Dai Parioli con furore “Letta, er premier sono io”

Se Enrico Letta fa il front runner, Carlo Calenda, classe ’73, trombato alle politiche 2013 nella lista Monti e ripescato come ministro da Renzi e Gentiloni, è pronto dai suoi Parioli a lasciare pure Strasburgo per dare all’Italia “er premier”, la vera novità nel campo semi-stretto del centrosinistra che boccheggia e le prova tutte per stare a galla. Rampollo di buona famiglia, Calenda è il prototipo dell’omo novo, alla romana più che alla latina, sciorina un programma sempre più di destra ogni giorno che passa (gode fisicamente al solo passaggio di una nave rigassificatrice) ma è l’ultima ancora di salvezza della sinistra in questa per ora stravagante campagna elettorale. Deve essersi perso la scena in cui il front runner Letta spalancava i portoni del Pd a chiunque passasse per strada, ma – attenzione – con la richiesta che i suoi ipotetici alleati non ponessero veti. Ed ecco che er premier de noantri s’è presentato con un elenco di “no” da far accapponare la pelle. Uno su tutti Conte, i Cinque stelle, e pure l’ex pupillo di Beppe Grillo Giggino Di Maio, che ha fatto un’abiura a 360 gradi che nemmeno ai tempi della Santa Inquisizione. Non bastasse, l’ex candidato a sindaco di Roma che con la sua lista “Azione” ha preso davvero più voti del Pd ma alla fine il sindaco lo fa Roberto Gualtieri, chitarra alla mano, rifiuti in strada, consulenze alle stelle, ha fatto una di quelle capriole a cui ci aveva abituati il suo vecchio ex mentore Matteo Renzi. E’ arrivato dicendo che serviva un’alleanza tecnica, poi ha detto al leader del Pd Letta che se Mario Draghi non ci sarà (e visto che se ne è andato pur con una super maggioranza sembra scontato dirlo) ecco che Letta, il campo largo o stretto, i centomila volontari del Pd ecc. ecc. non hanno per lui alcuna importanza. “Se Draghi si sfila, il premier lo faccio io”. Eccolo pronto er premier. Colui che, nonostante preferisca evitare etichette, ha dichiarato di essere di centro-sinistra, ma anche liberalsocialista, ma poi pure socialdemocratico liberale, secondo la vecchia idea da Bacio Perugina che progresso e uguaglianza debbano stare insieme.

Per Letta è un peso enorme, ma bisogna ammettere che er premier de noantri ha giocato bene le sue carte. Perché se salta anche questa alleanza, il Pd ormai in crisi di anima e di idee davvero potrebbe essere smantellato dalla destra a trazione Meloni, Salvini e Renzi. Per cui Calenda sa di essere indispensabile, benché non ancora sufficiente, e la spara più alta di Letta: il secondo appunto front runner, il primo premier al posto di Draghi. E se il segretario Dem è tentato (“siamo obbligati a fare alleanze”) il fatto che Calenda agli ultimatum o ai favori non ci stia è dimostrato proprio dalla sicumera con cui si è candidato a presidente del Consiglio spiazzando Letta e facendo infuriare, secondo i sondaggi, quasi la metà degli iscritti del Pd.

Ma cosa ti potevi aspettare da uno che sceglie Che tempo che fa di Fabio Fazio per candidarsi sindaco di Roma, poi fa una campagna elettorale fra la sua gente (Parioli in primis ) e alla fine perde contro Roberto Gualtieri che a giudicare dall’ammasso di munnezza che c’è fuori dalle case e dal caos che versa a Roma sta per entrare nella classifica dei tre sindaci peggiori della storia dell’Urbe. Vabbé, facciamocene una ragione: er premier Calenda ci sarà in campagna elettorale e Letta cercherà di accontentarlo nelle liste uninominali, che in virtù del Rosatellum, sono l’unico posto della lista dove conta un minimo chi tu sia. E al tempo stesso dove lui conta di piazzare gli svariati pezzi del suo repertorio politico: da Mariastella Gelmini, la donna di Forza Italia che da ministro nel governo Berlusconi IV ha di fatto demolito la scuola pubblica con la sua riforma; fino a Mara Carfagna, per quasi tre decenni alla corte di Silvio. E ancora Renato Brunetta, l’uomo che ha ironizzato sulla pubblica amministrazione che guidava chiamando gli italiani “fannulloni”. Ma attenzione perché invece il suo voto al Pd è il no a Giggino Di Maio, suo acerrimo nemico dai tempi del ministero delle Attività produttive. E che non intende perdonare. Né tanto meno caricare.

Se Enrico Letta fa il front runner, Carlo Calenda, classe ’73, trombato alle politiche 2013 nella lista Monti e ripescato come ministro da Renzi e Gentiloni, è pronto dai suoi Parioli a lasciare pure Strasburgo per dare all’Italia “er premier”, la vera novità nel campo semi-stretto del centrosinistra che boccheggia e le prova tutte per stare a galla. Rampollo di buona famiglia, Calenda è il prototipo dell’omo novo, alla romana più che alla latina, sciorina un programma sempre più di destra ogni giorno che passa (gode fisicamente al solo passaggio di una nave rigassificatrice) ma è l’ultima ancora di salvezza della sinistra in questa per ora stravagante campagna elettorale. Deve essersi perso la scena in cui il front runner Letta spalancava i portoni del Pd a chiunque passasse per strada, ma – attenzione – con la richiesta che i suoi ipotetici alleati non ponessero veti. Ed ecco che er premier de noantri s’è presentato con un elenco di “no” da far accapponare la pelle. Uno su tutti Conte, i Cinque stelle, e pure l’ex pupillo di Beppe Grillo Giggino Di Maio, che ha fatto un’abiura a 360 gradi che nemmeno ai tempi della Santa Inquisizione. Non bastasse, l’ex candidato a sindaco di Roma che con la sua lista “Azione” ha preso davvero più voti del Pd ma alla fine il sindaco lo fa Roberto Gualtieri, chitarra alla mano, rifiuti in strada, consulenze alle stelle, ha fatto una di quelle capriole a cui ci aveva abituati il suo vecchio ex mentore Matteo Renzi. E’ arrivato dicendo che serviva un’alleanza tecnica, poi ha detto al leader del Pd Letta che se Mario Draghi non ci sarà (e visto che se ne è andato pur con una super maggioranza sembra scontato dirlo) ecco che Letta, il campo largo o stretto, i centomila volontari del Pd ecc. ecc. non hanno per lui alcuna importanza. “Se Draghi si sfila, il premier lo faccio io”. Eccolo pronto er premier. Colui che, nonostante preferisca evitare etichette, ha dichiarato di essere di centro-sinistra, ma anche liberalsocialista, ma poi pure socialdemocratico liberale, secondo la vecchia idea da Bacio Perugina che progresso e uguaglianza debbano stare insieme.

Per Letta è un peso enorme, ma bisogna ammettere che er premier de noantri ha giocato bene le sue carte. Perché se salta anche questa alleanza, il Pd ormai in crisi di anima e di idee davvero potrebbe essere smantellato dalla destra a trazione Meloni, Salvini e Renzi. Per cui Calenda sa di essere indispensabile, benché non ancora sufficiente, e la spara più alta di Letta: il secondo appunto front runner, il primo premier al posto di Draghi. E se il segretario Dem è tentato (“siamo obbligati a fare alleanze”) il fatto che Calenda agli ultimatum o ai favori non ci stia è dimostrato proprio dalla sicumera con cui si è candidato a presidente del Consiglio spiazzando Letta e facendo infuriare, secondo i sondaggi, quasi la metà degli iscritti del Pd.

Ma cosa ti potevi aspettare da uno che sceglie Che tempo che fa di Fabio Fazio per candidarsi sindaco di Roma, poi fa una campagna elettorale fra la sua gente (Parioli in primis ) e alla fine perde contro Roberto Gualtieri che a giudicare dall’ammasso di munnezza che c’è fuori dalle case e dal caos che versa a Roma sta per entrare nella classifica dei tre sindaci peggiori della storia dell’Urbe. Vabbé, facciamocene una ragione: er premier Calenda ci sarà in campagna elettorale e Letta cercherà di accontentarlo nelle liste uninominali, che in virtù del Rosatellum, sono l’unico posto della lista dove conta un minimo chi tu sia. E al tempo stesso dove lui conta di piazzare gli svariati pezzi del suo repertorio politico: da Mariastella Gelmini, la donna di Forza Italia che da ministro nel governo Berlusconi IV ha di fatto demolito la scuola pubblica con la sua riforma; fino a Mara Carfagna, per quasi tre decenni alla corte di Silvio. E ancora Renato Brunetta, l’uomo che ha ironizzato sulla pubblica amministrazione che guidava chiamando gli italiani “fannulloni”. Ma attenzione perché invece il suo voto al Pd è il no a Giggino Di Maio, suo acerrimo nemico dai tempi del ministero delle Attività produttive. E che non intende perdonare. Né tanto meno caricare.

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