Cresciuti, ma non troppo

Il Pil italiano cresce di mezzo punto nel terzo trimestre 2022 facendo segnare, una crescita acquisita pari al 3,9%. Un buon risultato. Forse ottimo. Certo, ma forse non sarà sufficiente. Né rispetto a quello che ci si poteva legittimamente attendere da quest’anno né, soprattutto, rispetto a quanto ci attenderà il prossimo anno.
Innanzitutto i dati, pubblicati nella mattinata di ieri dall’Istat. Il Pil italiano sale dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e nella misura del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Aumentano anche i consumi, che per gli analisti dell’istituto nazionale di statistica sono saliti dell’1,8%. Si è incrementata anche la quota di investimenti fissi lordi, al +0,8%. Le importazioni corrono ancora (+4,2%), le esportazioni segnano il passo (+0.1%). A trascinare il Pil sono gli italiani. La domanda nazionale, infatti, ha contributo alla crescita del Pil per l’1,6% e i servizi, trascinati specialmente da Horeca, ristoranti e alberghi, festeggiano segnando un incoraggiante +0,9% nel loro valore aggiunto.
Dopo le note liete, arriva il contrappunto delle cattive notizie.
La domanda estera è capitombolata facendo segnare un andamento negativo (-1,3%). Contestualmente, arretrano il settore primario e quello secondario. L’agricoltura perde l’1,4% del suo valore aggiunto, l’industria fa segnare -0,9 per cento per lo stesso parametro. Non è certo il migliore dei risultati possibili, specialmente in vista dell’anno nero che si prospetta all’orizzonte.
Dalla performance di quest’anno e del prossimo, infatti, sarebbe dipeso il recupero dell’economia italiana dopo il drammatico tonfo del Pil registratosi nel 2020 a causa della pandemia. Due anni fa, difatti, il prodotto interno lordo italiano ha perduto quasi nove punti (-8,9%), economicamente un disastro di dimensioni enormi. Un crollo verticale che, peraltro, s’era presentato dopo un anno di sicuro non entusiasmante sotto il profilo economico e finanziario come era stato il 2019, quando il Pil italiano era salito appena dello 0,4%. Il recupero non è stato elastico così come ci si attendeva. E infatti, nel 2021, il prodotto interno lordo italiano ha sì ripreso terreno (+6,6%) ma non ha riguadagnato tutto il terreno perduto per la pandemia. Ci si attendeva l’esplosione per questo e per l’anno dopo. Il governo Draghi, infatti, aveva immaginato un aumento del Pil, per il 2022, nell’ordine di quattro punti. Una stima tutto sommato prudente, quella messa nero su bianco sulla Nadef del bilancio redatto dall’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce. Si immaginava, infatti, che l’onda lunga del rimbalzo economico si sarebbe ripercossa anche nel 2023. Quando l’Italia avrebbe riguadagnato con gli interessi le perdite del 2020 e la crescita mancata degli anni trascorsi a recuperare quanto s’era perduto al tempo del lockdown.
Ormai, più che una speranza, una pia illusione. Difatti c’è una sola cosa che mette d’accordo tutti gli osservatori, in Italia e in Europa: l’avvento, annunciatissimo, della recessione per il 2023. Tutto sta, adesso, a capire quale sarà l’entità del nuovo stop per l’economia nazionale e per quelle europee e occidentali a cui è legata. Ci si prepara, insomma, a una nuova crisi senza essere del tutto usciti da quella precedente. Si è usciti dal Covid per entrare direttamente nella guerra tra Ucraina e Russia. Siamo cresciuti, ma non abbastanza forse da poter affrontare il 2023 senza eccessivi patemi d’animo.

Il Pil italiano cresce di mezzo punto nel terzo trimestre 2022 facendo segnare, una crescita acquisita pari al 3,9%. Un buon risultato. Forse ottimo. Certo, ma forse non sarà sufficiente. Né rispetto a quello che ci si poteva legittimamente attendere da quest’anno né, soprattutto, rispetto a quanto ci attenderà il prossimo anno.
Innanzitutto i dati, pubblicati nella mattinata di ieri dall’Istat. Il Pil italiano sale dello 0,5% rispetto al trimestre precedente e nella misura del 2,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Aumentano anche i consumi, che per gli analisti dell’istituto nazionale di statistica sono saliti dell’1,8%. Si è incrementata anche la quota di investimenti fissi lordi, al +0,8%. Le importazioni corrono ancora (+4,2%), le esportazioni segnano il passo (+0.1%). A trascinare il Pil sono gli italiani. La domanda nazionale, infatti, ha contributo alla crescita del Pil per l’1,6% e i servizi, trascinati specialmente da Horeca, ristoranti e alberghi, festeggiano segnando un incoraggiante +0,9% nel loro valore aggiunto.
Dopo le note liete, arriva il contrappunto delle cattive notizie.
La domanda estera è capitombolata facendo segnare un andamento negativo (-1,3%). Contestualmente, arretrano il settore primario e quello secondario. L’agricoltura perde l’1,4% del suo valore aggiunto, l’industria fa segnare -0,9 per cento per lo stesso parametro. Non è certo il migliore dei risultati possibili, specialmente in vista dell’anno nero che si prospetta all’orizzonte.
Dalla performance di quest’anno e del prossimo, infatti, sarebbe dipeso il recupero dell’economia italiana dopo il drammatico tonfo del Pil registratosi nel 2020 a causa della pandemia. Due anni fa, difatti, il prodotto interno lordo italiano ha perduto quasi nove punti (-8,9%), economicamente un disastro di dimensioni enormi. Un crollo verticale che, peraltro, s’era presentato dopo un anno di sicuro non entusiasmante sotto il profilo economico e finanziario come era stato il 2019, quando il Pil italiano era salito appena dello 0,4%. Il recupero non è stato elastico così come ci si attendeva. E infatti, nel 2021, il prodotto interno lordo italiano ha sì ripreso terreno (+6,6%) ma non ha riguadagnato tutto il terreno perduto per la pandemia. Ci si attendeva l’esplosione per questo e per l’anno dopo. Il governo Draghi, infatti, aveva immaginato un aumento del Pil, per il 2022, nell’ordine di quattro punti. Una stima tutto sommato prudente, quella messa nero su bianco sulla Nadef del bilancio redatto dall’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce. Si immaginava, infatti, che l’onda lunga del rimbalzo economico si sarebbe ripercossa anche nel 2023. Quando l’Italia avrebbe riguadagnato con gli interessi le perdite del 2020 e la crescita mancata degli anni trascorsi a recuperare quanto s’era perduto al tempo del lockdown.
Ormai, più che una speranza, una pia illusione. Difatti c’è una sola cosa che mette d’accordo tutti gli osservatori, in Italia e in Europa: l’avvento, annunciatissimo, della recessione per il 2023. Tutto sta, adesso, a capire quale sarà l’entità del nuovo stop per l’economia nazionale e per quelle europee e occidentali a cui è legata. Ci si prepara, insomma, a una nuova crisi senza essere del tutto usciti da quella precedente. Si è usciti dal Covid per entrare direttamente nella guerra tra Ucraina e Russia. Siamo cresciuti, ma non abbastanza forse da poter affrontare il 2023 senza eccessivi patemi d’animo.

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