Da Yellowstone a Outer Range, perché il western ci piace ancora così tanto?

A cosa pensate quando sentite la parola western? Il dizionario politicamente corretto vorrebbe che al solo suono della parola inorridissimo, spettro com’è di tempi oscuri quando homo homini lupus era la legge sovrana, e la lotta per la sopravvivenza non teneva conto di sentimenti come la pietà. Eppure è proprio questo, l’epos della frontiera, primordiale e privo di sovrastrutture, che permette al western di funzionare ancora. E funzionare bene. Esempio lampante di questo è l’acclamata serie Yellowstone, creata da Taylor Sheridan (Sicario, Hell or High Water, I segreti di Wind River), con protagonista Kevin Costner. Scelta di certo non casuale, visto che è stato proprio lui con Balla coi lupi a traghettare il genere nel nuovo millennio. Costner veste i panni di John Dutton, cupo patriarca di uno sconfinato ranch del Montana, proprietà che è sua per diritto ereditario, strappata con le unghie e coi denti dai suoi avi a indiani e bestie pericolose. Sebbene sia ambientata ai nostri giorni, Yellowstone è una serie d’altri tempi. Perché il western segue percorsi immutabili e chiari: è declinabile all’infinito. E’ la storia di “noi contro di voi”, laddove “voi” sta per indiani, yankees, materialisti. A volte, il nemico si nasconde in casa: è un figlio (come per John Dutton) che non ha scelto il percorso del padre, anzi, ha tradito la sua stirpe sposando un’indiana. Il nemico è anche il nuovo: lo speculatore, il capo indiano arrivista. Eppure sono tutti giganti: perché l’epopea dell’Ovest vuole eroi, anche quando sono negativi. E il pubblico lo ama di nuovo, o per meglio dire lo ama ancora: Yellowstone è arrivato alla quinta serie ed è approdato in prima serata su La7. Lo ama (ancora) anche la critica: vedi Il potere del cane, film del 2021 scritto e diretto da Jane Campion, che ha conquistato sia il Leon d’Oro che l’Oscar come miglior film. Last but not least prodotto della rinascita (o della definitiva affermazione, visto che prima ancora c’è stato il successo di Godless) del western nei nuovi anni ’20 è Outer Range. La serie, alla sua prima stagione, racconta la rivalità fra la famiglia Abbott e i Tillerson, proprietari di due ranch vicini, ma molto diversi tra di loro. Come in Yellowstone, si combatte per conquistare e mantenere la terra. Ma le similitudini si fermano qui, perché appare il mistero: e Outer Range si trasforma in thriller. Anzi, diventa fantascienza. Un po’ Lovecraft un po’ Twin Peaks, ecco apparire una caverna misteriosa dagli altrettanto misteriosi effetti. Perché questo balzo narrativo funziona così bene in Outer Range? Semplice: perché a dargli “credibilità” è l’elemento western. Amelia County, paesino sperduto del Wyoming, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo, proprio come la faccia del cowboy Josh Brolin. E se questo non è western perché ha elementi sci-fi, visto l’ottimo risultato, non resta che dire: “è morto il western, viva il western”.

A cosa pensate quando sentite la parola western? Il dizionario politicamente corretto vorrebbe che al solo suono della parola inorridissimo, spettro com’è di tempi oscuri quando homo homini lupus era la legge sovrana, e la lotta per la sopravvivenza non teneva conto di sentimenti come la pietà. Eppure è proprio questo, l’epos della frontiera, primordiale e privo di sovrastrutture, che permette al western di funzionare ancora. E funzionare bene. Esempio lampante di questo è l’acclamata serie Yellowstone, creata da Taylor Sheridan (Sicario, Hell or High Water, I segreti di Wind River), con protagonista Kevin Costner. Scelta di certo non casuale, visto che è stato proprio lui con Balla coi lupi a traghettare il genere nel nuovo millennio. Costner veste i panni di John Dutton, cupo patriarca di uno sconfinato ranch del Montana, proprietà che è sua per diritto ereditario, strappata con le unghie e coi denti dai suoi avi a indiani e bestie pericolose. Sebbene sia ambientata ai nostri giorni, Yellowstone è una serie d’altri tempi. Perché il western segue percorsi immutabili e chiari: è declinabile all’infinito. E’ la storia di “noi contro di voi”, laddove “voi” sta per indiani, yankees, materialisti. A volte, il nemico si nasconde in casa: è un figlio (come per John Dutton) che non ha scelto il percorso del padre, anzi, ha tradito la sua stirpe sposando un’indiana. Il nemico è anche il nuovo: lo speculatore, il capo indiano arrivista. Eppure sono tutti giganti: perché l’epopea dell’Ovest vuole eroi, anche quando sono negativi. E il pubblico lo ama di nuovo, o per meglio dire lo ama ancora: Yellowstone è arrivato alla quinta serie ed è approdato in prima serata su La7. Lo ama (ancora) anche la critica: vedi Il potere del cane, film del 2021 scritto e diretto da Jane Campion, che ha conquistato sia il Leon d’Oro che l’Oscar come miglior film. Last but not least prodotto della rinascita (o della definitiva affermazione, visto che prima ancora c’è stato il successo di Godless) del western nei nuovi anni ’20 è Outer Range. La serie, alla sua prima stagione, racconta la rivalità fra la famiglia Abbott e i Tillerson, proprietari di due ranch vicini, ma molto diversi tra di loro. Come in Yellowstone, si combatte per conquistare e mantenere la terra. Ma le similitudini si fermano qui, perché appare il mistero: e Outer Range si trasforma in thriller. Anzi, diventa fantascienza. Un po’ Lovecraft un po’ Twin Peaks, ecco apparire una caverna misteriosa dagli altrettanto misteriosi effetti. Perché questo balzo narrativo funziona così bene in Outer Range? Semplice: perché a dargli “credibilità” è l’elemento western. Amelia County, paesino sperduto del Wyoming, fa ormai parte del nostro immaginario collettivo, proprio come la faccia del cowboy Josh Brolin. E se questo non è western perché ha elementi sci-fi, visto l’ottimo risultato, non resta che dire: “è morto il western, viva il western”.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli