Così parlò Monicelli Una “intervista” di Anna Antonelli pubblicata dalle “Edizioni dell’asino”

Tragicamente scomparso a Roma nella notte del 29 novembre 2010 all’età di 95 anni, si è tolto la vita lanciandosi dal quinto piano dell’Ospedale San Giovanni (“non aspetterò la morte in un letto d’ospedale, con i parenti che mi portano la minestrina”, aveva confidato), il regista, sceneggiatore e scrittore specialista prolifico di commedie di costume Mario Monicelli (Roma, 1915), considerato uno dei più estrosi e versatili autori del cinema italiano, che nella sua lunga carriera ha realizzato alcuni dei maggiori successi cinematografici della seconda metà del Novecento che anticipavano un tipo di comicità umana non priva di efficaci tratti di critica a certa società borghese, caratterizzati da una forte carica comica unita ad una pungente satira di costume e ad una intensa simpatia umana: “Totò cerca casa“, “Guardie e ladri”, “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “Risate di gioia”, “I compagni”, “L’armata Brancaleone”, “La ragazza con la pistola”, “Romanzo popolare”, “Amici miei”, “Un borghese piccolo piccolo”, “Speriamo che sia femmina”, “Parenti serpenti”.   Anna Antonelli, autrice televisiva e curatrice dell’Archivio di casa Monicelli, nel libro “Così parlò Monicelli” (Edizioni dell’asino, collana “Le muse furiose”, pag. 145, Euro 12,00) ripercorre tutta la vita artistica del regista – dalle prime esperienze nel 1934 (il piccolo filmato a 16 mm. “Il cuore rivelatore” con Lattuada, Mondadori e Civica) al documentario collettivo del 2003 “Firenze, il nostro domani” – ha realizzato una singolare intervista postuma con Monicelli e reso possibile, attraverso una raccolta di sue opinioni, giudizi e confessioni – ha scritto nell’introduzione del libro il giornalista e critico cinematografico Goffredo Fofi – riascoltare “la voce di un uomo di cinema che è stato soprattutto un uomo libero, ma anche un uomo semplice e trasparente, in grado di vedere e dire quel che di conseguenza pensava”. Pur essendo nato a Roma, Monicelli era e si sentiva toscano (alcune biografie lo indicano come nato a Viareggio, dove ha frequentato le scuole medie, il ginnasio e due anni di liceo) perché per lui, svela Anna Antonelli, “l’essere toscani è, prima di tutto, lucidità e senso della misura . La toscanità è quella cosa per cui se fai un discorso serio, senti il bisogno di metterci dentro una battuta per non prenderti, tu per primo, sul serio. Sono cresciuto nell’humus aspro, virulento dello spirito toscano. E’ nella sua vocazione critica al vetriolo che si sono formati molti miei film impudenti e irreverenti”. E su questo voler essere definito toscano non transigeva: “Se dici che sono nato a Roma ti meno!” dice a Anna.   Il suo nome è, per il pubblico cinematografico, associato indissolubilmente a quello di “commedia all’italiana” della quale, insieme a Steno, Dino Risi e Luigi Comencini, è stato uno dei massimi esponenti e il regista che meglio di tutti ne ha interpretato lo stile e i contenuti e con la quale ha sdoganato Totò dal ruolo di macchiettista, ha trasformato Alberto Sordi in attore drammatico e ha svelato le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici, Vittorio Gassman e Monica Vitti. Nella sua lunghissima carriera, Mario Monicelli è riuscito sempre a fondere nei film, in un difficile equilibrio tra cinema d’impegno sociale e cinema commerciale, la carica comica, la simpatia umana e la satira di costume dando vita a film che, pur nell’intreccio comico, esprimono una delicata e commovente amarezza nelle vicissitudini della vita traducendo in sobria analisi, a volte patetica ma non retorica, i modi neorealistici. La cosiddetta “commedia all’italiana”, afferma infatti Monicelli, deriva dalla commedia dell’arte e dalla “Commedia” di Dante e non è stata inventata nel dopoguerra; la sua origine cinematografica è nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, nella “scena in cui il prete dà la padellata in testa a uno durante un rastrellamento tedesco. Ecco dove abbiamo imparato il meccanismo che sta alla base dei nostri film: rompere la tragedia con una risata”.  Le vicende da lui narrate sono l’esaltazione di personaggi all’apparenza perdenti attraverso i quali ha denunciato i mali della società borghese.

“Tutti i miei film sono percorsi da un sentimento di sconfitta, sono tutti film comici che finiscono con un fallimento dei protagonisti”, ha confessato a Anna Antonelli, “il mio punto di vista è di sinistra per il suo stare dalla parte dei deboli e mettere in luce le ingiustizie”.  La città di Roma ha recentemente reso omaggio al grande regista con la mostra “Mario Monicelli”, realizzata dal Centro Sperimentale di Cinematografia e allestita nelle Sale Amidei e Zavattini della Casa del Cinema di Roma, un viaggio fotografico sui set dei film da lui realizzati a partire dagli esordi in coppia con Steno alla fine degli anni ’40.

Candidato per sei volte al Premio Oscar (due volte per la migliore sceneggiatura originale, quattro volte per il miglior film straniero), nonché vincitore di numerosi premi cinematografici, nel 1991 gli è stato conferito il “Leone d’oro” alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Nel 2010 ha rifiutato la Legion d’onore.

Vittorio Esposito

 

Tragicamente scomparso a Roma nella notte del 29 novembre 2010 all’età di 95 anni, si è tolto la vita lanciandosi dal quinto piano dell’Ospedale San Giovanni (“non aspetterò la morte in un letto d’ospedale, con i parenti che mi portano la minestrina”, aveva confidato), il regista, sceneggiatore e scrittore specialista prolifico di commedie di costume Mario Monicelli (Roma, 1915), considerato uno dei più estrosi e versatili autori del cinema italiano, che nella sua lunga carriera ha realizzato alcuni dei maggiori successi cinematografici della seconda metà del Novecento che anticipavano un tipo di comicità umana non priva di efficaci tratti di critica a certa società borghese, caratterizzati da una forte carica comica unita ad una pungente satira di costume e ad una intensa simpatia umana: “Totò cerca casa“, “Guardie e ladri”, “I soliti ignoti”, “La grande guerra”, “Risate di gioia”, “I compagni”, “L’armata Brancaleone”, “La ragazza con la pistola”, “Romanzo popolare”, “Amici miei”, “Un borghese piccolo piccolo”, “Speriamo che sia femmina”, “Parenti serpenti”.   Anna Antonelli, autrice televisiva e curatrice dell’Archivio di casa Monicelli, nel libro “Così parlò Monicelli” (Edizioni dell’asino, collana “Le muse furiose”, pag. 145, Euro 12,00) ripercorre tutta la vita artistica del regista – dalle prime esperienze nel 1934 (il piccolo filmato a 16 mm. “Il cuore rivelatore” con Lattuada, Mondadori e Civica) al documentario collettivo del 2003 “Firenze, il nostro domani” – ha realizzato una singolare intervista postuma con Monicelli e reso possibile, attraverso una raccolta di sue opinioni, giudizi e confessioni – ha scritto nell’introduzione del libro il giornalista e critico cinematografico Goffredo Fofi – riascoltare “la voce di un uomo di cinema che è stato soprattutto un uomo libero, ma anche un uomo semplice e trasparente, in grado di vedere e dire quel che di conseguenza pensava”. Pur essendo nato a Roma, Monicelli era e si sentiva toscano (alcune biografie lo indicano come nato a Viareggio, dove ha frequentato le scuole medie, il ginnasio e due anni di liceo) perché per lui, svela Anna Antonelli, “l’essere toscani è, prima di tutto, lucidità e senso della misura . La toscanità è quella cosa per cui se fai un discorso serio, senti il bisogno di metterci dentro una battuta per non prenderti, tu per primo, sul serio. Sono cresciuto nell’humus aspro, virulento dello spirito toscano. E’ nella sua vocazione critica al vetriolo che si sono formati molti miei film impudenti e irreverenti”. E su questo voler essere definito toscano non transigeva: “Se dici che sono nato a Roma ti meno!” dice a Anna.   Il suo nome è, per il pubblico cinematografico, associato indissolubilmente a quello di “commedia all’italiana” della quale, insieme a Steno, Dino Risi e Luigi Comencini, è stato uno dei massimi esponenti e il regista che meglio di tutti ne ha interpretato lo stile e i contenuti e con la quale ha sdoganato Totò dal ruolo di macchiettista, ha trasformato Alberto Sordi in attore drammatico e ha svelato le grandi capacità comiche di due attori nati artisticamente come drammatici, Vittorio Gassman e Monica Vitti. Nella sua lunghissima carriera, Mario Monicelli è riuscito sempre a fondere nei film, in un difficile equilibrio tra cinema d’impegno sociale e cinema commerciale, la carica comica, la simpatia umana e la satira di costume dando vita a film che, pur nell’intreccio comico, esprimono una delicata e commovente amarezza nelle vicissitudini della vita traducendo in sobria analisi, a volte patetica ma non retorica, i modi neorealistici. La cosiddetta “commedia all’italiana”, afferma infatti Monicelli, deriva dalla commedia dell’arte e dalla “Commedia” di Dante e non è stata inventata nel dopoguerra; la sua origine cinematografica è nel film “Roma città aperta” di Roberto Rossellini, nella “scena in cui il prete dà la padellata in testa a uno durante un rastrellamento tedesco. Ecco dove abbiamo imparato il meccanismo che sta alla base dei nostri film: rompere la tragedia con una risata”.  Le vicende da lui narrate sono l’esaltazione di personaggi all’apparenza perdenti attraverso i quali ha denunciato i mali della società borghese.

“Tutti i miei film sono percorsi da un sentimento di sconfitta, sono tutti film comici che finiscono con un fallimento dei protagonisti”, ha confessato a Anna Antonelli, “il mio punto di vista è di sinistra per il suo stare dalla parte dei deboli e mettere in luce le ingiustizie”.  La città di Roma ha recentemente reso omaggio al grande regista con la mostra “Mario Monicelli”, realizzata dal Centro Sperimentale di Cinematografia e allestita nelle Sale Amidei e Zavattini della Casa del Cinema di Roma, un viaggio fotografico sui set dei film da lui realizzati a partire dagli esordi in coppia con Steno alla fine degli anni ’40.

Candidato per sei volte al Premio Oscar (due volte per la migliore sceneggiatura originale, quattro volte per il miglior film straniero), nonché vincitore di numerosi premi cinematografici, nel 1991 gli è stato conferito il “Leone d’oro” alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Nel 2010 ha rifiutato la Legion d’onore.

Vittorio Esposito

 

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