Da Woodstock a Gorbaciov, se ne va il grande Novecento

Elisabetta chiude il Novecento. Gli anni in cui il suo faccione appariva in tv per il continente erano quelli dell’abbondanza, dell’integrazione, quelli in cui, con ogni mezzo possibile, si cercava di abbattere ogni tipo di barriera, sia politica che culturale. A parte qualche parentesi negativa e la recente pandemia, possiamo parlare di stagione “felice”. La fine della monarca, nota appunto per charme e positività, invece, è la piena realizzazione di un cambiamento che va in direzione opposta. La morte di Michail Gorbaciov, l’uomo che ha abbattuto i muri, già era un monito in tal senso. La fine dell’Urss è ormai solo un ricordo. Il Cremlino torna ad allontanarsi dall’Occidente. Altra morte simbolica quella di Ciriaco De Mita. Pur essendo meno noto dei precedenti illustri citati, il re della Magna Grecia, come lo definiva Agnelli, è stato il primo grande erede della Dc di De Gasperi, tanto amata dagli americani, a instaurare un’amicizia col capo mondiale dei comunisti. Di quella classe dirigente, in Italia, come in Francia, purtroppo non c’è neanche il lontano ricordo. Stesso discorso vale per quei giganti della diplomazia. La morte di Colin Powell, il segretario di Stato della Casa Bianca ai tempi di Bush, avvenuta circa un annetto fa, ne è la prova. Questo personaggio, a volte dimenticato dalla storia, aveva messo sul piatto d’argento di Obama quel piano di pacificazione globale, poi rivelatosi un successo per il primo presidente di origini afroamericane. Sinonimo di grandi trasformazioni anche la scomparsa di Michael Lang, avvenuta a inizio anno. Stiamo parlando dell’ideatore di Woodstock, quel grande festival delle libertà, diventato un vero e proprio manuale per chi intende superare ogni barriera ideologica. Quel tipo di divertimento per i giovani dell’iPhone non è mai esistito. Cambia finanche il modo di raccontare i concerti sul prato. Senza Piero Angela, ad esempio, un’intera scuola di narratori della storia sarà messa definitivamente in soffitta. Nell’era post Elisabetta, di sicuro, non si potrà più ascoltare il sirtaki di Theodorakis o pensare di avere compositori come Morricone. Quelle musiche saranno solo il simbolo di un Novecento che con la regina è terminato. 

Elisabetta chiude il Novecento. Gli anni in cui il suo faccione appariva in tv per il continente erano quelli dell’abbondanza, dell’integrazione, quelli in cui, con ogni mezzo possibile, si cercava di abbattere ogni tipo di barriera, sia politica che culturale. A parte qualche parentesi negativa e la recente pandemia, possiamo parlare di stagione “felice”. La fine della monarca, nota appunto per charme e positività, invece, è la piena realizzazione di un cambiamento che va in direzione opposta. La morte di Michail Gorbaciov, l’uomo che ha abbattuto i muri, già era un monito in tal senso. La fine dell’Urss è ormai solo un ricordo. Il Cremlino torna ad allontanarsi dall’Occidente. Altra morte simbolica quella di Ciriaco De Mita. Pur essendo meno noto dei precedenti illustri citati, il re della Magna Grecia, come lo definiva Agnelli, è stato il primo grande erede della Dc di De Gasperi, tanto amata dagli americani, a instaurare un’amicizia col capo mondiale dei comunisti. Di quella classe dirigente, in Italia, come in Francia, purtroppo non c’è neanche il lontano ricordo. Stesso discorso vale per quei giganti della diplomazia. La morte di Colin Powell, il segretario di Stato della Casa Bianca ai tempi di Bush, avvenuta circa un annetto fa, ne è la prova. Questo personaggio, a volte dimenticato dalla storia, aveva messo sul piatto d’argento di Obama quel piano di pacificazione globale, poi rivelatosi un successo per il primo presidente di origini afroamericane. Sinonimo di grandi trasformazioni anche la scomparsa di Michael Lang, avvenuta a inizio anno. Stiamo parlando dell’ideatore di Woodstock, quel grande festival delle libertà, diventato un vero e proprio manuale per chi intende superare ogni barriera ideologica. Quel tipo di divertimento per i giovani dell’iPhone non è mai esistito. Cambia finanche il modo di raccontare i concerti sul prato. Senza Piero Angela, ad esempio, un’intera scuola di narratori della storia sarà messa definitivamente in soffitta. Nell’era post Elisabetta, di sicuro, non si potrà più ascoltare il sirtaki di Theodorakis o pensare di avere compositori come Morricone. Quelle musiche saranno solo il simbolo di un Novecento che con la regina è terminato. 

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