Diana Vreeland, la rivoluzionaria very stylish

Su Diana Vreeland, semplicemente DV, leggendaria direttrice di magazines come Harper’s Bazaar e Vogue America , icona assoluta di stile ed eleganza, dalla verve avanguardistica ed esplosiva, è stato detto di tutto. Invidiata, ammirata, detestata, venerata, certo non bella – almeno secondo i canoni classici – ma dalla personalità fortissima e dal gusto indiscutibile,  ha segnato, raccontato e cambiato irreversibilmente il patinato fashion system da un’angolazione  del tutto rivoluzionaria, innovativa, geniale per il suo tempo e non solo. Nata nel 1903 a Parigi, da padre britannico, Frederick Young Dalziel, e madre americana, Emily Key Hoffman, di facoltosa famiglia, Diana frequenta sin da giovane il jet set internazionale; considerata il brutto anatroccolo della famiglia in confronto alla bellissima sorella Alexandra,  comprende subito, intelligente ed ambiziosa com’è, di poter puntare esclusivamente sulla sua personalità. Nel 1924 sposa  il banchiere Thomas Reed Vreeland, il più grande amore della sua vita, un uomo solido, pragmatico, il suo vero ago della bilancia e si trasferisce a Londra dove  inizia la carriera nella moda aprendo un negozio di lingerie conquistando l’attenzione di Wallis Simpson, futura Duchessa di Windsor. Nella sua esclusiva boutique  l’eccentrica Diana lascia libero spazio all’astrazione, al colore, alla forma  e a tutta la sua immensa ed inesauribile creatività,  all’insegna di uno dei suoi solenni diktat : “non bisogna mai aver paura di essere volgari solo noiosi”.  Tornata nuovamente a New York nel 1937, durante una festa al St.Regis  mentre danzava in bianco Chanel  e rose tra i capelli, viene notata da  Carmel Snow, temutissima capo redattrice di Harper’s Bazaar che , entusiasta e stupita al tempo stesso dalla folle Diana, il mattino dopo le offre un lavoro. Nasce così  la celeberrima e discussa rubrica “Why don’t you?”-“Perchè no?”- ideata dalla geniale DV che, con fare dissacratorio,  caustico e stravagante , offre consigli  e suggerimenti di moda, lifestyle e bellezza. Si tratta di battute taglienti e provocatorie, di  boutades  mordaci e surreali, di  proposte argute ed impertinenti  del tipo  “perché non indossare la frutta come cappello?”, “perché non trasformate la vostra pelliccia d’ermellino in un accappatoio?”, “perché non lavate i capelli biondi di vostro figlio nello champagne per donargli dei riflessi dorati?” o ancora, in modo più  lapidario, “l’eleganza è rifiutare”, “la maggiore volgarità è qualsiasi imitazione della giovinezza e della bellezza”, “ i blue jeans sono la cosa più bella dopo la gondola”.    La colonna ebbe un successo immediato e travolgente facendo ben presto di Diana un’icona indiscutibile di stile, un personaggio emblematico del cotè mondano newyorkese, un’iconoclasta geniale ed aristocratica capace di infrangere le regole del bon ton risultando comunque sempre attuale e  very stylish. Nel 1962, dopo oltre venticinque anni nella redazione di Harper’s Bazaar, Diana Vreeland passa alla direzione di Vogue, dove dà libero spazio alla sua inesauribile verve creativa segnando l’evoluzione ed  il  nuovo sentire di un’intera epoca. E’ con  lei che Vogue  diventa un lussuoso palcoscenico  sul quale far vivere tutti i cambiamenti di moda e di stile, sul quale far muovere un nuovo tipo di donna, impeccabile e sicura, amante della moda e del buongusto, sempre alla ricerca di nuove fascinazioni e sofisticate ispirazioni. DG reiventa l’immagine femminile, corteggia bellezze non convenzionali, lancia personaggi come Twiggy, Veruschka e Benedetta Barzini, crea tendenze, rinnova, in collaborazione con Richard Avedon, la fotografia di moda inserendo le modelle in set  magici e suggestivi ed  inaugurando un nuovo stile editoriale. Brava, troppo brava, intelligente, capricciosa, autoritaria, Diana si attira le invidie e l’ostilità di molti e viene licenziata (1971) ma il Direttore del Metropolitan Museum of Art di New York la chiama al Costume Institute come Special Consultant.

Come  già da Vogue, Diana porta al MET il suo stile inconfondibile, audace e visionario, rivoluzionandone la grammatica espositiva con  mostre di moda che rimarranno leggendarie, come “Balenciaga”, “La donna del XVIII secolo”, “Romantic  and Glamorous Hollywood Design”.  Fino all’ultimo regina incontrastata dello stile e dell’alta moda mondiale, Diana Vreeland muore a New York nel 1989.

Maria Giulia Gemelli

Su Diana Vreeland, semplicemente DV, leggendaria direttrice di magazines come Harper’s Bazaar e Vogue America , icona assoluta di stile ed eleganza, dalla verve avanguardistica ed esplosiva, è stato detto di tutto. Invidiata, ammirata, detestata, venerata, certo non bella – almeno secondo i canoni classici – ma dalla personalità fortissima e dal gusto indiscutibile,  ha segnato, raccontato e cambiato irreversibilmente il patinato fashion system da un’angolazione  del tutto rivoluzionaria, innovativa, geniale per il suo tempo e non solo. Nata nel 1903 a Parigi, da padre britannico, Frederick Young Dalziel, e madre americana, Emily Key Hoffman, di facoltosa famiglia, Diana frequenta sin da giovane il jet set internazionale; considerata il brutto anatroccolo della famiglia in confronto alla bellissima sorella Alexandra,  comprende subito, intelligente ed ambiziosa com’è, di poter puntare esclusivamente sulla sua personalità. Nel 1924 sposa  il banchiere Thomas Reed Vreeland, il più grande amore della sua vita, un uomo solido, pragmatico, il suo vero ago della bilancia e si trasferisce a Londra dove  inizia la carriera nella moda aprendo un negozio di lingerie conquistando l’attenzione di Wallis Simpson, futura Duchessa di Windsor. Nella sua esclusiva boutique  l’eccentrica Diana lascia libero spazio all’astrazione, al colore, alla forma  e a tutta la sua immensa ed inesauribile creatività,  all’insegna di uno dei suoi solenni diktat : “non bisogna mai aver paura di essere volgari solo noiosi”.  Tornata nuovamente a New York nel 1937, durante una festa al St.Regis  mentre danzava in bianco Chanel  e rose tra i capelli, viene notata da  Carmel Snow, temutissima capo redattrice di Harper’s Bazaar che , entusiasta e stupita al tempo stesso dalla folle Diana, il mattino dopo le offre un lavoro. Nasce così  la celeberrima e discussa rubrica “Why don’t you?”-“Perchè no?”- ideata dalla geniale DV che, con fare dissacratorio,  caustico e stravagante , offre consigli  e suggerimenti di moda, lifestyle e bellezza. Si tratta di battute taglienti e provocatorie, di  boutades  mordaci e surreali, di  proposte argute ed impertinenti  del tipo  “perché non indossare la frutta come cappello?”, “perché non trasformate la vostra pelliccia d’ermellino in un accappatoio?”, “perché non lavate i capelli biondi di vostro figlio nello champagne per donargli dei riflessi dorati?” o ancora, in modo più  lapidario, “l’eleganza è rifiutare”, “la maggiore volgarità è qualsiasi imitazione della giovinezza e della bellezza”, “ i blue jeans sono la cosa più bella dopo la gondola”.    La colonna ebbe un successo immediato e travolgente facendo ben presto di Diana un’icona indiscutibile di stile, un personaggio emblematico del cotè mondano newyorkese, un’iconoclasta geniale ed aristocratica capace di infrangere le regole del bon ton risultando comunque sempre attuale e  very stylish. Nel 1962, dopo oltre venticinque anni nella redazione di Harper’s Bazaar, Diana Vreeland passa alla direzione di Vogue, dove dà libero spazio alla sua inesauribile verve creativa segnando l’evoluzione ed  il  nuovo sentire di un’intera epoca. E’ con  lei che Vogue  diventa un lussuoso palcoscenico  sul quale far vivere tutti i cambiamenti di moda e di stile, sul quale far muovere un nuovo tipo di donna, impeccabile e sicura, amante della moda e del buongusto, sempre alla ricerca di nuove fascinazioni e sofisticate ispirazioni. DG reiventa l’immagine femminile, corteggia bellezze non convenzionali, lancia personaggi come Twiggy, Veruschka e Benedetta Barzini, crea tendenze, rinnova, in collaborazione con Richard Avedon, la fotografia di moda inserendo le modelle in set  magici e suggestivi ed  inaugurando un nuovo stile editoriale. Brava, troppo brava, intelligente, capricciosa, autoritaria, Diana si attira le invidie e l’ostilità di molti e viene licenziata (1971) ma il Direttore del Metropolitan Museum of Art di New York la chiama al Costume Institute come Special Consultant.

Come  già da Vogue, Diana porta al MET il suo stile inconfondibile, audace e visionario, rivoluzionandone la grammatica espositiva con  mostre di moda che rimarranno leggendarie, come “Balenciaga”, “La donna del XVIII secolo”, “Romantic  and Glamorous Hollywood Design”.  Fino all’ultimo regina incontrastata dello stile e dell’alta moda mondiale, Diana Vreeland muore a New York nel 1989.

Maria Giulia Gemelli

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