Dalla resa dei conti alla resa di Conte

“La verifica. Roba di prima Repubblica”. Rimpasto? “Che bisogno c’è. Ho i migliori miniatri possibili”. Così, fino a pochi giorni fa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, rispondeva a chi gli faceva domande in proposito. Tra coronavirus e sessione di bilancio – e con il semestre bianco che inizierà la prossima estate – il premier sembrava viaggiare tranquillo fino alla fine della legislatura. Le critiche e le bordate di Matteo Renzi erano considerate dall’ex “avvocato del popolo” delle semplici intemperanze dovute alla necessità del leader di Italia Viva di acquistare maggiore visibilità sui media visti i sondaggi che attestano Iv intorno al 3 per cento nelle intenzioni di voto. Forte dell’appoggio di Pd e M5S, Conte ha proceduto per la sua strada, accentrando sempre più poteri a Palazzo Chigi, in particolare con i Dpcm, atti amministrativi che, di fatto, hanno esautorato oer mesi i poteri del Parlamento, provocando mugugni e proteste non solo tra le opposizioni, ma anche tra le fila della maggioranza. Ma come dice una vecchia massima, “il troppo stroppia” e il presidente del Consiglio ha fatto un passo più lungo della gamba tentando di avocare a se stesso la gestione dei 209 miliardi di euro che l’Unione Europea ha destinato all’Italia per superare la grave crisi economica e sociale che ha colpito il mondo intero ed il nostro Paese in particolare. Conte, convinto che bastasse coinvolgere nella scelta degli interventi da effettuare i ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri (PD), e dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli (M5S) per avere il sostegno dei due principali partiti della coalizione di governo alla sua “task force”, ha provocato l’ira di Renzi che è giunto perfino a minacciare di votare contro il bilancio se il premier non farà passi indietro coinvolgendo ministri (i migliori possibili) e Parlamento nelle decisioni sui progetti da finanziare per portare fuori l’Italia dal pantano della crisi economica e sociale. Un vero e proprio ultimatum che è stato un po’ attenuato negli ultimi giorni ma che sembra restare sempre in piedi. Né la minaccia di elezioni anticipate sembra frenare Renzi, il quale è sempre convinto che in questo Parlamento far nascere un nuovo governo è possibile. Viste anche le critiche dei capigruppo del Pd alla Camera, Graziano Del Rio, ed al Senato, Andrea Marcucci, ed anche il frastagliamento dei cinquestelle, che continuano a perdere pezzi, Conte ha quindi dovuto arrendersi alla verifica, che è appena iniziata. Come si svilupperà e come andrà a finire nessuno lo sa. Quello che è certo che il presidente del Consiglio ha dovuto arrendersi di fronte alle richieste sempre più pressanti di un cambiamento di linea e di maggiore coinvolgimento delle forze parlamentari ed è costretto ad un confronto difficile con i suoi sostenitori, sempre più tiepidi nei suoi confronti.  Cosa farà Conte? Andrà a vedere il gioco dei suoi critici, mantenendo “cabina di regia” e linea dirigistica di Palazzo Chigi o aprirà alle richieste dei suoi avversari-sostenitori di una maggiore collegialità con il coinvolgimento anche delle forze di opposizione disponibili a dare una mano per fare uscire dalle secche il nostro Paese (vedi Forza Italia ed anche la Lega, dopo la svolta “moderata” di Matteo Salvini)? Comunque sia, il presidente del Consiglio ne uscirà malconcio perché, se terrà la barra dritta e andrà avanti per la sua strada incurante delle richieste di correzione da parte di alcuni partiti della maggioranza,  potrebbe inciampare, nella migliore delle ipotesi, in qualche incidente parlamentare, il che significherebbe, soprattutto se accadesse su una votazione importante, la crisi di governo e la sua fuoriuscita da Palazzo Chigi. Se invece, come sembra probabile, farà marcia indietro e accetterà un rimpasto, con il ricambio di alcuni ministri, e accetterà che a definire il come ed il dove utilizzare i 209 miliardi di euro di provenienza Ue siano i partiti della maggioranza attraverso i propri rappresentanti in Consiglio dei ministri, ne uscirà fortemente ridimensionato perché, di fatto, avrebbe accettato il commissariamento della sua figura (in pratica, un ritorno al Conte-1, quando le decisioni più importanti spettavano ai suoi due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini). 

Come si evince, Conte si trova in grande difficoltà e non basta a proteggerlo il sostegno del Quirinale. Sergio Mattarella, infatti, non vuole alcuna crisi di governo in questa delicata fase, ma non può nemmeno accettare che si traccheggi in attesa dell’aiuto della provvidenza. Vanno prese delle decisioni e al più presto. L’Italia non può restare appesa alle dispute tra i partiti ed ai loro appetiti. Potrebbe infatti  crescere ancora di più il malcontento che già serpeggia in ogni angolo della Penisola. Ed una rivolta sociale non è negli auspici di nessuno.

 

Giuseppe Leone

“La verifica. Roba di prima Repubblica”. Rimpasto? “Che bisogno c’è. Ho i migliori miniatri possibili”. Così, fino a pochi giorni fa il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, rispondeva a chi gli faceva domande in proposito. Tra coronavirus e sessione di bilancio – e con il semestre bianco che inizierà la prossima estate – il premier sembrava viaggiare tranquillo fino alla fine della legislatura. Le critiche e le bordate di Matteo Renzi erano considerate dall’ex “avvocato del popolo” delle semplici intemperanze dovute alla necessità del leader di Italia Viva di acquistare maggiore visibilità sui media visti i sondaggi che attestano Iv intorno al 3 per cento nelle intenzioni di voto. Forte dell’appoggio di Pd e M5S, Conte ha proceduto per la sua strada, accentrando sempre più poteri a Palazzo Chigi, in particolare con i Dpcm, atti amministrativi che, di fatto, hanno esautorato oer mesi i poteri del Parlamento, provocando mugugni e proteste non solo tra le opposizioni, ma anche tra le fila della maggioranza. Ma come dice una vecchia massima, “il troppo stroppia” e il presidente del Consiglio ha fatto un passo più lungo della gamba tentando di avocare a se stesso la gestione dei 209 miliardi di euro che l’Unione Europea ha destinato all’Italia per superare la grave crisi economica e sociale che ha colpito il mondo intero ed il nostro Paese in particolare. Conte, convinto che bastasse coinvolgere nella scelta degli interventi da effettuare i ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri (PD), e dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli (M5S) per avere il sostegno dei due principali partiti della coalizione di governo alla sua “task force”, ha provocato l’ira di Renzi che è giunto perfino a minacciare di votare contro il bilancio se il premier non farà passi indietro coinvolgendo ministri (i migliori possibili) e Parlamento nelle decisioni sui progetti da finanziare per portare fuori l’Italia dal pantano della crisi economica e sociale. Un vero e proprio ultimatum che è stato un po’ attenuato negli ultimi giorni ma che sembra restare sempre in piedi. Né la minaccia di elezioni anticipate sembra frenare Renzi, il quale è sempre convinto che in questo Parlamento far nascere un nuovo governo è possibile. Viste anche le critiche dei capigruppo del Pd alla Camera, Graziano Del Rio, ed al Senato, Andrea Marcucci, ed anche il frastagliamento dei cinquestelle, che continuano a perdere pezzi, Conte ha quindi dovuto arrendersi alla verifica, che è appena iniziata. Come si svilupperà e come andrà a finire nessuno lo sa. Quello che è certo che il presidente del Consiglio ha dovuto arrendersi di fronte alle richieste sempre più pressanti di un cambiamento di linea e di maggiore coinvolgimento delle forze parlamentari ed è costretto ad un confronto difficile con i suoi sostenitori, sempre più tiepidi nei suoi confronti.  Cosa farà Conte? Andrà a vedere il gioco dei suoi critici, mantenendo “cabina di regia” e linea dirigistica di Palazzo Chigi o aprirà alle richieste dei suoi avversari-sostenitori di una maggiore collegialità con il coinvolgimento anche delle forze di opposizione disponibili a dare una mano per fare uscire dalle secche il nostro Paese (vedi Forza Italia ed anche la Lega, dopo la svolta “moderata” di Matteo Salvini)? Comunque sia, il presidente del Consiglio ne uscirà malconcio perché, se terrà la barra dritta e andrà avanti per la sua strada incurante delle richieste di correzione da parte di alcuni partiti della maggioranza,  potrebbe inciampare, nella migliore delle ipotesi, in qualche incidente parlamentare, il che significherebbe, soprattutto se accadesse su una votazione importante, la crisi di governo e la sua fuoriuscita da Palazzo Chigi. Se invece, come sembra probabile, farà marcia indietro e accetterà un rimpasto, con il ricambio di alcuni ministri, e accetterà che a definire il come ed il dove utilizzare i 209 miliardi di euro di provenienza Ue siano i partiti della maggioranza attraverso i propri rappresentanti in Consiglio dei ministri, ne uscirà fortemente ridimensionato perché, di fatto, avrebbe accettato il commissariamento della sua figura (in pratica, un ritorno al Conte-1, quando le decisioni più importanti spettavano ai suoi due vicepremier, Luigi Di Maio e Matteo Salvini). 

Come si evince, Conte si trova in grande difficoltà e non basta a proteggerlo il sostegno del Quirinale. Sergio Mattarella, infatti, non vuole alcuna crisi di governo in questa delicata fase, ma non può nemmeno accettare che si traccheggi in attesa dell’aiuto della provvidenza. Vanno prese delle decisioni e al più presto. L’Italia non può restare appesa alle dispute tra i partiti ed ai loro appetiti. Potrebbe infatti  crescere ancora di più il malcontento che già serpeggia in ogni angolo della Penisola. Ed una rivolta sociale non è negli auspici di nessuno.

 

Giuseppe Leone

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