Crisi Bosch Bari, i sindacati chiedono un tavolo al Mise

La Bosch formalizza la crisi dello stabilimento di Bari e i sindacati chiamano a gran voce il Ministero dello Sviluppo Economico perché apra un tavolo di trattative con l’azienda. E’ il risultato dell’incontro odierno, convocato dalla Regione Puglia, tra sindacati e direzione aziendale, che ha annunciato un piano che prevede 700 esuberi in cinque anni su un totale di 1700 addetti nella più grande tra le officine in Italia. Il taglio è dovuto all’accelerazione sulle auto elettriche, che ha completamente spiazzato il gruppo che aveva destinato l”80% della produzione del sito barese alle motorizzazioni diesel, destinate a scomparire.

I numeri parlano di una forte contrazione della produzione ma per i sindacati “la situazione è perfino più grave perché è a rischio la sopravvivenza stessa della fabbrica. Le missioni produttive non diesel infatti saranno in grado di dare lavoro a non più di 450 persone, mettendo oggettivamente a repentaglio l’esistenza stessa dello stabilimento”, è la denuncia del segretario nazionale Uilm, Gianluca Ficco”.

Ma per la Fim Cisl lo scenario è addirittura più preoccupante: altri 500 esuberi potrebbero arrivare infatti entro il 2035, generando una situazione che potrebbe portare addirittura alla chiusura della fabbrica, che già negli ultimi anni ha registrato una perdita dei livelli occupazionali. Ecco perché l’annuncio della Bosch viene considerato inaccettabile e si chiama in causa il Ministero: “Il 23 giugno scorso – ricorda il segretario nazionale Fim Cisl Ferdinando Uliano – nel primo incontro del tavolo automotive al Mise abbiamo sollecitato direttamente il Ministro Giorgetti ad intervenire convocando alcuni grandi gruppi della componentistica dell’auto, che già avevano esplicitato il rischio occupazionale per oltre 4.000 lavoratori, per costruire, con risorse finanziarie previste per la transizione ecologica, un piano di reindustrializzazione per salvare l’occupazione ed impedire la desertificazione industriale. Ma da quella data siamo rimasti inascoltati dal Mise”.

La soluzione, secondo le sigle sindacali, ci sarebbe: “Il Pnrr – dicono – mette a disposizione fondi per la transizione e energetica e la mobilità, serve che il governo chiarisca quali potenzialità possono essere messe in campo, nello stesso tempo è indispensabile chiedere alla casa madre Bosch, quali risorse economiche è disposta ad investire su Bari per la riconversione produttiva. Ecco perché chiediamo l’apertura di un tavolo ad hoc al ministero dello sviluppo dove il gruppo dovrà presentare un piano di reindustrializzazione del plant, che consenta di azzerare gli esuberi denunciati evidenziando gli investimenti e le risorse finanziarie necessarie”.

La Bosch formalizza la crisi dello stabilimento di Bari e i sindacati chiamano a gran voce il Ministero dello Sviluppo Economico perché apra un tavolo di trattative con l’azienda. E’ il risultato dell’incontro odierno, convocato dalla Regione Puglia, tra sindacati e direzione aziendale, che ha annunciato un piano che prevede 700 esuberi in cinque anni su un totale di 1700 addetti nella più grande tra le officine in Italia. Il taglio è dovuto all’accelerazione sulle auto elettriche, che ha completamente spiazzato il gruppo che aveva destinato l”80% della produzione del sito barese alle motorizzazioni diesel, destinate a scomparire.

I numeri parlano di una forte contrazione della produzione ma per i sindacati “la situazione è perfino più grave perché è a rischio la sopravvivenza stessa della fabbrica. Le missioni produttive non diesel infatti saranno in grado di dare lavoro a non più di 450 persone, mettendo oggettivamente a repentaglio l’esistenza stessa dello stabilimento”, è la denuncia del segretario nazionale Uilm, Gianluca Ficco”.

Ma per la Fim Cisl lo scenario è addirittura più preoccupante: altri 500 esuberi potrebbero arrivare infatti entro il 2035, generando una situazione che potrebbe portare addirittura alla chiusura della fabbrica, che già negli ultimi anni ha registrato una perdita dei livelli occupazionali. Ecco perché l’annuncio della Bosch viene considerato inaccettabile e si chiama in causa il Ministero: “Il 23 giugno scorso – ricorda il segretario nazionale Fim Cisl Ferdinando Uliano – nel primo incontro del tavolo automotive al Mise abbiamo sollecitato direttamente il Ministro Giorgetti ad intervenire convocando alcuni grandi gruppi della componentistica dell’auto, che già avevano esplicitato il rischio occupazionale per oltre 4.000 lavoratori, per costruire, con risorse finanziarie previste per la transizione ecologica, un piano di reindustrializzazione per salvare l’occupazione ed impedire la desertificazione industriale. Ma da quella data siamo rimasti inascoltati dal Mise”.

La soluzione, secondo le sigle sindacali, ci sarebbe: “Il Pnrr – dicono – mette a disposizione fondi per la transizione e energetica e la mobilità, serve che il governo chiarisca quali potenzialità possono essere messe in campo, nello stesso tempo è indispensabile chiedere alla casa madre Bosch, quali risorse economiche è disposta ad investire su Bari per la riconversione produttiva. Ecco perché chiediamo l’apertura di un tavolo ad hoc al ministero dello sviluppo dove il gruppo dovrà presentare un piano di reindustrializzazione del plant, che consenta di azzerare gli esuberi denunciati evidenziando gli investimenti e le risorse finanziarie necessarie”.

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