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Editoriale

Difendere i confini non è reato, ma un dovere: caso chiuso (era ora)

di Adolfo Spezzaferro -


La sentenza definitiva sul caso Open Arms chiude una delle pagine più controverse del rapporto tra politica, giustizia e gestione dei flussi migratori. L’assoluzione di Matteo Salvini, confermata dalla Cassazione con il rigetto del ricorso della Procura di Palermo, va oltre la vicenda giudiziaria di un singolo leader della maggioranza e assume un significato istituzionale più ampio.

I giudici hanno stabilito che “il fatto non sussiste”, mettendo un punto fermo su un processo che, come ha sostenuto la difesa, forse non avrebbe mai dovuto iniziare. La maggioranza dal canto suo rivendica il verdetto come la conferma di una linea politica: difendere i confini è un dovere, non un reato (e siamo d’accordo). Al di là del tema divisivo e di come le opposizioni cavalchino l’operato delle Ong in chiave anti governativa, resta un dato: la magistratura ha parlato in via definitiva.

Ora la sfida si sposta sul terreno che le è proprio, quello delle politiche migratorie europee e nazionali. Perché se la giustizia ha chiuso il caso, ora tocca al governo andare avanti ancora più convintamente. E l’Ue dovrebbe seguirci.


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