Da Circeo non si salva nessuno

La strage nella strage. Perché quando si massacra un pezzo di storia, altri termini si fa fatica a trovarli. E l’inutilità totale di un prodotto che non porta nulla, anzi se può toglie qualcosa. Al vero, quantomeno.
Se uno avesse voluto rititolare la serie, anziché Circeo, battezzandola “Eravano tre fascisti al bar”, ne sarebbe uscito meglio. Perché di quel massacro orrendo si sapeva a sufficienza dalle fonti giornalistiche, senza che una regia maldestra lo traducesse una serie infelice che fa acqua da tutte le parti.
Loro tre erano cosiddetti fascio bar, ossia tre fascistelli, giovani, ricchi, sbruffoni, un po’ sì, come li hanno raccontati, ma tendenzialmente, non è vero che facessero politica o che fossero dei militanti. Non li conosceva nessuno negli ambienti. Sono andati in galera prestissimo (gli unici due che ci sono andati, perché un altro era riuscito a scappare e latitare), nel 1975, quindi poi era matematicamente impossibile che avessero fatto in tempo a partecipare, come si è voluto far intendere in modo forzato, alle attività della destra giovanile dell’epoca.
Che fosse destra estrema, o moderata, poco conta: non stavano né di lì, né di là. Cretini? Ignoranti? Schifati sempre da tutti, mai presi in considerazione, persone che di fatto contavano nulla, sia che si trattasse di storia politica del Movimento Sociale Italiano, che se si andasse a scavare nei gruppi, gruppetti e gruppucoli che gravitavano intorno a un’idea. Nulla di questo è confermato dalla storia. Inversamente proporzionale, invece, alla narrazione, che vuole che i protagonisti siano i protagonisti più che di una strage, di un’idea da condannare.
Il fatto che fossero mostri assassini, passa quasi in secondo piano per far spazio alla faziosità dello storytelling, che li vuole anzitutto fascisti poi assassini e non assassini e poi anche fascisti.
Perché il tema qui non è la strage del Circeo (poveracce, ovvio, le vittime) che viene trattata da sfondo ma non sfonda in nulla: agghiacciante, fatta male, inutile. E che non ha dato alcuno spunto investigativo, nessun approfondimento, recitata male, non si salva nessuno e quel poco sul quale tentano di metter bocca è un susseguirsi di adulteri alla verità che a un certo punto viene da guardare fino all’ultima puntata solo per vedere fin dove ci si vuole spingere, pur di non raccontare le cose come stanno.
Siamo nel 1975, quartiere popolare della Montagnola a Roma: Donatella Colasanti (Ambrosia Caldarelli) e Rosaria Lopez (Adalgisa Manfrida), due adolescenti piene di vita e di sogni, si preparano per uscire con dei ragazzi della Roma bene, da poco conosciuti. Quando accettano di accompagnarli a una festa al mare, non si immaginano certo che quella gita presto diventerà un incubo: sequestrate, picchiate e violentate per ore in una villa al Circeo, verranno infine rinchiuse nel bagagliaio di una macchina perché credute morte. La mattina del 1° ottobre, i giornali, le televisioni, le radio aprono tutti con la stessa notizia: in un’auto a viale Pola sono state trovate due ragazze. Nude. Avvolte nelle coperte. Una è morta. L’altra è viva: Donatella. Il delitto del Circeo scuote l’Italia. Prima di morire di cancro, Donatella sarà candidata da Alleanza Nazionale
Lo spaccato della società dell’epoca? Non pervenuto. Lo spaccato sugli anni di piombo? Non arriva. Uno spaccato sul femminismo? Manco per idea. Non sto a dire cosa si spacca man mano che si va avanti con la visione, perché è intuibile.
E non è nemmeno supportato da quel che che intrattiene, vadasi a cercare tra fotografia (mediocre), regia (poca roba), interpretazioni (lasciamo perdere). E non c’è nemmeno quell’approfondimento sui personaggi che può affascinare, benché si parli di assassini e belve feroci.
Quando poi la si vuole buttare sotto la lente d’ingrandimento della politica, ecco che si aprono le sbarre delle bestialità.
La storia è così. Ma non è stata raccontata manco così, ossia quella che poteva raccontare pezzi di vita pariolina degli anni 70, di gente allo spreco contro le povere borgatare che poi son volate troppo presto al Creatore, pace all’anima loro. Così forse avrebbe avuto un senso. Ma manca tutto, a partire dagli ingredienti base. Se la vede un ragazzo di sedici anni a cui un genitore vuol far vedere un pezzo di storia italiana, far conoscere quel clima, quei processi, quel mondo orrendo, finisce la serie con un punto interrogativo.

La strage nella strage. Perché quando si massacra un pezzo di storia, altri termini si fa fatica a trovarli. E l’inutilità totale di un prodotto che non porta nulla, anzi se può toglie qualcosa. Al vero, quantomeno.
Se uno avesse voluto rititolare la serie, anziché Circeo, battezzandola “Eravano tre fascisti al bar”, ne sarebbe uscito meglio. Perché di quel massacro orrendo si sapeva a sufficienza dalle fonti giornalistiche, senza che una regia maldestra lo traducesse una serie infelice che fa acqua da tutte le parti.
Loro tre erano cosiddetti fascio bar, ossia tre fascistelli, giovani, ricchi, sbruffoni, un po’ sì, come li hanno raccontati, ma tendenzialmente, non è vero che facessero politica o che fossero dei militanti. Non li conosceva nessuno negli ambienti. Sono andati in galera prestissimo (gli unici due che ci sono andati, perché un altro era riuscito a scappare e latitare), nel 1975, quindi poi era matematicamente impossibile che avessero fatto in tempo a partecipare, come si è voluto far intendere in modo forzato, alle attività della destra giovanile dell’epoca.
Che fosse destra estrema, o moderata, poco conta: non stavano né di lì, né di là. Cretini? Ignoranti? Schifati sempre da tutti, mai presi in considerazione, persone che di fatto contavano nulla, sia che si trattasse di storia politica del Movimento Sociale Italiano, che se si andasse a scavare nei gruppi, gruppetti e gruppucoli che gravitavano intorno a un’idea. Nulla di questo è confermato dalla storia. Inversamente proporzionale, invece, alla narrazione, che vuole che i protagonisti siano i protagonisti più che di una strage, di un’idea da condannare.
Il fatto che fossero mostri assassini, passa quasi in secondo piano per far spazio alla faziosità dello storytelling, che li vuole anzitutto fascisti poi assassini e non assassini e poi anche fascisti.
Perché il tema qui non è la strage del Circeo (poveracce, ovvio, le vittime) che viene trattata da sfondo ma non sfonda in nulla: agghiacciante, fatta male, inutile. E che non ha dato alcuno spunto investigativo, nessun approfondimento, recitata male, non si salva nessuno e quel poco sul quale tentano di metter bocca è un susseguirsi di adulteri alla verità che a un certo punto viene da guardare fino all’ultima puntata solo per vedere fin dove ci si vuole spingere, pur di non raccontare le cose come stanno.
Siamo nel 1975, quartiere popolare della Montagnola a Roma: Donatella Colasanti (Ambrosia Caldarelli) e Rosaria Lopez (Adalgisa Manfrida), due adolescenti piene di vita e di sogni, si preparano per uscire con dei ragazzi della Roma bene, da poco conosciuti. Quando accettano di accompagnarli a una festa al mare, non si immaginano certo che quella gita presto diventerà un incubo: sequestrate, picchiate e violentate per ore in una villa al Circeo, verranno infine rinchiuse nel bagagliaio di una macchina perché credute morte. La mattina del 1° ottobre, i giornali, le televisioni, le radio aprono tutti con la stessa notizia: in un’auto a viale Pola sono state trovate due ragazze. Nude. Avvolte nelle coperte. Una è morta. L’altra è viva: Donatella. Il delitto del Circeo scuote l’Italia. Prima di morire di cancro, Donatella sarà candidata da Alleanza Nazionale
Lo spaccato della società dell’epoca? Non pervenuto. Lo spaccato sugli anni di piombo? Non arriva. Uno spaccato sul femminismo? Manco per idea. Non sto a dire cosa si spacca man mano che si va avanti con la visione, perché è intuibile.
E non è nemmeno supportato da quel che che intrattiene, vadasi a cercare tra fotografia (mediocre), regia (poca roba), interpretazioni (lasciamo perdere). E non c’è nemmeno quell’approfondimento sui personaggi che può affascinare, benché si parli di assassini e belve feroci.
Quando poi la si vuole buttare sotto la lente d’ingrandimento della politica, ecco che si aprono le sbarre delle bestialità.
La storia è così. Ma non è stata raccontata manco così, ossia quella che poteva raccontare pezzi di vita pariolina degli anni 70, di gente allo spreco contro le povere borgatare che poi son volate troppo presto al Creatore, pace all’anima loro. Così forse avrebbe avuto un senso. Ma manca tutto, a partire dagli ingredienti base. Se la vede un ragazzo di sedici anni a cui un genitore vuol far vedere un pezzo di storia italiana, far conoscere quel clima, quei processi, quel mondo orrendo, finisce la serie con un punto interrogativo.

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