Cosa ci insegna la destra al governo e dove la sinistra può sbagliare ancora

Questa Italia che ha cambiato volto e che assomiglia sempre di più al prototipo di una destra che in Europa potrebbe segnare una svolta, cedendo i propri connotati anti sistema – sparsi qui e là – e una certa intolleranza alla società multiculturale in cambio di maggiore autarchia e di una ricetta sociale immediata, che non risolverà i problemi ma darà tregua a un sistema in bilico è la vera sfida per la sinistra.

Una sinistra con un curriculum democratico sicuramente impaginato meglio ma che, alla prova dei fatti, si è dimostrata priva di natura politica e addormentata nel sogno di un Paese disposto a tutto nel nome del “minore dei mali”, non si è resa conto che la propria proposta era fuori dal sentire non tanto di chi a destra ha sempre votato ma proprio dei mondi che avevano reso molti anni fa la proposta di Prodi e dell’Ulivo maggioritaria in un’Italia che sognava un futuro diverso da quello che ci è stato prospettato.

L’indignazione dei vari Letta, Calenda e chicchessia di fronte all’atto democraticamente legittimo dell’elezione (proprio come per Boldrini, Grasso, Fico, Fini, Casini nei tempi passati) di due esponenti alla guida del Parlamento bicamerale, che rappresentano, senza nasconderlo, e questo è un bene, le due anime più conflittuali tra loro, ma anche più connotanti la destra di oggi, in pratica le loro impronte digitali, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, dimostra che la sinistra non solo è minoritaria in Parlamento ma è anche in stato di minorità politica. Grida all’uomo nero, ma non sa più accendere la luce nella stanza della democrazia. È proprio di fronte alla faccia dell’avversario, in questo caso Giorgia Meloni, che prende forma la lezione della sconfitta elettorale arrivata non per mancanza di consenso in un’area che potremmo definire antropologicamente alternativa a questo centrodestra ma per l’insipienza del leader del maggiore partito di questa compagine, Enrico Letta, segretario grazie a un applauso del Pd. Che non ha trovato la grammatica di un linguaggio progressista capace di scrivere a chiare lettere la parola alleanza, perchè naturalmente necessaria e più forte delle piccole questioncine da assemblea di condominio che i singoli leader dell’ipotetica coalizione progressista (Renzi, Calenda, Conte) hanno posto durante la campagna elettorale più sterile sul piano politico della Seconda Repubblica. Lo dimostra il fatto che in presenza di una sinistra capace di parlare alla massa di cittadini confusi dalla piega di impoverimento che il capitalismo globale, la guerra, la pandemia porta nelle loro case, di certo la comparsa di Silvio Berlusconi su Tic Toc o il declino del Capitano leghista Salvini non avrebbero annebbiato lo sguardo e lasciato da sola, a passo di danza, al centro della scena italiana e internazionale, quella fragile ma forte donna della Garbatella che porta il nome del futuro premier italiano Giorgia Meloni.
Rimane solo una fortuna a questa sinistra che ha preso lo scacco matto non soltanto dei voti ma, quel che è peggio, delle idee. Quella che la destra da domani avrà il dovere di governare. E dovrà farlo, a differenza del centrosinistra degli multimi dieci anni, che si è arrampicato in ogni forma di maggioranza pur senza mai vincere davvero le elezioni, mostrando agli italiani la propria faccia. Scrivendo su ogni parola e ogni atto il proprio nome e cognome. Cedendo al Paese democratico, finalmente, quella golden share, l’azione d’oro, che le democrazie liberali garantiscono al popolo che ha scelto legittimamente di cambiare. Ne deriva che la destra possa fare miliardi di errori. E li giudicherà la democrazia liberale. Con i suoi sistemi, con i suoi contrappesi, nel segno della Costituzione repubblicana certo custodita da Sergio Mattarella ma diluita su un Parlamento a trazione conservatrice e reazionaria. Il problema democratico si sposta dunque a sinistra. Perchè la sinistra al contrario potrà fare un solo errore. Quello cioè di riorganizzarsi, sistemando i propri guai, che sono tanti. Anzichè avere la forza di necessità, che il momento impone, di rifondarsi accendendo con il poco gas che ci rimane la fiamma del proprio animo alternativo, raccontando dopo un decennio al Paese tutta la verità. Non mi arrampico sul tema degli scioglimenti di partito o del Big Bang, lo lascio a voci autorevoli della sinistra italiana che ne stanno discutendo. Ma certo se questo processo involontariamente o per dovere dovrà passare attraverso un cambio di guida dei vertici di chi ancora oggi questa sinistra rappresenta, viene da sè che non può essere l’organigramma a frenare la volontà di un Paese, fatto di milioni di elettori delusi, che chiede rappresentanza in un’idea dell’Italia, dell’Europa e del mondo che per natura parla a voce più alta di quanto possa fare qualunque segretario, presidente, coordinatore di un qualunque partito politico che ha concorso – da sconfitto – a queste elezioni spartiacque per il futuro del Paese.
Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica italiana che nel suo silenzio composto sta delineando gli scenari concreti di quello che sarà a breve il governo Meloni I, ci garantisce che l’Italia rimane, con La Russa e Fontana, e con Meloni al comando, una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il mandato che sta per essere consegnato alla destra ci assicura che la sovranità appartiene ancora al popolo. È l’ora di comprenderne il significato.

Questa Italia che ha cambiato volto e che assomiglia sempre di più al prototipo di una destra che in Europa potrebbe segnare una svolta, cedendo i propri connotati anti sistema – sparsi qui e là – e una certa intolleranza alla società multiculturale in cambio di maggiore autarchia e di una ricetta sociale immediata, che non risolverà i problemi ma darà tregua a un sistema in bilico è la vera sfida per la sinistra.

Una sinistra con un curriculum democratico sicuramente impaginato meglio ma che, alla prova dei fatti, si è dimostrata priva di natura politica e addormentata nel sogno di un Paese disposto a tutto nel nome del “minore dei mali”, non si è resa conto che la propria proposta era fuori dal sentire non tanto di chi a destra ha sempre votato ma proprio dei mondi che avevano reso molti anni fa la proposta di Prodi e dell’Ulivo maggioritaria in un’Italia che sognava un futuro diverso da quello che ci è stato prospettato.

L’indignazione dei vari Letta, Calenda e chicchessia di fronte all’atto democraticamente legittimo dell’elezione (proprio come per Boldrini, Grasso, Fico, Fini, Casini nei tempi passati) di due esponenti alla guida del Parlamento bicamerale, che rappresentano, senza nasconderlo, e questo è un bene, le due anime più conflittuali tra loro, ma anche più connotanti la destra di oggi, in pratica le loro impronte digitali, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, dimostra che la sinistra non solo è minoritaria in Parlamento ma è anche in stato di minorità politica. Grida all’uomo nero, ma non sa più accendere la luce nella stanza della democrazia. È proprio di fronte alla faccia dell’avversario, in questo caso Giorgia Meloni, che prende forma la lezione della sconfitta elettorale arrivata non per mancanza di consenso in un’area che potremmo definire antropologicamente alternativa a questo centrodestra ma per l’insipienza del leader del maggiore partito di questa compagine, Enrico Letta, segretario grazie a un applauso del Pd. Che non ha trovato la grammatica di un linguaggio progressista capace di scrivere a chiare lettere la parola alleanza, perchè naturalmente necessaria e più forte delle piccole questioncine da assemblea di condominio che i singoli leader dell’ipotetica coalizione progressista (Renzi, Calenda, Conte) hanno posto durante la campagna elettorale più sterile sul piano politico della Seconda Repubblica. Lo dimostra il fatto che in presenza di una sinistra capace di parlare alla massa di cittadini confusi dalla piega di impoverimento che il capitalismo globale, la guerra, la pandemia porta nelle loro case, di certo la comparsa di Silvio Berlusconi su Tic Toc o il declino del Capitano leghista Salvini non avrebbero annebbiato lo sguardo e lasciato da sola, a passo di danza, al centro della scena italiana e internazionale, quella fragile ma forte donna della Garbatella che porta il nome del futuro premier italiano Giorgia Meloni.
Rimane solo una fortuna a questa sinistra che ha preso lo scacco matto non soltanto dei voti ma, quel che è peggio, delle idee. Quella che la destra da domani avrà il dovere di governare. E dovrà farlo, a differenza del centrosinistra degli multimi dieci anni, che si è arrampicato in ogni forma di maggioranza pur senza mai vincere davvero le elezioni, mostrando agli italiani la propria faccia. Scrivendo su ogni parola e ogni atto il proprio nome e cognome. Cedendo al Paese democratico, finalmente, quella golden share, l’azione d’oro, che le democrazie liberali garantiscono al popolo che ha scelto legittimamente di cambiare. Ne deriva che la destra possa fare miliardi di errori. E li giudicherà la democrazia liberale. Con i suoi sistemi, con i suoi contrappesi, nel segno della Costituzione repubblicana certo custodita da Sergio Mattarella ma diluita su un Parlamento a trazione conservatrice e reazionaria. Il problema democratico si sposta dunque a sinistra. Perchè la sinistra al contrario potrà fare un solo errore. Quello cioè di riorganizzarsi, sistemando i propri guai, che sono tanti. Anzichè avere la forza di necessità, che il momento impone, di rifondarsi accendendo con il poco gas che ci rimane la fiamma del proprio animo alternativo, raccontando dopo un decennio al Paese tutta la verità. Non mi arrampico sul tema degli scioglimenti di partito o del Big Bang, lo lascio a voci autorevoli della sinistra italiana che ne stanno discutendo. Ma certo se questo processo involontariamente o per dovere dovrà passare attraverso un cambio di guida dei vertici di chi ancora oggi questa sinistra rappresenta, viene da sè che non può essere l’organigramma a frenare la volontà di un Paese, fatto di milioni di elettori delusi, che chiede rappresentanza in un’idea dell’Italia, dell’Europa e del mondo che per natura parla a voce più alta di quanto possa fare qualunque segretario, presidente, coordinatore di un qualunque partito politico che ha concorso – da sconfitto – a queste elezioni spartiacque per il futuro del Paese.
Sergio Mattarella, il presidente della Repubblica italiana che nel suo silenzio composto sta delineando gli scenari concreti di quello che sarà a breve il governo Meloni I, ci garantisce che l’Italia rimane, con La Russa e Fontana, e con Meloni al comando, una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Il mandato che sta per essere consegnato alla destra ci assicura che la sovranità appartiene ancora al popolo. È l’ora di comprenderne il significato.

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