Creatività e mobilità sociale

di Michele Gelardi

A commento del 21° rapporto della Caritas su povertà ed esclusione sociale, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, ha osservato che “l’ascensore sociale si è guastato”, mentre l’indigenza è aumentata. Osservazione ineccepibile; lo dicono i numeri. Bisogna solo capire dove risieda il guasto e come si possa riparare. Posto che la ricchezza non si crea per decreto, ma è il frutto dell’iniziativa imprenditoriale, si possono individuare tre concause: lo pseudoegualitarismo, l’eccesso di burocrazia, il continuo cambiamento del quadro di riferimento; tutte riconducibili, per un verso o per l’altro, alle dottrine politiche di sinistra.
Non si può essere liberi e uguali; e senza la libertà, la povertà regna sovrana. L’egualitarismo sociale ed economico comporta un livellamento verso il basso, che demotiva e deprime ogni iniziativa imprenditoriale. Poiché non viviamo nel paradiso terrestre e il “sole dell’avvenire”, annunciato dai socialcomunisti, tarda a sorgere, ogni uomo compete coi suoi simili per conquistare il rango sociale e assicurarsi il benessere economico. La competizione è inevitabile; lo pseudoegualitarismo di sinistra non l’annulla, ma sostituisce al successo di mercato la clientela politica; le logiche di appartenenza prevalgono sull’intraprendenza, al punto che anche la libera imprenditorialità diventa “capitalismo di relazione”. Inutile precisare che trattasi di relazione politica, giacché, nell’universo della sinistra, la politica diventa “Politica”, che tutto assorbe e tutto controlla, in nome della “socialità” ovviamente.
La libera iniziativa imprenditoriale ha un altro, grande nemico: la burocrazia. Quella Italiana eccelle nel mondo per invasività e capacità frenante, se non addirittura paralizzante. Ebbene, i lacci burocratici non sono né ineluttabili, né politicamente neutri. Il “destino cinico e baro” c’entra poco con le procedure amministrative, le quali sono tanto più stringenti e coercitive, quanto più ufficialmente indirizzate alla “tutela” sociale. Il nume della “tutela”, tanto caro alla sinistra, considera pericolosa qualsiasi iniziativa privata; ovviamente fino a prova contraria. Solo che la prova contraria, come minimo, richiede qualche anno di tempo. E pazienza, se nel frattempo qualcuno perde lo “sfizio”.
La terza concausa si può individuare nell’estrema variabilità dei presupposti e dei riferimenti giuridici ed economici del rischio d’impresa. Il programma d’investimento si basa sulle certezze del presente e sulla ragionevole aspettativa della stabilità ventura. La legislazione ondivaga e perfino retroattiva elimina quelle certezze basilari che incentivano l’investimento di risorse umane e finanziarie. Ebbene la spinta alla legislazione sovrabbondante e caotica nasce da quella stessa ideologia dello Stato “tutore” onnipresente e onnivoro, che intende regolare tutti gli aspetti della vita associata. L’invasività della burocrazia e la legislazione mutevole e frammentata sono figlie della stessa ideologia, che diffida dell’iniziativa privata. Ben diversa è la prospettiva dei conservatori. L’ingenuo ritiene che il conservatore voglia immobilizzare la società, conservando l’esistente. Nulla di più errato. Il conservatore vuole solo preservare i principi regolatori, non le regole di dettaglio; anzi diffida degli atti legislativi selettivi e mirati, perché vede nella regola generale, valida erga omnes e tendenzialmente stabile, il necessario presidio della libertà umana. Egli è consapevole che la stabilità del quadro di riferimento economico-giuridico incentiva l’assunzione del rischio d’impresa, creando le condizioni del dinamismo e della mobilità sociale,
Insomma il cardinale Zuppi deve volgere lo sguardo a sinistra, se vuole individuare le cause del “guasto” che paralizza l’ascensore sociale, a destra, se vuole individuare i possibili rimedi.

di Michele Gelardi

A commento del 21° rapporto della Caritas su povertà ed esclusione sociale, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI, ha osservato che “l’ascensore sociale si è guastato”, mentre l’indigenza è aumentata. Osservazione ineccepibile; lo dicono i numeri. Bisogna solo capire dove risieda il guasto e come si possa riparare. Posto che la ricchezza non si crea per decreto, ma è il frutto dell’iniziativa imprenditoriale, si possono individuare tre concause: lo pseudoegualitarismo, l’eccesso di burocrazia, il continuo cambiamento del quadro di riferimento; tutte riconducibili, per un verso o per l’altro, alle dottrine politiche di sinistra.
Non si può essere liberi e uguali; e senza la libertà, la povertà regna sovrana. L’egualitarismo sociale ed economico comporta un livellamento verso il basso, che demotiva e deprime ogni iniziativa imprenditoriale. Poiché non viviamo nel paradiso terrestre e il “sole dell’avvenire”, annunciato dai socialcomunisti, tarda a sorgere, ogni uomo compete coi suoi simili per conquistare il rango sociale e assicurarsi il benessere economico. La competizione è inevitabile; lo pseudoegualitarismo di sinistra non l’annulla, ma sostituisce al successo di mercato la clientela politica; le logiche di appartenenza prevalgono sull’intraprendenza, al punto che anche la libera imprenditorialità diventa “capitalismo di relazione”. Inutile precisare che trattasi di relazione politica, giacché, nell’universo della sinistra, la politica diventa “Politica”, che tutto assorbe e tutto controlla, in nome della “socialità” ovviamente.
La libera iniziativa imprenditoriale ha un altro, grande nemico: la burocrazia. Quella Italiana eccelle nel mondo per invasività e capacità frenante, se non addirittura paralizzante. Ebbene, i lacci burocratici non sono né ineluttabili, né politicamente neutri. Il “destino cinico e baro” c’entra poco con le procedure amministrative, le quali sono tanto più stringenti e coercitive, quanto più ufficialmente indirizzate alla “tutela” sociale. Il nume della “tutela”, tanto caro alla sinistra, considera pericolosa qualsiasi iniziativa privata; ovviamente fino a prova contraria. Solo che la prova contraria, come minimo, richiede qualche anno di tempo. E pazienza, se nel frattempo qualcuno perde lo “sfizio”.
La terza concausa si può individuare nell’estrema variabilità dei presupposti e dei riferimenti giuridici ed economici del rischio d’impresa. Il programma d’investimento si basa sulle certezze del presente e sulla ragionevole aspettativa della stabilità ventura. La legislazione ondivaga e perfino retroattiva elimina quelle certezze basilari che incentivano l’investimento di risorse umane e finanziarie. Ebbene la spinta alla legislazione sovrabbondante e caotica nasce da quella stessa ideologia dello Stato “tutore” onnipresente e onnivoro, che intende regolare tutti gli aspetti della vita associata. L’invasività della burocrazia e la legislazione mutevole e frammentata sono figlie della stessa ideologia, che diffida dell’iniziativa privata. Ben diversa è la prospettiva dei conservatori. L’ingenuo ritiene che il conservatore voglia immobilizzare la società, conservando l’esistente. Nulla di più errato. Il conservatore vuole solo preservare i principi regolatori, non le regole di dettaglio; anzi diffida degli atti legislativi selettivi e mirati, perché vede nella regola generale, valida erga omnes e tendenzialmente stabile, il necessario presidio della libertà umana. Egli è consapevole che la stabilità del quadro di riferimento economico-giuridico incentiva l’assunzione del rischio d’impresa, creando le condizioni del dinamismo e della mobilità sociale,
Insomma il cardinale Zuppi deve volgere lo sguardo a sinistra, se vuole individuare le cause del “guasto” che paralizza l’ascensore sociale, a destra, se vuole individuare i possibili rimedi.

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