Cornuti e intercettati

Dopo trent’anni tra nascondigli e coperture, Matteo Messina Denaro è in carcere. Il modo in cui si è arrivati al latitante è segreto ed è competenza dell’autorità giudiziaria, ma una cosa è certa, le intercettazioni sono state uno strumento indispensabile per la cattura di “U Siccu”. A confermarlo nella conferenza stampa del giorno della cattura il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, ma anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha definito le intercettazioni “strumenti indispensabili per la lotta alla mafia”.

 

LA POLEMICA INESISTENTE

 

La cattura ha riaperto il dibattito sulle intercettazioni telefoniche e, di conseguenza anche la polemica sulla riforma è tornata a rimbalzare. La stilettata nei confronti della possibile revisione dello strumento da parte del dicastero di Nordio – e alla possibile diminuzione dei fondi ad esso destinati – la fende il procuratore De Lucia, ripetendo più volte l’importanza delle intercettazioni e dichiarando che senza esse “non si possono fare le indagini”. Nel suo intervento, il capo dei pm si è rivolto – implicitamente – anche al ministro della Giustizia, menzionando la sua “discussa riforma” annunciata “per tagliarne i costi”. Un’accusa che si è allargata dal procuratore di Palermo fino ai politici, come l’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando, che ha ripreso le parole del pm ribadendo come sia uno sbaglio “impedire l’utilizzo delle intercettazioni come strumento di indagine”. Eppure, come già il ministro della Giustizia aveva spiegato, sulle intercettazioni “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Perché nessuno, né dal ministero né da altri esponenti del governo era stato messo in discussione lo strumento relativamente alle indagini per la lotta alla mafia e al terrorismo. Anzi, per le indagini a sfondo mafioso e terroristico sono state definite un “un metodo chiave” per la ricerca di prove e per “comprendere i movimenti delle persone sospettate”. Proprio in questo modo, spiega il ministro Nordio “si è capito grazie ai parenti intercettati l’esistenza di una malattia molto grave, dalla quale si è risaliti a un luogo di cura” e quindi la cattura di Matteo Messina Denaro. Fuori discussione, quindi, il “taglio” delle intercettazioni in campo mafioso e terroristico, reati che richiedono il massimo sforzo e i migliori strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e degli investigatori. Il taglio dei costi è comunque previsto nella riforma, ma va fatta una distinzione a discrezione del reato, anche se a volte dalla corruzione allo stampo mafioso, la linea può essere sottile.

 

INTERCETTAZIONI A DUE FACCE

 

E allora le intercettazioni si dividono a metà: strumento “indispensabile” per reati mafiosi (non messe in discussione), ma non altrettanto per i reati minori, su cui dal ministero si richiede la revisione delle modalità di utilizzo e del budget. Tuttavia, non è tanto l’importanza del reato a fare la differenza, quanto l’abuso d’ufficio che se ne fa. L’intenzione del ministro non è impedirne l’utilizzo, ma appunto, di rivederlo, non solo a finalità di risparmio, ma anche con l’intento di interrompere quella consuetudine che si è creata negli ultimi anni: ovvero di servirsi delle intercettazioni – molto spesso di persone spesso neanche indagate – per la buona riuscita di uno scoop giornalistico o per la messa alla gogna di personaggi di spicco, con conseguente diffusione di segreti individuali e intimi che non hanno niente a che vedere con le indagini. Di fatto, quindi, non è prevista la cancellazione dello strumento delle intercettazioni, per nessun reato, ma un ridimensionamento dell’attività, che allo stato attuale delle cose prevede costi molto alti e disomogenei nel territorio nazionale. Ciò viene spiegato dal fatto che ogni Pubblico Ministero sul territorio dispone, a propria discrezione, dello strumento delle intercettazioni in piena libertà, senza limitazioni e con l’unica necessità di avere un nucleo di illiceità su cui fondare le indagini. L’obiettivo è normare l’utilizzo: mantenere lo strumento per i reati mafiosi, ma evitare gli effetti perversi della pubblicazione delle intercettazioni e mantenere conformità rispetto alle indagini e alla loro finalità, piuttosto che alla lesiva diffusione di materiale che esula da ciò che è perseguibile. Perché distruggere la reputazione di una persona con la diffusione a stampa e pubblico di dati e conversazioni personali – spesso per soggetti neanche sotto processo – non è comparabile all’arresto di un capo mafioso latitante da trent’anni.

Dopo trent’anni tra nascondigli e coperture, Matteo Messina Denaro è in carcere. Il modo in cui si è arrivati al latitante è segreto ed è competenza dell’autorità giudiziaria, ma una cosa è certa, le intercettazioni sono state uno strumento indispensabile per la cattura di “U Siccu”. A confermarlo nella conferenza stampa del giorno della cattura il procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, ma anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio che ha definito le intercettazioni “strumenti indispensabili per la lotta alla mafia”.

 

LA POLEMICA INESISTENTE

 

La cattura ha riaperto il dibattito sulle intercettazioni telefoniche e, di conseguenza anche la polemica sulla riforma è tornata a rimbalzare. La stilettata nei confronti della possibile revisione dello strumento da parte del dicastero di Nordio – e alla possibile diminuzione dei fondi ad esso destinati – la fende il procuratore De Lucia, ripetendo più volte l’importanza delle intercettazioni e dichiarando che senza esse “non si possono fare le indagini”. Nel suo intervento, il capo dei pm si è rivolto – implicitamente – anche al ministro della Giustizia, menzionando la sua “discussa riforma” annunciata “per tagliarne i costi”. Un’accusa che si è allargata dal procuratore di Palermo fino ai politici, come l’ex ministro del Lavoro Andrea Orlando, che ha ripreso le parole del pm ribadendo come sia uno sbaglio “impedire l’utilizzo delle intercettazioni come strumento di indagine”. Eppure, come già il ministro della Giustizia aveva spiegato, sulle intercettazioni “non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. Perché nessuno, né dal ministero né da altri esponenti del governo era stato messo in discussione lo strumento relativamente alle indagini per la lotta alla mafia e al terrorismo. Anzi, per le indagini a sfondo mafioso e terroristico sono state definite un “un metodo chiave” per la ricerca di prove e per “comprendere i movimenti delle persone sospettate”. Proprio in questo modo, spiega il ministro Nordio “si è capito grazie ai parenti intercettati l’esistenza di una malattia molto grave, dalla quale si è risaliti a un luogo di cura” e quindi la cattura di Matteo Messina Denaro. Fuori discussione, quindi, il “taglio” delle intercettazioni in campo mafioso e terroristico, reati che richiedono il massimo sforzo e i migliori strumenti a disposizione delle forze dell’ordine e degli investigatori. Il taglio dei costi è comunque previsto nella riforma, ma va fatta una distinzione a discrezione del reato, anche se a volte dalla corruzione allo stampo mafioso, la linea può essere sottile.

 

INTERCETTAZIONI A DUE FACCE

 

E allora le intercettazioni si dividono a metà: strumento “indispensabile” per reati mafiosi (non messe in discussione), ma non altrettanto per i reati minori, su cui dal ministero si richiede la revisione delle modalità di utilizzo e del budget. Tuttavia, non è tanto l’importanza del reato a fare la differenza, quanto l’abuso d’ufficio che se ne fa. L’intenzione del ministro non è impedirne l’utilizzo, ma appunto, di rivederlo, non solo a finalità di risparmio, ma anche con l’intento di interrompere quella consuetudine che si è creata negli ultimi anni: ovvero di servirsi delle intercettazioni – molto spesso di persone spesso neanche indagate – per la buona riuscita di uno scoop giornalistico o per la messa alla gogna di personaggi di spicco, con conseguente diffusione di segreti individuali e intimi che non hanno niente a che vedere con le indagini. Di fatto, quindi, non è prevista la cancellazione dello strumento delle intercettazioni, per nessun reato, ma un ridimensionamento dell’attività, che allo stato attuale delle cose prevede costi molto alti e disomogenei nel territorio nazionale. Ciò viene spiegato dal fatto che ogni Pubblico Ministero sul territorio dispone, a propria discrezione, dello strumento delle intercettazioni in piena libertà, senza limitazioni e con l’unica necessità di avere un nucleo di illiceità su cui fondare le indagini. L’obiettivo è normare l’utilizzo: mantenere lo strumento per i reati mafiosi, ma evitare gli effetti perversi della pubblicazione delle intercettazioni e mantenere conformità rispetto alle indagini e alla loro finalità, piuttosto che alla lesiva diffusione di materiale che esula da ciò che è perseguibile. Perché distruggere la reputazione di una persona con la diffusione a stampa e pubblico di dati e conversazioni personali – spesso per soggetti neanche sotto processo – non è comparabile all’arresto di un capo mafioso latitante da trent’anni.

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