Coronavirus e democrazia.  La pandemia andava affrontata con gli strumenti ordinari

 

 

Sentiamo dire che dobbiamo trarre dalla pandemia insegnamenti per il futuro. Un insegnamento importante riguarda la democrazia. Il governo rappresentativo e la tutela della libertà – che della democrazia costituiscono il fondamento – erano già in crisi, in Europa e nell’Occidente.

La manifestazione più rilevante di questa crisi è quella che il Premier ungherese Orbán ha autodefinito «democrazia illiberale», cioè un neo-autoritarismo che riduce la democrazia al mandato popolare derivante dalle elezioni politiche, relegando in un ruolo subalterno le garanzie e il pluralismo istituzionale che caratterizzano la liberaldemocrazia.

In Italia, per fortuna, non siamo a questo punto. Ma qualche segnale non positivo è venuto dalla gestione istituzionale della pandemia, che ha accentuato elementi di crisi già presenti nell’istituzione fondamentale del governo rappresentativo: il Parlamento.

La Costituzione italiana non prevede uno “stato di emergenza”, che giustifichi limitazioni alle libertà fondamentali – se non in caso di guerra e per delibera del Parlamento. È un bene che sia così. Nella Repubblica di Weimar – che invece lo prevedeva – il ricorso a questo strumento aprì la via al nazismo. La drammatica situazione causata dalla pandemia andava, quindi, affrontata con gli strumenti ordinari. In larga misura è stato così, ma qualche forzatura c’è stata. Nella prima fase si è fatto abbondante ricorso agli ormai famosi Dpcm: atti amministrativi emanati dal Presidente del Consiglio senza passare né dal Consiglio dei Ministri, né dal Presidente della Repubblica, né dal Parlamento. Per i «casi straordinari di necessità e di urgenza» la Costituzione prevede, invece, i decreti legge, che sono provvedimenti legislativi, con la stessa “forza” della legge. Le critiche sollevate al troppo frequente ricorso ai Dpcm hanno, poi, portato al ritorno alla legalità, per la quale le libertà possono essere limitate – ed entro parametri ben definiti – dalla legge, non da un atto amministrativo unipersonale.

C’è stata una seconda violazione costituzionale palese, ma non adeguatamente contrastata. Mi riferisco alle ordinanze dei Presidenti delle Giunte Regionali (si chiamano così, non “governatori”), che hanno chiuso – o minacciato di chiudere – le rispettive Regioni. Ciò è vietato dall’art. 120 della Costituzione, secondo il quale le Regioni non possono «adottare provvedimenti che ostacolino, in qualsiasi modo, la libera circolazione delle persone tra le Regioni».

Intendiamoci, nell’insieme non si può parlare di democrazia violata. Ma bisogna stare attenti, non creare precedenti che potrebbero magari essere utilizzati in futuro da chi volesse “pieni poteri” per governare.

Il ruolo del Parlamento è decisivo per assicurare la continuità della legalità, anche nelle situazioni di crisi come quella attuale. Poco presente nella prima fase della pandemia – tanto da indurre qualche opinionista a pensare all’effetto della paura del contagio –, è, poi, tornato ad operare.

Però, in Italia, l’Istituzione parlamentare è in sofferenza da molti anni. La fenomenologia più inquietante riguarda il ricorso, sempre più frequente, da parte dei governi di ogni connotazione politica, al decreto legge, ben oltre le ipotesi eccezionali per le quali, come ricordavo, è previsto dalla Costituzione. Nell’esame della legge di conversione, inoltre, sempre più spesso i governi hanno fatto e fanno ricorso a un meccanismo che nella sostanza, se non nella forma, non risponde alla logica costituzionale. Il meccanismo consiste nella presentazione di un maxi-emendamento, composto, a volte, da centinaia di norme, sul quale il Governo chiede la fiducia delle Camere. I parlamentari possono solamente votare con un sì o con un no su questo testo; ma se prevale il no, il Governo cade. Questo meccanismo è stato utilizzato troppo spesso in questo periodo.

La Corte costituzionale ha fatto capire che è illegittimo ma, poi, non se l’è sentita (finora almeno) di trarne tutte le conseguenze.

Ma c’è un secondo punto da segnalare. La democrazia va rivitalizzata anche con forme rinnovate di partecipazione dei cittadini, altrimenti rischia di dissolversi lentamente. La democrazia diretta non può essere un’alternativa, ma può integrarsi al governo rappresentativo, anche con l’uso degli strumenti digitali. Si pensi al fatto che, per la prima volta nella sua storia, la Camera degli Stati uniti (a guida democratica) ha deciso di far votare i suoi rappresentanti da casa. Perché non potrebbero fare altrettanto i cittadini?

Naturalmente, non bisogna essere semplicistici. I problemi sono molti, ma sulla “democrazia deliberativa” da alcuni anni è in corso un dibattito interessante, e ricco di utili proposte. È certo, comunque, che la democrazia sia un bene troppo importante per lasciarla deperire. È importante per tutti i cittadini ma, soprattutto, per i più deboli economicamente e socialmente (che sono stati anche i più colpiti dalla pandemia), i quali non hanno altri modi per fare sentire e valere la propria voce.

Cesare Salvi

 

 

 

Sentiamo dire che dobbiamo trarre dalla pandemia insegnamenti per il futuro. Un insegnamento importante riguarda la democrazia. Il governo rappresentativo e la tutela della libertà – che della democrazia costituiscono il fondamento – erano già in crisi, in Europa e nell’Occidente.

La manifestazione più rilevante di questa crisi è quella che il Premier ungherese Orbán ha autodefinito «democrazia illiberale», cioè un neo-autoritarismo che riduce la democrazia al mandato popolare derivante dalle elezioni politiche, relegando in un ruolo subalterno le garanzie e il pluralismo istituzionale che caratterizzano la liberaldemocrazia.

In Italia, per fortuna, non siamo a questo punto. Ma qualche segnale non positivo è venuto dalla gestione istituzionale della pandemia, che ha accentuato elementi di crisi già presenti nell’istituzione fondamentale del governo rappresentativo: il Parlamento.

La Costituzione italiana non prevede uno “stato di emergenza”, che giustifichi limitazioni alle libertà fondamentali – se non in caso di guerra e per delibera del Parlamento. È un bene che sia così. Nella Repubblica di Weimar – che invece lo prevedeva – il ricorso a questo strumento aprì la via al nazismo. La drammatica situazione causata dalla pandemia andava, quindi, affrontata con gli strumenti ordinari. In larga misura è stato così, ma qualche forzatura c’è stata. Nella prima fase si è fatto abbondante ricorso agli ormai famosi Dpcm: atti amministrativi emanati dal Presidente del Consiglio senza passare né dal Consiglio dei Ministri, né dal Presidente della Repubblica, né dal Parlamento. Per i «casi straordinari di necessità e di urgenza» la Costituzione prevede, invece, i decreti legge, che sono provvedimenti legislativi, con la stessa “forza” della legge. Le critiche sollevate al troppo frequente ricorso ai Dpcm hanno, poi, portato al ritorno alla legalità, per la quale le libertà possono essere limitate – ed entro parametri ben definiti – dalla legge, non da un atto amministrativo unipersonale.

C’è stata una seconda violazione costituzionale palese, ma non adeguatamente contrastata. Mi riferisco alle ordinanze dei Presidenti delle Giunte Regionali (si chiamano così, non “governatori”), che hanno chiuso – o minacciato di chiudere – le rispettive Regioni. Ciò è vietato dall’art. 120 della Costituzione, secondo il quale le Regioni non possono «adottare provvedimenti che ostacolino, in qualsiasi modo, la libera circolazione delle persone tra le Regioni».

Intendiamoci, nell’insieme non si può parlare di democrazia violata. Ma bisogna stare attenti, non creare precedenti che potrebbero magari essere utilizzati in futuro da chi volesse “pieni poteri” per governare.

Il ruolo del Parlamento è decisivo per assicurare la continuità della legalità, anche nelle situazioni di crisi come quella attuale. Poco presente nella prima fase della pandemia – tanto da indurre qualche opinionista a pensare all’effetto della paura del contagio –, è, poi, tornato ad operare.

Però, in Italia, l’Istituzione parlamentare è in sofferenza da molti anni. La fenomenologia più inquietante riguarda il ricorso, sempre più frequente, da parte dei governi di ogni connotazione politica, al decreto legge, ben oltre le ipotesi eccezionali per le quali, come ricordavo, è previsto dalla Costituzione. Nell’esame della legge di conversione, inoltre, sempre più spesso i governi hanno fatto e fanno ricorso a un meccanismo che nella sostanza, se non nella forma, non risponde alla logica costituzionale. Il meccanismo consiste nella presentazione di un maxi-emendamento, composto, a volte, da centinaia di norme, sul quale il Governo chiede la fiducia delle Camere. I parlamentari possono solamente votare con un sì o con un no su questo testo; ma se prevale il no, il Governo cade. Questo meccanismo è stato utilizzato troppo spesso in questo periodo.

La Corte costituzionale ha fatto capire che è illegittimo ma, poi, non se l’è sentita (finora almeno) di trarne tutte le conseguenze.

Ma c’è un secondo punto da segnalare. La democrazia va rivitalizzata anche con forme rinnovate di partecipazione dei cittadini, altrimenti rischia di dissolversi lentamente. La democrazia diretta non può essere un’alternativa, ma può integrarsi al governo rappresentativo, anche con l’uso degli strumenti digitali. Si pensi al fatto che, per la prima volta nella sua storia, la Camera degli Stati uniti (a guida democratica) ha deciso di far votare i suoi rappresentanti da casa. Perché non potrebbero fare altrettanto i cittadini?

Naturalmente, non bisogna essere semplicistici. I problemi sono molti, ma sulla “democrazia deliberativa” da alcuni anni è in corso un dibattito interessante, e ricco di utili proposte. È certo, comunque, che la democrazia sia un bene troppo importante per lasciarla deperire. È importante per tutti i cittadini ma, soprattutto, per i più deboli economicamente e socialmente (che sono stati anche i più colpiti dalla pandemia), i quali non hanno altri modi per fare sentire e valere la propria voce.

Cesare Salvi

 

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