Davis e “la città di quarzo”

Erano gli anni delle grandi trasformazioni, gli Ottanta stavano per cedere il passo ai Novanta e le città vivevano una fase di transizione, che nessuno si prendeva la briga di analizzare. Proprio lì, in quel momento, “La città di quarzo” di Mike Davis ebbe l’effetto di un bagliore di luce nelle tenebre. Pubblicato nel 1990, dedicato alla sua Los Angeles, si rivelò come l’ideale controcanto ad una narrazione ottimistica della rivoluzione urbana, contrassegnata dallo sviluppo disarmonico delle metropoli. Los Angeles, meta ambita dagli immigrati di varie etnie, si presentava ai suoi occhi come una città socialmente spaccata, attraversata da violenze spesso incontrollabili. All’epoca apparve eccessivo anche a quelli che avevano eletto Davis a icona della militanza. Eppure si rivelò drammaticamente profetico: solo due anni dopo la Città degli Angeli sarebbe stata teatro di una sanguinosa rivolta scatenata dall’assoluzione degli agenti di polizia protagonisti del pestaggio di Rodney King.

Erano i prodromi della globalizzazione, quello sviluppo selvaggio che portava con sè l’impossibilità di distribuire la ricchezza in parti uguali e non faceva altro che fornire carburante ai disordini sociali che di lì a poco sarebbero scoppiati in tutte le principali metropoli mondiali. L’aveva capito, Mike, sociologo, teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Da quel momento sarebbe diventato famoso come “il profeta dei disordini sociali”. E oggi, che un tumore se l’è portato via all’età di 76 anni nella sua casa di San Diego, in California, dove viveva con la quinta moglie, l’artista messicana Alessandra Moctezuma, viene giustamente celebrato come uno straordinario anticipatore di eventi destinati a modificare gli equilibri socio-economici mondiali.

Come le pandemie. Le sue spietate analisi gli valsero il soprannome di “profeta di sventura” ma è certo un titolo di merito aver previsto, dieci anni prima, la Sars del 2005 e le conseguenze che una simile pandemia avrebbe avuto sui friabili equilibri delle città e sui diritti delle persone, quelle più fragili in particolare. Il suo idealismo, la sua intuizione e il suo talento per la narrazione lo hanno anche reso un’ispirazione per generazioni di scrittori e attivisti di sinistra.

In Italia è stato conosciuto grazie al manifesto ed è diventato presto un punto di riferimento per i progressisti.

Professore emerito di teoria urbana alla University of California, in realtà dal punto di vista accademico è stato sempre di difficile collcazione in un recinto, avendo vestito i panni del sociologo, del politologo, del geografo, dell’urbanista. Sempre con la stesa curiosità e quell’innata capacità di prevedere i fenomeni. Amava vivere in trincea e diceva a tutti che avrebbe sognato di morire sulle barricate, la sua collocazione ideale. Invece è finito nel suo letto ma con un’ultima concessione all’anarchia dell’anima: l’interruzione volontaria delle cure.

Erano gli anni delle grandi trasformazioni, gli Ottanta stavano per cedere il passo ai Novanta e le città vivevano una fase di transizione, che nessuno si prendeva la briga di analizzare. Proprio lì, in quel momento, “La città di quarzo” di Mike Davis ebbe l’effetto di un bagliore di luce nelle tenebre. Pubblicato nel 1990, dedicato alla sua Los Angeles, si rivelò come l’ideale controcanto ad una narrazione ottimistica della rivoluzione urbana, contrassegnata dallo sviluppo disarmonico delle metropoli. Los Angeles, meta ambita dagli immigrati di varie etnie, si presentava ai suoi occhi come una città socialmente spaccata, attraversata da violenze spesso incontrollabili. All’epoca apparve eccessivo anche a quelli che avevano eletto Davis a icona della militanza. Eppure si rivelò drammaticamente profetico: solo due anni dopo la Città degli Angeli sarebbe stata teatro di una sanguinosa rivolta scatenata dall’assoluzione degli agenti di polizia protagonisti del pestaggio di Rodney King.

Erano i prodromi della globalizzazione, quello sviluppo selvaggio che portava con sè l’impossibilità di distribuire la ricchezza in parti uguali e non faceva altro che fornire carburante ai disordini sociali che di lì a poco sarebbero scoppiati in tutte le principali metropoli mondiali. L’aveva capito, Mike, sociologo, teorico dello sviluppo urbano e sociogeografo. Da quel momento sarebbe diventato famoso come “il profeta dei disordini sociali”. E oggi, che un tumore se l’è portato via all’età di 76 anni nella sua casa di San Diego, in California, dove viveva con la quinta moglie, l’artista messicana Alessandra Moctezuma, viene giustamente celebrato come uno straordinario anticipatore di eventi destinati a modificare gli equilibri socio-economici mondiali.

Come le pandemie. Le sue spietate analisi gli valsero il soprannome di “profeta di sventura” ma è certo un titolo di merito aver previsto, dieci anni prima, la Sars del 2005 e le conseguenze che una simile pandemia avrebbe avuto sui friabili equilibri delle città e sui diritti delle persone, quelle più fragili in particolare. Il suo idealismo, la sua intuizione e il suo talento per la narrazione lo hanno anche reso un’ispirazione per generazioni di scrittori e attivisti di sinistra.

In Italia è stato conosciuto grazie al manifesto ed è diventato presto un punto di riferimento per i progressisti.

Professore emerito di teoria urbana alla University of California, in realtà dal punto di vista accademico è stato sempre di difficile collcazione in un recinto, avendo vestito i panni del sociologo, del politologo, del geografo, dell’urbanista. Sempre con la stesa curiosità e quell’innata capacità di prevedere i fenomeni. Amava vivere in trincea e diceva a tutti che avrebbe sognato di morire sulle barricate, la sua collocazione ideale. Invece è finito nel suo letto ma con un’ultima concessione all’anarchia dell’anima: l’interruzione volontaria delle cure.

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