“Conte è sinistra a parole. E Letta doveva restare La Moratti? Mai esistita”

Il 25 settembre è ormai lontano. C’è un governo di destra. Ma nonostante ciò il Pd non sembra aver trovato una natura nuova.
Sulla natura torna a mente il monito di Bobbio verso una sinistra lacerata anche allora nei suoi dubbi esistenziali. “Discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura. Decidano la loro natura e avranno chiaro il loro destino”.

Qualcosa non doveva essere cambiato, considerando che i sondaggi non sorridono al suo partito?
Certo, più che cambiato, rivoluzionato, a partire dalle ragioni di una sconfitta che è figlia di una pessima legge elettorale, per altro da noi male interpretata, e dal mancato campo largo, ma che affonda le radici in un tempo più lungo. Senza scavare quelle radici non affronteremo il capitolo della natura e identità di un Pd che in quindici anni di vita ha consumato più segretari che vittorie.

L’idea che si ha fuori è di una certa vaghezza, compensata da alcune posizioni fortemente ideologiche. Diritti, Ucraina, ius soli. Poi però arrivano i fischi in piazza. Su certe questioni, come quelle relative alle armi a Kiev, non occorreva maggiore chiarezza o meglio ancora prudenza?
In questo caso chiarezza credo l’abbiamo espressa andando sotto l’ambasciata russa il 25 febbraio e dichiarando il nostro sostegno alla resistenza di un paese e un popolo aggrediti militarmente. Il punto è che sono passati quasi nove mesi, la guerra ha generato una emergenza energetica, umanitaria e alimentare, tema quest’ultimo troppo poco considerato. Quanto alle armi l’alternativa era tra salvare l’Ucraina o assistere alla sua annessione alla “Grande Russia” secondo i piani del Cremlino. Adesso si tratta di accelerare i tempi di una trattativa, sapendo che nessuno più immagina che il conflitto possa risolversi con una vittoria sul campo. Non lo pensano i russi che sono arretrati al di qua dell’area che ritenevano già annessa. Non lo pensano gli americani che stanno premendo su Zelensky per un’apertura al negoziato, non per arrendersi, ma per arrivare a un cessate il fuoco. Ridurre questo scenario alla polemica interna sul ruolo dell’Italia in una partita così complessa rischia una volta di più di fissarci sul dito trascurando la luna.

Congresso, arrivare a marzo non ritiene sia troppo tardi? Qualcuno dice che il Nazareno fino a quella data non esisterà più… Altri, a sinistra, invocano addirittura lo scioglimento del Pd.
Sullo scioglimento confesso di non capire la ratio. Abbiamo perso e nessuno lo nega, ma siamo comunque un partito votato da cinque milioni e mezzo di italiani che aspettano da noi una opposizione netta, possibilmente credibile nelle proposte e capace di attrezzare quella alternativa a una destra che dalle primissime mosse ha rivelato il vero volto di sé. Sul congresso sono il primo a riconoscere che abbiamo uno statuto barocco con regole che definirei antiche per un tempo ordinario, e semplicemente irrazionali in una condizione di emergenza come questa. Lo dico al di là dei tempi perché il tema non sono le date, ma la chiarezza di una linea e la forza di una leadership. Puoi chiudere la partita anche domattina, però senza quella nettezza di contenuti e strategia il rischio è di trovarci tra sei mesi nella stessa condizione di ora.

Non ritiene che Letta stia prendendo tempo per non lasciare la scena…
No, nel modo più assoluto. A lui riconosco la coerenza della battaglia che ha sostenuto e la collegialità di tutte le scelte che abbiamo assunto. Gli ho detto anzi che non condividevo la sua decisione di annunciare un passo a lato il giorno dopo la sconfitta perché ha spostato l’attenzione dal confronto politico sul dopo alle bandierine dei singoli candidati.

L’unico profilo, allo stato, che si definisce di sinistra è Paola De Micheli. È disponibile a sostenere il candidato indicato da Bersani, il quale ha già sbattuto la porta in faccia al suo partito?
Dopo Norberto Bobbio citerò parafrasandolo un filosofo meno quotato, Forrest Gump, “Sinistra è chi sinistra fa”. Resto affezionato all’idea che si debba ragionare sul merito, vuol dire l’identità di un partito che ha da spiegare come vuole ricollocare i principi della sinistra in un tempo storico dove tutto è cambiato. Economia e modelli di crescita, emergenza ambientale e il suo impatto sulla vita di miliardi di persone, la stessa relazione tra capitalismo e democrazia segnata da disuguaglianze immorali. Non chiedo che una piattaforma congressuale dia risposte definitive a ciascuno di questi snodi, ma mi rifiuto di pensare che si possano bellamente accantonare in favore di una conta sul volto più mediatico e brillante nel comunicare.

Sono molteplici i nomi che circolano. Si è parlato addirittura di Landini. Mettere la sigla della Cgil sul Pd può essere la decisione vincente?
Ammesso lo volesse, cosa di cui dubito, rispondo di no. Landini fa bene il segretario del più grande sindacato italiano e con questa destra al potere la sua è una funzione ancora più preziosa.

Nel frattempo le regionali si avvicinano. Nel Lazio il Pd ha già accettato il presidente scelto da Renzi, a Milano finanche Zanda sposa Moratti. La creatura ritorna al vecchio padre?
Ma no, distinguiamo. Il candidato del Lazio, Alessio D’Amato, è stato un bravissimo assessore regionale alla sanità negli anni della pandemia. Ha una storia di sinistra che parla per lui e sarà un’ottima candidatura sulla quale anche Conte avrebbe potuto convergere senza usare il termovalorizzatore di Roma come pretesto per una rottura che rischia di essere un regalo alla destra. La candidatura Moratti non è stata mai, e sottolineo mai, una opzione per il Pd lombardo. Ogni opinione è legittima, ma forse parlando di autonomia dei territori bisognerebbe avere un pizzico di maggiore attenzione.

Qualcuno, al contrario, vorrebbe chiudere subito con Conte. È ancora possibile un accordo organico con i 5 Stelle, che più di qualcuno chiama la sinistra 2.0…
Quel movimento ha conosciuto una trasformazione di fondo e oggi è sempre più il movimento di Giuseppe Conte. La mia impressione è che lui voglia sfruttare l’onda a favore ritenendo il Pd una forza in disarmo. Credo sia un errore grave, e comunque a qualificare la sinistra sono parole, fatti e coerenze. Non ho visto da quella parte nessuna di queste tre condizioni sulla vergognosa vicenda degli sbarchi di Catania.

Nell’elenco dei graditi grillini c’è sicuramente Zingaretti. Un suo ritorno potrebbe aprire nuovi spiragli di dialogo o meglio andare avanti con i vari Bonaccini, De Micheli e chi ne ha più ne metta…
Nicola si è dimesso dopo avere vinto le primarie. Non ho condiviso quella scelta e trovo un errore non averne mai discusso i motivi.

Si può rivoluzionare il Pd con il binomio Schlein-sardine. È davvero questo il futuro del progressismo?
Il futuro del progressismo è un popolo che ritrova la sua funzione e uno spirito di parte dopo anni in cui abbiamo pensato di competere imitando spesso la lingua e le politiche degli altri.

In questa funzione di ricostruzione della sinistra, che ruolo può avere Cuperlo? Tornerà a correre per la segreteria, pure se si troverà davanti Matteo o qualche suo simile?
Siccome il primo che dice “farò quello che sarà più utile al partito” io lo espellerei per manifesta ipocrisia, preferisco tacere e ripetere che per parte mia si deve partire davvero dal chi siamo e saremo.

Bertinotti sostiene che la sinistra politica è morta. E che per ritrovarne una serve che la classe dirigente che ha portato il Paese in mano alla destra si faccia da parte. Lei?
Sulla morte della sinistra mi spendo la terza citazione, questa volta di Mark Twain sull’annuncio della sua dipartita, “trovo la notizia grossolanamente esagerata”.

Ha paura di questa destra? Davvero ci scorge i tratti del fascismo?
Non temo il ritorno del peggio, penso però a quella formula di Dossetti sulla matrice di ogni regime autoritario. La definiva una iniezione di paura a cui si offre un antidoto in cambio di una quota di libertà. La destra oggi al potere si colloca dentro quel solco storico e può generare guasti destinati a pesare molto. Per questo va contrastata lavorando a una unità del fronte più ampio delle opposizioni, dentro il parlamento e soprattutto nella società e nei movimenti.

La guerra sui migranti con la Francia cosa ci dice: che l’Italia è isolata o che alla fine l’Europa non esiste su questi temi e ognuno fa i conti con i suoi problemi?
Entrambe le cose temo. L’Europa negli anni ha parlato lingue diverse e pensato di gestire il problema pagando altri, vedi Erdogan, perché non ci rovesciassero l’incubo in casa. Una forma di disarmo morale per una storia che della solidarietà e del rispetto dei diritti umani aveva fatto nel secondo Novecento la sua carta d’identità. Quanto al nuovo governo ha dato prova di una disumanità che lo isola dalle coscienze.

Biden ha frenato l’onda rossa? O sta finendo Trump?
Voglio sperare che le due cose si tengano, ma è una materia complessa.

Direte qualcosa di sinistra prima o poi?
Sì, tra poche settimane ricorrerà l’anniversario della strage alla Thyssen Group di Torino, sette operai arsi vivi, pochi giorni fa una donna di cinquant’anni è morta nella vetreria dove lavorava un anno fa. A Prato una giovane mamma di 24 anni è stata risucchiata dal macchinario in assenza delle più elementari norme di sicurezza. La battaglia per la dignità e la sicurezza sui posti di lavoro vorrei fosse la prima battaglia da affrontare e vincere.

Il 25 settembre è ormai lontano. C’è un governo di destra. Ma nonostante ciò il Pd non sembra aver trovato una natura nuova.
Sulla natura torna a mente il monito di Bobbio verso una sinistra lacerata anche allora nei suoi dubbi esistenziali. “Discutono del loro destino senza capire che dipende dalla loro natura. Decidano la loro natura e avranno chiaro il loro destino”.

Qualcosa non doveva essere cambiato, considerando che i sondaggi non sorridono al suo partito?
Certo, più che cambiato, rivoluzionato, a partire dalle ragioni di una sconfitta che è figlia di una pessima legge elettorale, per altro da noi male interpretata, e dal mancato campo largo, ma che affonda le radici in un tempo più lungo. Senza scavare quelle radici non affronteremo il capitolo della natura e identità di un Pd che in quindici anni di vita ha consumato più segretari che vittorie.

L’idea che si ha fuori è di una certa vaghezza, compensata da alcune posizioni fortemente ideologiche. Diritti, Ucraina, ius soli. Poi però arrivano i fischi in piazza. Su certe questioni, come quelle relative alle armi a Kiev, non occorreva maggiore chiarezza o meglio ancora prudenza?
In questo caso chiarezza credo l’abbiamo espressa andando sotto l’ambasciata russa il 25 febbraio e dichiarando il nostro sostegno alla resistenza di un paese e un popolo aggrediti militarmente. Il punto è che sono passati quasi nove mesi, la guerra ha generato una emergenza energetica, umanitaria e alimentare, tema quest’ultimo troppo poco considerato. Quanto alle armi l’alternativa era tra salvare l’Ucraina o assistere alla sua annessione alla “Grande Russia” secondo i piani del Cremlino. Adesso si tratta di accelerare i tempi di una trattativa, sapendo che nessuno più immagina che il conflitto possa risolversi con una vittoria sul campo. Non lo pensano i russi che sono arretrati al di qua dell’area che ritenevano già annessa. Non lo pensano gli americani che stanno premendo su Zelensky per un’apertura al negoziato, non per arrendersi, ma per arrivare a un cessate il fuoco. Ridurre questo scenario alla polemica interna sul ruolo dell’Italia in una partita così complessa rischia una volta di più di fissarci sul dito trascurando la luna.

Congresso, arrivare a marzo non ritiene sia troppo tardi? Qualcuno dice che il Nazareno fino a quella data non esisterà più… Altri, a sinistra, invocano addirittura lo scioglimento del Pd.
Sullo scioglimento confesso di non capire la ratio. Abbiamo perso e nessuno lo nega, ma siamo comunque un partito votato da cinque milioni e mezzo di italiani che aspettano da noi una opposizione netta, possibilmente credibile nelle proposte e capace di attrezzare quella alternativa a una destra che dalle primissime mosse ha rivelato il vero volto di sé. Sul congresso sono il primo a riconoscere che abbiamo uno statuto barocco con regole che definirei antiche per un tempo ordinario, e semplicemente irrazionali in una condizione di emergenza come questa. Lo dico al di là dei tempi perché il tema non sono le date, ma la chiarezza di una linea e la forza di una leadership. Puoi chiudere la partita anche domattina, però senza quella nettezza di contenuti e strategia il rischio è di trovarci tra sei mesi nella stessa condizione di ora.

Non ritiene che Letta stia prendendo tempo per non lasciare la scena…
No, nel modo più assoluto. A lui riconosco la coerenza della battaglia che ha sostenuto e la collegialità di tutte le scelte che abbiamo assunto. Gli ho detto anzi che non condividevo la sua decisione di annunciare un passo a lato il giorno dopo la sconfitta perché ha spostato l’attenzione dal confronto politico sul dopo alle bandierine dei singoli candidati.

L’unico profilo, allo stato, che si definisce di sinistra è Paola De Micheli. È disponibile a sostenere il candidato indicato da Bersani, il quale ha già sbattuto la porta in faccia al suo partito?
Dopo Norberto Bobbio citerò parafrasandolo un filosofo meno quotato, Forrest Gump, “Sinistra è chi sinistra fa”. Resto affezionato all’idea che si debba ragionare sul merito, vuol dire l’identità di un partito che ha da spiegare come vuole ricollocare i principi della sinistra in un tempo storico dove tutto è cambiato. Economia e modelli di crescita, emergenza ambientale e il suo impatto sulla vita di miliardi di persone, la stessa relazione tra capitalismo e democrazia segnata da disuguaglianze immorali. Non chiedo che una piattaforma congressuale dia risposte definitive a ciascuno di questi snodi, ma mi rifiuto di pensare che si possano bellamente accantonare in favore di una conta sul volto più mediatico e brillante nel comunicare.

Sono molteplici i nomi che circolano. Si è parlato addirittura di Landini. Mettere la sigla della Cgil sul Pd può essere la decisione vincente?
Ammesso lo volesse, cosa di cui dubito, rispondo di no. Landini fa bene il segretario del più grande sindacato italiano e con questa destra al potere la sua è una funzione ancora più preziosa.

Nel frattempo le regionali si avvicinano. Nel Lazio il Pd ha già accettato il presidente scelto da Renzi, a Milano finanche Zanda sposa Moratti. La creatura ritorna al vecchio padre?
Ma no, distinguiamo. Il candidato del Lazio, Alessio D’Amato, è stato un bravissimo assessore regionale alla sanità negli anni della pandemia. Ha una storia di sinistra che parla per lui e sarà un’ottima candidatura sulla quale anche Conte avrebbe potuto convergere senza usare il termovalorizzatore di Roma come pretesto per una rottura che rischia di essere un regalo alla destra. La candidatura Moratti non è stata mai, e sottolineo mai, una opzione per il Pd lombardo. Ogni opinione è legittima, ma forse parlando di autonomia dei territori bisognerebbe avere un pizzico di maggiore attenzione.

Qualcuno, al contrario, vorrebbe chiudere subito con Conte. È ancora possibile un accordo organico con i 5 Stelle, che più di qualcuno chiama la sinistra 2.0…
Quel movimento ha conosciuto una trasformazione di fondo e oggi è sempre più il movimento di Giuseppe Conte. La mia impressione è che lui voglia sfruttare l’onda a favore ritenendo il Pd una forza in disarmo. Credo sia un errore grave, e comunque a qualificare la sinistra sono parole, fatti e coerenze. Non ho visto da quella parte nessuna di queste tre condizioni sulla vergognosa vicenda degli sbarchi di Catania.

Nell’elenco dei graditi grillini c’è sicuramente Zingaretti. Un suo ritorno potrebbe aprire nuovi spiragli di dialogo o meglio andare avanti con i vari Bonaccini, De Micheli e chi ne ha più ne metta…
Nicola si è dimesso dopo avere vinto le primarie. Non ho condiviso quella scelta e trovo un errore non averne mai discusso i motivi.

Si può rivoluzionare il Pd con il binomio Schlein-sardine. È davvero questo il futuro del progressismo?
Il futuro del progressismo è un popolo che ritrova la sua funzione e uno spirito di parte dopo anni in cui abbiamo pensato di competere imitando spesso la lingua e le politiche degli altri.

In questa funzione di ricostruzione della sinistra, che ruolo può avere Cuperlo? Tornerà a correre per la segreteria, pure se si troverà davanti Matteo o qualche suo simile?
Siccome il primo che dice “farò quello che sarà più utile al partito” io lo espellerei per manifesta ipocrisia, preferisco tacere e ripetere che per parte mia si deve partire davvero dal chi siamo e saremo.

Bertinotti sostiene che la sinistra politica è morta. E che per ritrovarne una serve che la classe dirigente che ha portato il Paese in mano alla destra si faccia da parte. Lei?
Sulla morte della sinistra mi spendo la terza citazione, questa volta di Mark Twain sull’annuncio della sua dipartita, “trovo la notizia grossolanamente esagerata”.

Ha paura di questa destra? Davvero ci scorge i tratti del fascismo?
Non temo il ritorno del peggio, penso però a quella formula di Dossetti sulla matrice di ogni regime autoritario. La definiva una iniezione di paura a cui si offre un antidoto in cambio di una quota di libertà. La destra oggi al potere si colloca dentro quel solco storico e può generare guasti destinati a pesare molto. Per questo va contrastata lavorando a una unità del fronte più ampio delle opposizioni, dentro il parlamento e soprattutto nella società e nei movimenti.

La guerra sui migranti con la Francia cosa ci dice: che l’Italia è isolata o che alla fine l’Europa non esiste su questi temi e ognuno fa i conti con i suoi problemi?
Entrambe le cose temo. L’Europa negli anni ha parlato lingue diverse e pensato di gestire il problema pagando altri, vedi Erdogan, perché non ci rovesciassero l’incubo in casa. Una forma di disarmo morale per una storia che della solidarietà e del rispetto dei diritti umani aveva fatto nel secondo Novecento la sua carta d’identità. Quanto al nuovo governo ha dato prova di una disumanità che lo isola dalle coscienze.

Biden ha frenato l’onda rossa? O sta finendo Trump?
Voglio sperare che le due cose si tengano, ma è una materia complessa.

Direte qualcosa di sinistra prima o poi?
Sì, tra poche settimane ricorrerà l’anniversario della strage alla Thyssen Group di Torino, sette operai arsi vivi, pochi giorni fa una donna di cinquant’anni è morta nella vetreria dove lavorava un anno fa. A Prato una giovane mamma di 24 anni è stata risucchiata dal macchinario in assenza delle più elementari norme di sicurezza. La battaglia per la dignità e la sicurezza sui posti di lavoro vorrei fosse la prima battaglia da affrontare e vincere.

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