Conte vuole la leadership del campo progressista, ma Grillo rischia di scippargli anche quella dei 5 Stelle
Giuseppe Conte si ostina a mostrarsi tranquillo, come quei capitani che sorridono mentre la nave imbarca acqua, convinti che l’equipaggio non se ne accorga. Ma ormai anche i topi hanno abbandonato la stiva del Movimento 5 Stelle. E mentre l’ex premier tenta di tenere insieme i cocci con toni da mediatore familiare, Beppe Grillo – il fondatore, il padre, l’incubo ricorrente – è tornato a reclamare ciò che ritiene suo: nome, simbolo e dignità del Movimento.
Il comico genovese è passato dalle battute ai ricorsi legali, e l’ha presa di petto: ‘Conte ha snaturato tutto’, dice. In effetti, dal ‘vaffa’ siamo passati al ‘valiamo meno del tre per cento’, e in mezzo si è consumato un esperimento politico degno di un laboratorio sotto sequestro. L’idea originaria del ‘uno vale uno’ si è trasformata in un partito-persona con presidente, gerarchie, regolamenti e perfino nostalgie. Che cosa avrebbe detto Casaleggio padre, se solo avesse potuto aggiornare il blog?
Eppure Conte, con quella sua pacata compostezza da professore che spiega la Costituzione a una giuria popolare, insiste: ‘nessun problema, affronteremo tutto con serenità’. La stessa serenità con cui un contribuente apre una cartella esattoriale sbagliata: con la speranza che ci sia un errore, ma sapendo già che non c’è. Perché se davvero i giudici dovessero dare ragione a Grillo, l’avvocato del popolo rischia di restare letteralmente senza partito: niente logo, niente simbolo, e forse neppure un manifesto da appendere.
La realtà, però, è che la leadership di Conte è sempre stata un incidente di percorso nella storia del grillismo. Un avvocato di diritto privato trapiantato in un movimento nato per beffeggiare le istituzioni: una contraddizione ambulante. Ha provato a dare al Movimento una struttura, delle regole, una grammatica politica. Peccato che i grillini, abituati al caos come metodo, non abbiano mai sopportato la punteggiatura.
Così, mentre Conte citava articoli di legge, i suoi parlamentari litigavano sui social, e intanto i voti scivolavano via come sabbia tra le dita. Ora tenta di apparire saldo, ma il partito gli cade a pezzi sotto i piedi. Non un giorno passa senza che qualcuno lo accusi di ‘tradimento dello spirito originario’, espressione vaga che nel Movimento vale per tutto: dai traditori di Grillo a chi osa usare una giacca stirata.
Grillo, dal canto suo, annusa il disastro e torna in scena. Non per salvare, ma per punire. È la sua vecchia ossessione: se il Movimento muore, dev’essere lui a spegnere la luce. Mentre Conte parla di ‘fase matura’, il fondatore ricorda che senza di lui non ci sarebbe neppure un adolescente da mandare al tribunale. Due visioni opposte: uno vuole normalizzare, l’altro riportare il caos. E nel mezzo un popolo che non sa più cosa sia diventato.
Intanto, sul versante del ‘campo largo’, la confusione è uguale ma più educata. Il Pd osserva la crisi grillina con il dovuto distacco ma con occhio attento. Schlein invita al dialogo, ma sa bene che allearsi con un movimento in via di sfratto non porta fortuna. Verdi e Sinistra Italiana, invece, si sono messi in ascolto: magari qualcosa da riciclare si trova, tra le macerie.
Se poi dovessero arrivare elezioni – che siano imminenti o solo profilate all’orizzonte – Conte rischierebbe di affrontarle senza più mezza identità. Un partito in cerca di simbolo è come un candidato senza curriculum: si presenta, ma nessuno lo riconosce. ‘L’avvocato del popolo” potrebbe così ritrovarsi a difendere solo se stesso, e pure con scarse probabilità di vittoria.
E dire che doveva essere il punto d’equilibrio, il garante della transizione, il volto rassicurante di un Movimento imborghesito. Invece è finito a fare l’amministratore condominiale di un’assemblea permanente di scontenti, mentre il portinaio – Grillo, naturalmente – bussa alla porta brandendo una citazione in giudizio.
Il Movimento che doveva cambiare la politica italiana oggi sembra una parodia di se stesso: stanco, burocratizzato, nostalgico. Conte lo difende come un marchio di famiglia, ma è un marchio sbiadito, che nessuno indossa più. Grillo rivuole il simbolo, forse per metterlo in bacheca tra i trofei dei suoi fallimenti gloriosi. E in mezzo, milioni di ex elettori che si chiedono chi dei due stia davvero guidando.
Conte voleva rendere il Movimento adulto: ci è riuscito, ma nel senso che l’ha reso vecchio. E mentre il campo largo si restringe, Grillo allunga l’ombra sul suo ex allievo con la perfidia di un maestro che non sopporta di essere superato. Così, passo dopo passo, il Movimento torna al suo habitat naturale: la rissa. E Conte, elegante e freddo, continua a camminarci dentro con il suo sorriso da conferenza stampa, come se i boati attorno fossero applausi.
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