Coronavirus, La pensione

Non possiamo prescindere dal differenziare l’hate speech che appartiene a quella dimensione istantanea e non permanente (conosciuta nella giurisprudenza classica e nelle categorie tradizionali), rispetto alla comunicazione dell’odio che si consuma attraverso la Rete ed i social che, al contrario, ha proprio la caratteristica di permanere nel tempo e di potersi diffondere con una modalità di penetrazione senza precedenti.

Già questa osservazione consente di ritenere le tradizionali categorie interpretative e le definizioni di carattere giuridico meno capienti rispetto ad un fenomeno nuovo. A proposito di questo difficile equilibrio, di recente la Corte Suprema degli Stati Uniti ha elaborato – attraverso un indicatore sintomatico della differenza tra la cosiddetta independence advocacy ed il linguaggio coordinato – l’elemento differenziante tra ciò che può essere considerato libera espressione del pensiero e ciò che, invece, è propaganda e diffusione di idee (siano esse di incitazione, di istigazione o di discriminazione). E lo ha fatto partendo dalla osservazione del fenomeno dell’hate speech digitale, in particolar modo perché nella Rete questo inizia (già a partire dal 2008, considerato un po’ l’anno di rottura) ad essere sempre meno legato allo spontaneismo digitale e sempre più connesso al fenomeno dei cosiddetti appaltatori dell’odio.

Dal punto di vista investigativo, infatti, emerge sempre di più come la comunicazione dell’odio sia organizzata e strutturata. Recenti studi nell’Europa dell’Est e negli Stati Uniti hanno messo in evidenza come siano soprattutto i nativi digitali a ricevere compensi direttamente da quelle che sono le attività sponsorizzate di produzione tramite troll o bot non solo di idee ma, soprattutto, di materiale propagandistico, con falsificazioni storiche e messaggi riguardanti determinati fatti che poi diventano il contenuto attraverso il quale si va a vestire di autorevolezza o di credibilità una determinata idea.

Tant’è vero che, dal punto di vista dell’analisi investigativa, le centrali dell’odio assumono una connotazione sempre più pericolosa, perché vivono in un rapporto trilatero con gli influencer dell’odio ed i ripetitori dell’odio. Le centrali dell’odio sono vere e proprie centrali di produzione del materiale, di contenuti precostituiti, molto spesso con soggetti giovani che hanno relazioni facilitate – attraverso le diverse piattaforme, siano esse sul web o sui social – con gli influencer dell’odio; questi ultimi normalmente utilizzano il cosiddetto hate speech soft, quello che più facilmente riesce a “volare” al di sotto dei radar dell’Intelligenza Artificiale, anzi più correttamente degli algoritmi, i quali non riescono a bloccare quei concetti che utilizzano allusioni o meccanismi mimetici per veicolare il reale pensiero.

A fronte di questo ci sono i ripetitori dell’odio, ovvero, tutti quei soggetti che, apparentemente slegati tra di loro, non fanno altro che rimbalzare, riportare e riveicolare, con un meccanismo di ramificazione che, ad un certo punto, dà anche idea di una consistenza particolarmente nutrita e numerosa e che, di conseguenza, va a vestire di credibilità questo meccanismo di auto-amplificazione. Questa considerazione è particolarmente rilevante ed è alla base degli studi che sono stati fatti nel 2016, quando venne definito il codice di condotta contro l’hate speech da parte di Google, Microsoft, Facebook, Twitter e la Commissione dell’Unione europea. Parimenti, è molto rilevante nell’attività che l’Europol –  in particolar modo l’unità di riferimento per il contrasto al proselitismo in Rete – ha sviluppato, perché consente di superare quello che può sembrare il monolite della libertà di espressione (tanto in ordinamenti continentali quanto in quelli statunitensi), per poter, invece, leggere quel che si va a verificare in termini di organizzazione e strutturazione vera e propria di una attività coordinata, finalizzata alla produzione di materiale di supporto che poi diventa potenzialmente – e alle volte anche attualmente – precursore di fatti particolarmente gravi.

È infatti vero, come hanno dimostrato, purtroppo, tutti i più recenti attentati terroristici – sia di matrice islamista sia di matrice dell’estrema destra legati al suprematismo bianco, piuttosto che al nazismo e neonazismo o ad altre forme di pensiero radicale di estrema destra, tanto negli Stati Uniti quanto dall’altra parte dell’emisfero – che l’attività dei gruppi terroristici o, in ogni caso, dei gruppi a potenziale capacità eversiva degli ordinamenti nazionali, prima di manifestarsi nel mondo reale, ha una sua particolare vivacità e attività in termini di propaganda, proselitismo e poi reclutamento all’interno della Rete.

Ecco perché leggere come precursori di potenziali accadimenti ancor più gravi – ma nello stesso tempo attribuire una autonoma rilevanza dal punto di vista, anche giudiziario – quelle che, molto spesso, non sono libere espressioni del pensiero, ma attentati alle libertà costituzionali dei cittadini, delle minoranze e degli individui, non è un esercizio di carattere sociologico e culturale, ma può contribuire al venir meno della percezione della Rete e dei social come luoghi della irresponsabilità, per trasformarli in luoghi della responsabilità; in questo modo, potrebbero trovare applicazione molte delle disposizioni che già esistono ma che passano attraverso l’elevata sensibilità degli operatori di Polizia e degli operatori giudiziari.

Da questo punto di vista l’Italia, insieme all’Europa, ha fatto moltissimo, anche grazie alla forza del coinvolgimento e della sensibilizzazione delle Comunità Ebraiche italiane. Tuttavia, finché si è trattato di contrastare fenomeni di proselitismo digitale di matrice islamista si è riusciti ad avere un fronte comune, in un certo senso quasi pacificato; al contrario, nel momento in cui si è iniziato a porre argine nei confronti del suprematismo e del neonazismo – a causa del fatto che, evidentemente, si andavano a rendere ancor più mimetiche le modalità di manifestazione del pensiero e dell’organizzazione del pensiero dell’odio – vi sono stati momenti di incertezza. È evidente, pertanto, che quel che dobbiamo attenderci è una risposta anticipata di prevenzione, senza sottovalutare quelli che sono i precursori e, soprattutto, le fondamenta delle più pericolose discriminazioni attentate alla libertà degli individui.

Roberto De Vita

 

Non possiamo prescindere dal differenziare l’hate speech che appartiene a quella dimensione istantanea e non permanente (conosciuta nella giurisprudenza classica e nelle categorie tradizionali), rispetto alla comunicazione dell’odio che si consuma attraverso la Rete ed i social che, al contrario, ha proprio la caratteristica di permanere nel tempo e di potersi diffondere con una modalità di penetrazione senza precedenti.

Già questa osservazione consente di ritenere le tradizionali categorie interpretative e le definizioni di carattere giuridico meno capienti rispetto ad un fenomeno nuovo. A proposito di questo difficile equilibrio, di recente la Corte Suprema degli Stati Uniti ha elaborato – attraverso un indicatore sintomatico della differenza tra la cosiddetta independence advocacy ed il linguaggio coordinato – l’elemento differenziante tra ciò che può essere considerato libera espressione del pensiero e ciò che, invece, è propaganda e diffusione di idee (siano esse di incitazione, di istigazione o di discriminazione). E lo ha fatto partendo dalla osservazione del fenomeno dell’hate speech digitale, in particolar modo perché nella Rete questo inizia (già a partire dal 2008, considerato un po’ l’anno di rottura) ad essere sempre meno legato allo spontaneismo digitale e sempre più connesso al fenomeno dei cosiddetti appaltatori dell’odio.

Dal punto di vista investigativo, infatti, emerge sempre di più come la comunicazione dell’odio sia organizzata e strutturata. Recenti studi nell’Europa dell’Est e negli Stati Uniti hanno messo in evidenza come siano soprattutto i nativi digitali a ricevere compensi direttamente da quelle che sono le attività sponsorizzate di produzione tramite troll o bot non solo di idee ma, soprattutto, di materiale propagandistico, con falsificazioni storiche e messaggi riguardanti determinati fatti che poi diventano il contenuto attraverso il quale si va a vestire di autorevolezza o di credibilità una determinata idea.

Tant’è vero che, dal punto di vista dell’analisi investigativa, le centrali dell’odio assumono una connotazione sempre più pericolosa, perché vivono in un rapporto trilatero con gli influencer dell’odio ed i ripetitori dell’odio. Le centrali dell’odio sono vere e proprie centrali di produzione del materiale, di contenuti precostituiti, molto spesso con soggetti giovani che hanno relazioni facilitate – attraverso le diverse piattaforme, siano esse sul web o sui social – con gli influencer dell’odio; questi ultimi normalmente utilizzano il cosiddetto hate speech soft, quello che più facilmente riesce a “volare” al di sotto dei radar dell’Intelligenza Artificiale, anzi più correttamente degli algoritmi, i quali non riescono a bloccare quei concetti che utilizzano allusioni o meccanismi mimetici per veicolare il reale pensiero.

A fronte di questo ci sono i ripetitori dell’odio, ovvero, tutti quei soggetti che, apparentemente slegati tra di loro, non fanno altro che rimbalzare, riportare e riveicolare, con un meccanismo di ramificazione che, ad un certo punto, dà anche idea di una consistenza particolarmente nutrita e numerosa e che, di conseguenza, va a vestire di credibilità questo meccanismo di auto-amplificazione. Questa considerazione è particolarmente rilevante ed è alla base degli studi che sono stati fatti nel 2016, quando venne definito il codice di condotta contro l’hate speech da parte di Google, Microsoft, Facebook, Twitter e la Commissione dell’Unione europea. Parimenti, è molto rilevante nell’attività che l’Europol –  in particolar modo l’unità di riferimento per il contrasto al proselitismo in Rete – ha sviluppato, perché consente di superare quello che può sembrare il monolite della libertà di espressione (tanto in ordinamenti continentali quanto in quelli statunitensi), per poter, invece, leggere quel che si va a verificare in termini di organizzazione e strutturazione vera e propria di una attività coordinata, finalizzata alla produzione di materiale di supporto che poi diventa potenzialmente – e alle volte anche attualmente – precursore di fatti particolarmente gravi.

È infatti vero, come hanno dimostrato, purtroppo, tutti i più recenti attentati terroristici – sia di matrice islamista sia di matrice dell’estrema destra legati al suprematismo bianco, piuttosto che al nazismo e neonazismo o ad altre forme di pensiero radicale di estrema destra, tanto negli Stati Uniti quanto dall’altra parte dell’emisfero – che l’attività dei gruppi terroristici o, in ogni caso, dei gruppi a potenziale capacità eversiva degli ordinamenti nazionali, prima di manifestarsi nel mondo reale, ha una sua particolare vivacità e attività in termini di propaganda, proselitismo e poi reclutamento all’interno della Rete.

Ecco perché leggere come precursori di potenziali accadimenti ancor più gravi – ma nello stesso tempo attribuire una autonoma rilevanza dal punto di vista, anche giudiziario – quelle che, molto spesso, non sono libere espressioni del pensiero, ma attentati alle libertà costituzionali dei cittadini, delle minoranze e degli individui, non è un esercizio di carattere sociologico e culturale, ma può contribuire al venir meno della percezione della Rete e dei social come luoghi della irresponsabilità, per trasformarli in luoghi della responsabilità; in questo modo, potrebbero trovare applicazione molte delle disposizioni che già esistono ma che passano attraverso l’elevata sensibilità degli operatori di Polizia e degli operatori giudiziari.

Da questo punto di vista l’Italia, insieme all’Europa, ha fatto moltissimo, anche grazie alla forza del coinvolgimento e della sensibilizzazione delle Comunità Ebraiche italiane. Tuttavia, finché si è trattato di contrastare fenomeni di proselitismo digitale di matrice islamista si è riusciti ad avere un fronte comune, in un certo senso quasi pacificato; al contrario, nel momento in cui si è iniziato a porre argine nei confronti del suprematismo e del neonazismo – a causa del fatto che, evidentemente, si andavano a rendere ancor più mimetiche le modalità di manifestazione del pensiero e dell’organizzazione del pensiero dell’odio – vi sono stati momenti di incertezza. È evidente, pertanto, che quel che dobbiamo attenderci è una risposta anticipata di prevenzione, senza sottovalutare quelli che sono i precursori e, soprattutto, le fondamenta delle più pericolose discriminazioni attentate alla libertà degli individui.

Roberto De Vita

 

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