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Multiproprietà all’italiana: De Laurentiis fa figli e figliastri e Bari non lo vuole più

di Giovanni Vasso -

Il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis tiene una conferenza stampa convocata nel centro sportivo di Castel Volturno ( Caserta ) , 7 febbraio 2024 ANSA/ ufficio stampa SSC Napoli


Certi amori non cominciano nemmeno. Quello tra Aurelio de Laurentiis e Bari è finito prima ancora di sbocciare. È la solita storia all’italiana. Di multiproprietà all’italiana. Come Claudio Lotito, prima di lui, che è riuscito nell’impresa – assurda – di essere, contemporaneamente, il presidente (anzi, patron) più vincente e allo stesso tempo più contestato che Salerno e la Salernitana, dall’alto di una storia societaria che definire turbolenta è ancora poco. La storia di Bari e Salernitana, le cui tifoserie sono, peraltro, unite da un gemellaggio ultra quarantennale, è praticamente la stessa. Entrambe falliscono e due città che vivono di passione si ritrovano senza calcio. Due amministrazioni comunali passano l’estate con la patata bollente di un titolo sportivo che scotta in mano e vanno sul sicuro: aprono le porte a due presidentissimi, due top player del pallone che fanno del rigore dei conti e della serietà amministrativa il loro marchio di fabbrica. Le cose, dal punto di vista oggettivo, dei risultati, vanno bene. Ma la scintilla non scatta.

Lazio e Napoli. Salernitana e Bari. Lotito e De Laurentiis. Padri padroni che fanno figli e figliastri. Se a Salerno, complice la promozione in A (che, alle latitudini granata vale uno scudetto), Claudio è dovuto andar via tra le polemiche e le minacce della Figc alla piazza, a Bari Aurelio è ancora lì. O meglio, c’è Luigi, il figlio. Che s’è rizelato assai quando ha sentito suo padre dare al glorioso club biancorosso della “nostra seconda squadra”. La piazza s’è rivoltata. Per tentare di salvare il rapporto con Napoli, che sognava altri traguardi e vittorie per la prima stagione, dopo 33 anni, con lo scudetto cucito in petto, e per replicare alle accuse di chi gli imputa di non aver investito abbastanza sul vivaio azzurro, Adl ha tuonato: “Abbiamo una seconda squadra e tirare fuori i vari Cheddira e Folorunsho, che sono proprietà del Napoli, mi pare insomma che come vivaio ci siamo”. Ora, lo sport è un affare ben strano. C’è gente che compra, a carissimo prezzo, maglie la cui produzione costa pochi spicci. C’è gente, tantissima, che ogni mese scuce fior di quattrini per l’abbonamento tv. C’è gente, tanta, che rinuncia a un paio di scarpe per i figli, a una pizza in famiglia, per seguire la sua squadra del cuore. Fosse anche il Pizzighettone, ogni tifoso non cambierebbe la sua bandiera con quella del Real Madrid. Si chiama passione. È l’irrazionale. Non si spiega. Farlo, anzi, è pericoloso: si potrebbe esorcizzare. Peggio ancora sarebbe sentirsi sminuire, così, proprio dal presidente (o proprietario) è un’offesa che non si può perdonare.

C’entra la storia, certo. A cui, come insegnò Gibbon, ci si aggrappa in maniera tanto più forte proprio quando si avverte la propria decadenza. Il Bari, anzi la Bari. La Stella del Sud. Il Galletto dei ragazzi baresi che sbatté fuori dalla Coppa Italia la Juventus clamorosa dei primi anni ’80. Il trenino con Tovalieri e Igor Protti. La Mitropa Cup, Zvonimir Boban con la maglia a scacchi bianca e rossa prima ancora che la scegliesse per sé la costituenda Croazia. E poi Nicola Ventola e Antonio Cassano prima della Bobo Tv, Antonio Conte prima della raffica di scudetti alla Juventus. Joao Paulo e gli sfortunati Klaas Ingesson e Phil Masinga. Gerson, gli occhi spiritati di capitan Loseto senza paura al cospetto di Van Basten e Maradona (“Giuann dang’ nu tuzz“), l’epopea dei Matarrese di cui resta l’Astronave del San Nicola, lo stadio di Renzo Piano per Italia ’90. Le parole di Adl hanno avuto l’effetto di riportare un’intera città a ripassare i fasti di un tempo mentre, in campo, la squadra balbetta e la società ha ingaggiato in panchina Beppe Iachini, terzo allenatore in una sola stagione.

Luigi de Laurentiis s’è ritrovato sommerso da critiche, striscioni e offese. Ha reagito: “Mi dissocio dalle parole di mio padre”. Come se bastasse. Il sindaco Antonio Decaro ha interpretato il malumore della città e sui social ha tuonato: “La nostra passione merita rispetto. Tra i doveri di chi detiene il titolo sportivo non c’è solo il dovere di mantenere i conti in ordine, c’è quello, forse più importante, di rappresentare i colori di un’intera città”. E quindi: “Trovo le parole di Adl, che definisce il Bari come una seconda squadra del Napoli, offensive nei confronti dell’intera comunità di tifosi baresi, con tutto il rispetto per il Napoli, non siamo la seconda squadra di nessuno”.

Adl, dopo la conferenza stampa di Castelvolturno, ha ritrovato un barlume di calma per fare un passo indietro: “In riferimento alle dichiarazioni critiche nei miei confronti del sindaco di Bari Decaro, persona che stimo e apprezzo, in merito alla conferenza stampa di oggi, voglio precisare che le mie parole sul Bari sono state fraintese. Io penso che avere come proprietà due squadre, in due diverse categorie, sia semplicemente un valore aggiunto, per entrambe. Era questo il senso del mio ragionamento”, ha scritto su X Adl: “Il Bari è guidato da mio figlio Luigi De Laurentiis in totale autonomia ed è stato a un passo dalla serie A solo sette mesi fa. L’obiettivo della proprietà è quello di portarlo più in alto possibile. Se le mie parole hanno offeso i tifosi mi dispiace”. Peccato, però, che il ragionamento non pare in linea con quanto impongono le norme federali secondo cui l’autonomia di un club è negata a parenti e affini fino al quarto grado.

Figli e figliastri, dunque. Che costringono la piazza a sognare. Non la Serie A, o almeno, non il ritorno in massima serie di per sé. La promozione come traguardo per sbarazzarsi della bigamia di Adl. Come è successo a Salerno. Dove quella gioia, giunta insperata, ha comportato il lungo iter che ha portato Claudio Lotito, il cognato Marco Mezzaroma e l’universo Lazio fuori dall’Arechi. La bigamia non è di questo mondo, tantomeno di quello del calcio. Magari sarà una cosa da sceicchi, come a Palermo. Oppure da raffinati strateghi che sanno bene come non si possa tenere la moglie e l’amante nella stessa casa (o nello stesso sistema calcistico), come hanno insegnato i Pozzo al mondo intero. Sta di fatto che la via lotitiana e delaurentiisiana alla multiproprietà s’è scontrata con la realtà di un giocattolo delicatissimo. La passione è una cosa seria e tanto redditizia quanto fragile. E si nutre di irrazionale. Se iniziassimo a ragionare, se ci si approcciasse al calcio come a uno scaffale del supermercato, finiremmo tutti per fare il tifo per non più di tre squadre. Nessuna delle quali, forse, sarebbe italiana.


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