Crisi alimentare, la via del grano arriva in Italia

La via del grano, interrotta nel porto di Odessa dove sono bloccati 22 milioni di tonnellate, può trovare nuove tappe in Europa e in Italia? Ha qualche chance la decisione della Commissione Ue, adottata due mesi fa per consentire agli Stati membri di derogare al greening, il vincolo di bypassare l’obbligo del riposo dei terreni, per spingere fuori dai territori di guerra la produzione agricola su ulteriori 4 milioni di ettari? Domande che qui da noi, nonostante la disponibilità della filiera agricola, stentano a trovare un quadro certo di risposte.

Gli entusiasmi, all’epoca della decisione comunitaria, erano stati molti, e anche fondati su numeri, dati e proiezioni. Li aveva forniti Coldiretti, dopo un colloquio con il ministro dell’Agricoltura Patuanelli. Lo scenario normativo di partenza appare, infatti, una vera e propria svolta, che peraltro inverte la rotta della politica agricola comune di pochi mesi fa e della strategia “Farm to Fork”. Dove puntare, in Italia? Su 10.500 ettari in Campania, 11mila in Lombardia, 12.300 in Veneto, 17.544 in Piemonte e 20mila in Emilia Romagna. Ma anche 5mila ettari nel Lazio e 3mila in Abruzzo. Un totale di 200.000 su un totale di 4 milioni in Europa.

Un’opzione, secondo le previsioni di Coldiretti, che potrebbe consentire una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e di grano tenero per la panificazione, per combattere la dipendenza dai mercati orientali, da cui arriva il 47% del mais per il bestiame, il 35% del grano duro per la pasta e il 64% del grano tenero per il pane. In previsione, aveva fatto ipotizzare Ettore Prandini, vertice dell’organizzazione, un aumento di almeno 5 volte con la messa a coltura di un milione di ettari lasciati incolti per l’insufficiente redditività.

Di un possibile “reshoring” agricolo, una rilocalizzazione delle produzioni, si discute da mesi. Una recente analisi ISPI ha letto l’ipotesi nel confronto tra Italia e Stati Uniti. Fabio Marazzi e Andrea Noris definiscono la quota riservata al nostro Paese di 200mila ettari “una sfida ambiziosa” in relazione alle condizioni di mercato precedenti alla guerra in Ucraina. Pur concedendo che quest’azione darebbe la possibilità di “contribuire alla crescita e al reshoring di parte della produzione agricola precedentemente importata, se accompagnata da nuove misure quali un ampliamento degli accordi di filiera al fine di stabilizzare il livello dei prezzi”.

Preoccupazione che non riguarda gli Stati Uniti, dove lo scenario appare diverso. I due analisti rilevano nel Paese un impegno dell’Amministrazione Biden ad aumentare il numero di contee ammissibili alla cosiddetta “assicurazione sul double cropping”, il doppio raccolto. E a risolvere quindi il puzzle di una situazione nella quale gli agricoltori, pur incentivati alla pratica del doppio utilizzo del terreno, vorrebbero ovviamente continuare ad essere garantiti dall’assicurazione.

La via del grano, interrotta nel porto di Odessa dove sono bloccati 22 milioni di tonnellate, può trovare nuove tappe in Europa e in Italia? Ha qualche chance la decisione della Commissione Ue, adottata due mesi fa per consentire agli Stati membri di derogare al greening, il vincolo di bypassare l’obbligo del riposo dei terreni, per spingere fuori dai territori di guerra la produzione agricola su ulteriori 4 milioni di ettari? Domande che qui da noi, nonostante la disponibilità della filiera agricola, stentano a trovare un quadro certo di risposte.

Gli entusiasmi, all’epoca della decisione comunitaria, erano stati molti, e anche fondati su numeri, dati e proiezioni. Li aveva forniti Coldiretti, dopo un colloquio con il ministro dell’Agricoltura Patuanelli. Lo scenario normativo di partenza appare, infatti, una vera e propria svolta, che peraltro inverte la rotta della politica agricola comune di pochi mesi fa e della strategia “Farm to Fork”. Dove puntare, in Italia? Su 10.500 ettari in Campania, 11mila in Lombardia, 12.300 in Veneto, 17.544 in Piemonte e 20mila in Emilia Romagna. Ma anche 5mila ettari nel Lazio e 3mila in Abruzzo. Un totale di 200.000 su un totale di 4 milioni in Europa.

Un’opzione, secondo le previsioni di Coldiretti, che potrebbe consentire una produzione aggiuntiva di circa 15 milioni di quintali di mais per gli allevamenti, di grano duro per la pasta e di grano tenero per la panificazione, per combattere la dipendenza dai mercati orientali, da cui arriva il 47% del mais per il bestiame, il 35% del grano duro per la pasta e il 64% del grano tenero per il pane. In previsione, aveva fatto ipotizzare Ettore Prandini, vertice dell’organizzazione, un aumento di almeno 5 volte con la messa a coltura di un milione di ettari lasciati incolti per l’insufficiente redditività.

Di un possibile “reshoring” agricolo, una rilocalizzazione delle produzioni, si discute da mesi. Una recente analisi ISPI ha letto l’ipotesi nel confronto tra Italia e Stati Uniti. Fabio Marazzi e Andrea Noris definiscono la quota riservata al nostro Paese di 200mila ettari “una sfida ambiziosa” in relazione alle condizioni di mercato precedenti alla guerra in Ucraina. Pur concedendo che quest’azione darebbe la possibilità di “contribuire alla crescita e al reshoring di parte della produzione agricola precedentemente importata, se accompagnata da nuove misure quali un ampliamento degli accordi di filiera al fine di stabilizzare il livello dei prezzi”.

Preoccupazione che non riguarda gli Stati Uniti, dove lo scenario appare diverso. I due analisti rilevano nel Paese un impegno dell’Amministrazione Biden ad aumentare il numero di contee ammissibili alla cosiddetta “assicurazione sul double cropping”, il doppio raccolto. E a risolvere quindi il puzzle di una situazione nella quale gli agricoltori, pur incentivati alla pratica del doppio utilizzo del terreno, vorrebbero ovviamente continuare ad essere garantiti dall’assicurazione.

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