelle carte processuali scrivono che “in assenza di una seria politica di riduzione dei costi quel rafforzamento patrimoniale non solo era insufficiente, ma aprirà le porte a un preoccupante scenario presente e futuro”. Una preoccupante situazione che non sfuggiva all’ad Arrivabene che affermava con i compagni di cordata: «Fatti i conti della serva noi dovevamo fare per star tranquilli, un aumento di 650 milioni, non di 400… per sanare». Le opetrazioni Ronaldo, De Light e compagnia belle sono state un “all in”, un o la va o la spacca, che si sono dimostrate un autogol clamoroso. “A parte che la Juventus è spesso sui titoli di giornale e nelle diverse procure. Mi fa male ma non per la Juve, ma per il sistema calcio. Penso che se a Torino la procura è sveglia in altri posti no». Lo spiegava l’allenatore Zdenek Zeman commentando ieri pomeriggio a Roma, in margine alla presentazione della sua autobiografia “La bellezza non ha prezzò”. Quanto alla finanza nel calcio Zeman è tranchant: «Più andiamo avanti e più la finanza prevale sul calcio. Purtroppo oggi il calcio italiano sta male economicamente e anche calcisticamente visto che manchiamo da due mondiali. I malesseri li avevano visti tutti, ma si faceva finta di non vedere». Del resto, il 3 settembre di un anno fa Agnelli parlando con l’ad Arrivabene a proposito della situazione contabile dice: “Perché è tutta la merda che sta sotto che non si può dire”. Non sapeva che i finanzieri lo ascoltavano e indagavano sui bilanci che hanno destabilizzato il club. E che potrebbero innescare un effetto slavina per il sistema calcio.

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