Crac si gira

La caduta del “monarca assoluto” Gianni Zonin, com’è definito dai giudici il banchiere che guidava la Popolare di Vicenza, non solo è l’emblema di una storia criminale del risparmio tradito (e solo in parte rimborsato dallo Stato), che brucia 5 miliardi di euro coinvolgendo 117 mila azionisti, ma racconta di una classe dirigente inadeguata che trascina sul lastrico famiglie e piccoli imprenditori. Con tanti drammi personali dal Veneto al Friuli Venezia Giulia; dalla Lombardia all’Emilia Romagna e alla Toscana, per finire al Lazio e alla Sicilia.

Non stupisce che il ricco Zonin, che nel 2016 mise al riparo l’omonima casa vinicola da un successivo sequestro giudiziale di 1 miliardo di euro, e che era di casa al Quirinale per la familiarità con i governatori della Banca d’Italia, ha vissuto dopo il crac riparato anche nelle sue tenute sparse tra Friuli e Toscana, perché tanti risparmiatori gliela avevano giurata. E’ un ricorrente romanzo all’italiana, il connubio tra banche e potere, quello che lunedì prossimo in Corte d’Appello a Venezia conoscerà il secondo verdetto sulla gestione di quella che fu una delle prime 15 banche del Paese. Naufragata sotto il peso di un fallimento epocale, con al vertice un imprenditore che in vent’anni di regno costruì un sistema clientelare diventato “un dominio incontrastato”.

Così dopo la requisitoria fiume di ben tre pubblici ministeri è stata chiesta la condanna per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza di Bankitalia non solo di Zonin (5 anni 10 mesi), degli ex manager Andrea Piazzetta e Paolo Marin (5 anni 4 mesi), e del vicedirettore generale pentito Emanuele Giustini (4 anni 7 mesi), ma anche a 5 anni e 4 mesi di carcere dei due imputati assolti in primo grado, Massimiliano Pellegrini e l’ex presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Ziliotto. Dalla scrivania di Zonin, infatti, passava il gradimento per la nomina a leader degli industriali vicentini. E non solo. Nel Cda che ha liquidato i 150 anni di storia della banca, sedeva oltre a Zigliotto anche Roberto Zuccato, all’epoca presidente di Confindustria del Veneto, uscito indenne dall’inchiesta penale, ma sanzionato assieme ad altri membri, come l’ex Ragioniere Generale dello Stato Andrea Monorchio, con 100 mila euro di multa dalla Consob. La BpVi affonda nel 2015 per le cosiddette “operazioni baciate” da 1,5 miliardi di euro. Con il passaggio della vigilanza da Bankitalia alla Bce si scopre la consuetudine illecita di finanziare il capitale di rischio con gli aumenti di capitale farsa. I soldi dai conti della BpVi finivano in quelli di soci e clienti, che alimentavano inconsapevoli il valzer finito col clamoroso tonfo. Del resto Zonin, che scarica ogni responsabilità sul dg Samuele Sorato a processo in tribunale, esercitava «un dominio incontrastato», con l’«accentramento di potere nell’assoluta acquiescenza dei manager e degli organi sociali». I politici, dal presidente di Regione ai parlamentari, non mancavano mai alle affollate assemblee dei soci officiate da Zonin, cosi come magistrati e rappresentanti al più alto livello delle forze dell’ordine. La banca sostenne sì il sistema produttivo dopo la crisi del 2008, ma con una politica creditizia che gettò le basi del disastro. Intanto, gli organi di controllo non vedevano e i magistrati litigavano. Fin dal 2001 una consulenza della Procura berica metteva in luce le criticità gestionali. Ma chi come l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati, Gianfranco Rigon o l’ex alto dirigente di Bankitalia, Ferdinando Tonini, sfidava il sistema Zonin era messo alla porta.

La caduta del “monarca assoluto” Gianni Zonin, com’è definito dai giudici il banchiere che guidava la Popolare di Vicenza, non solo è l’emblema di una storia criminale del risparmio tradito (e solo in parte rimborsato dallo Stato), che brucia 5 miliardi di euro coinvolgendo 117 mila azionisti, ma racconta di una classe dirigente inadeguata che trascina sul lastrico famiglie e piccoli imprenditori. Con tanti drammi personali dal Veneto al Friuli Venezia Giulia; dalla Lombardia all’Emilia Romagna e alla Toscana, per finire al Lazio e alla Sicilia.

Non stupisce che il ricco Zonin, che nel 2016 mise al riparo l’omonima casa vinicola da un successivo sequestro giudiziale di 1 miliardo di euro, e che era di casa al Quirinale per la familiarità con i governatori della Banca d’Italia, ha vissuto dopo il crac riparato anche nelle sue tenute sparse tra Friuli e Toscana, perché tanti risparmiatori gliela avevano giurata. E’ un ricorrente romanzo all’italiana, il connubio tra banche e potere, quello che lunedì prossimo in Corte d’Appello a Venezia conoscerà il secondo verdetto sulla gestione di quella che fu una delle prime 15 banche del Paese. Naufragata sotto il peso di un fallimento epocale, con al vertice un imprenditore che in vent’anni di regno costruì un sistema clientelare diventato “un dominio incontrastato”.

Così dopo la requisitoria fiume di ben tre pubblici ministeri è stata chiesta la condanna per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza di Bankitalia non solo di Zonin (5 anni 10 mesi), degli ex manager Andrea Piazzetta e Paolo Marin (5 anni 4 mesi), e del vicedirettore generale pentito Emanuele Giustini (4 anni 7 mesi), ma anche a 5 anni e 4 mesi di carcere dei due imputati assolti in primo grado, Massimiliano Pellegrini e l’ex presidente di Confindustria Vicenza, Giuseppe Ziliotto. Dalla scrivania di Zonin, infatti, passava il gradimento per la nomina a leader degli industriali vicentini. E non solo. Nel Cda che ha liquidato i 150 anni di storia della banca, sedeva oltre a Zigliotto anche Roberto Zuccato, all’epoca presidente di Confindustria del Veneto, uscito indenne dall’inchiesta penale, ma sanzionato assieme ad altri membri, come l’ex Ragioniere Generale dello Stato Andrea Monorchio, con 100 mila euro di multa dalla Consob. La BpVi affonda nel 2015 per le cosiddette “operazioni baciate” da 1,5 miliardi di euro. Con il passaggio della vigilanza da Bankitalia alla Bce si scopre la consuetudine illecita di finanziare il capitale di rischio con gli aumenti di capitale farsa. I soldi dai conti della BpVi finivano in quelli di soci e clienti, che alimentavano inconsapevoli il valzer finito col clamoroso tonfo. Del resto Zonin, che scarica ogni responsabilità sul dg Samuele Sorato a processo in tribunale, esercitava «un dominio incontrastato», con l’«accentramento di potere nell’assoluta acquiescenza dei manager e degli organi sociali». I politici, dal presidente di Regione ai parlamentari, non mancavano mai alle affollate assemblee dei soci officiate da Zonin, cosi come magistrati e rappresentanti al più alto livello delle forze dell’ordine. La banca sostenne sì il sistema produttivo dopo la crisi del 2008, ma con una politica creditizia che gettò le basi del disastro. Intanto, gli organi di controllo non vedevano e i magistrati litigavano. Fin dal 2001 una consulenza della Procura berica metteva in luce le criticità gestionali. Ma chi come l’ex presidente dell’Ordine degli avvocati, Gianfranco Rigon o l’ex alto dirigente di Bankitalia, Ferdinando Tonini, sfidava il sistema Zonin era messo alla porta.

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