Dire la verità non è più rivoluzionario, è solo discriminatorio. Ormai è assodato.

Da Fedez che “bacchetta” il figlio davanti a milioni di follower perché osa dichiarare che il rosa è un colore da donne, ai deputati della sinistra britannica che vanno nel pallone quando qualcuno domanda se le donne hanno il pene, sembra di vivere nel mondo capovolto tratteggiato da Lewis Carroll per le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie.

L’ultimo capitolo della saga dell’assurdo lo scrive Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay per i diritti Lgbt+, Solidale, Ambientalista, Liberale.

Parlando degli elenchi divisi per uomo e donna, da sempre presenti nei seggi e che riportano i nomi degli aventi diritto al voto in una determinata sezione, Marrazzo grida alla discriminazione: per lui, nelle elezioni comunali e nella consultazione per i cinque quesiti referendari sulla riforma della giustizia, in corso fino alle 23 di domenica, “gli elenchi in rosa e in blu del ministero degli Interni che regolano l’accesso ai seggi non tengono conto della complessità delle persone trans”.

Per Marrazzo, infatti, “migliaia di persone aventi diritto al voto in questo momento in Italia non sono in possesso di documenti conformi alla propria identità”. “La pubblicazione degli elenchi in rosa ed in blu, oltre essere anacronistici, pongono l’attenzione su un grande tema che avevamo sollevato anche per le scorse elezioni”, dichiara.

E arriva a sostenere che la suddivisione in sessi dei registri costringerebbe “le persone trans e non binarie a fare coming out in ambienti non idonei, esponendole di fatto alla possibilità di diventare un facile bersaglio di violenza e discriminazione per la propria identità di genere”.

Si appella dunque al ministro Luciana Lamorgese, chiedendo che venga “emanata una circolare che ponga fine ai libretti in rosa per le donne ed in azzurro per gli uomini, e che le file siano solo in ordine alfabetico e non divise per genere (maschio femmina), per poter regolamentare le file ai seggi in forma più rispettosa e permettere a tutti e tutte le persone trans di esprimere il proprio voto”.

In breve, Marrazzo dà per scontato che distinguere la popolazione in uomini e donne è anacronistico e che, soprattutto, un seggio elettorale non sia il posto idoneo per dare le proprie generalità. Luoghi in cui operano pubblici ufficiali e che spesso vedono la presenza di forze dell’ordine, per l’esponente del Partito Gay, rappresenterebbero addirittura un pericolo all’incolumità di chi si identifica con un altro sesso. Questa denuncia, inoltre, nonostante il vigore con la quale viene portata avanti, arriva con colpevole ritardo. Come mai Marrazzo non ha posto la questione prima delle votazioni? Il giorno prima, infatti, si sono tenute in tutta Italia, e in pompa magna, le manifestazioni per il Gay Pride.

Ed è stato lo stesso Marrazzo, constatando la straordinaria partecipazione al Gay Pride di Roma, a notare con fierezza l’“affollata presenza di politici nazionali e locali al Roma Pride”.

Ma sebbene abbia tuonato chiedendo “azioni concrete e non solo passerelle”, Marrazzo non ha menzionato assolutamente l’impellente necessità di avere un registro unico che permettesse alle persone trans o non binarie di votare senza incappare in eventuali “discriminazioni”.

Ha invece chiesto al mondo della politica di approvare una sua proposta che prevede “una multa di 500 euro a chiunque fa propaganda di odio o discrimina le persone Lgbt+, anche in assenza di una legge nazionale, grazie a delibere regionali e comunali”. Un altro Ddl Zan, insomma, che salti a piè pari Camera e Senato.

Il silenzio sui registri della “discordia” fa riflettere, considerato che il Pride si festeggia nella ricorrenza dei moti di Stonewall del 1969, quando gli attivisti gay di New York (guidati proprio da due transessuali), tennero testa per giorni alle forze di polizia che volevano chiudere un loro locale. Forse sarebbe stato il caso di accantonare per un attimo i lustrini, i concerti con le pop star e le “passerelle” politiche e non per manifestare contro questi a questi anacronistici e barbari registri elettorali.

Ancor più rivoluzionario sarebbe stato ostinarsi a votare.

Da Fedez che “bacchetta” il figlio davanti a milioni di follower perché osa dichiarare che il rosa è un colore da donne, ai deputati della sinistra britannica che vanno nel pallone quando qualcuno domanda se le donne hanno il pene, sembra di vivere nel mondo capovolto tratteggiato da Lewis Carroll per le avventure di Alice nel Paese delle meraviglie.

L’ultimo capitolo della saga dell’assurdo lo scrive Fabrizio Marrazzo, portavoce del Partito Gay per i diritti Lgbt+, Solidale, Ambientalista, Liberale.

Parlando degli elenchi divisi per uomo e donna, da sempre presenti nei seggi e che riportano i nomi degli aventi diritto al voto in una determinata sezione, Marrazzo grida alla discriminazione: per lui, nelle elezioni comunali e nella consultazione per i cinque quesiti referendari sulla riforma della giustizia, in corso fino alle 23 di domenica, “gli elenchi in rosa e in blu del ministero degli Interni che regolano l’accesso ai seggi non tengono conto della complessità delle persone trans”.

Per Marrazzo, infatti, “migliaia di persone aventi diritto al voto in questo momento in Italia non sono in possesso di documenti conformi alla propria identità”. “La pubblicazione degli elenchi in rosa ed in blu, oltre essere anacronistici, pongono l’attenzione su un grande tema che avevamo sollevato anche per le scorse elezioni”, dichiara.

E arriva a sostenere che la suddivisione in sessi dei registri costringerebbe “le persone trans e non binarie a fare coming out in ambienti non idonei, esponendole di fatto alla possibilità di diventare un facile bersaglio di violenza e discriminazione per la propria identità di genere”.

Si appella dunque al ministro Luciana Lamorgese, chiedendo che venga “emanata una circolare che ponga fine ai libretti in rosa per le donne ed in azzurro per gli uomini, e che le file siano solo in ordine alfabetico e non divise per genere (maschio femmina), per poter regolamentare le file ai seggi in forma più rispettosa e permettere a tutti e tutte le persone trans di esprimere il proprio voto”.

In breve, Marrazzo dà per scontato che distinguere la popolazione in uomini e donne è anacronistico e che, soprattutto, un seggio elettorale non sia il posto idoneo per dare le proprie generalità. Luoghi in cui operano pubblici ufficiali e che spesso vedono la presenza di forze dell’ordine, per l’esponente del Partito Gay, rappresenterebbero addirittura un pericolo all’incolumità di chi si identifica con un altro sesso. Questa denuncia, inoltre, nonostante il vigore con la quale viene portata avanti, arriva con colpevole ritardo. Come mai Marrazzo non ha posto la questione prima delle votazioni? Il giorno prima, infatti, si sono tenute in tutta Italia, e in pompa magna, le manifestazioni per il Gay Pride.

Ed è stato lo stesso Marrazzo, constatando la straordinaria partecipazione al Gay Pride di Roma, a notare con fierezza l’“affollata presenza di politici nazionali e locali al Roma Pride”.

Ma sebbene abbia tuonato chiedendo “azioni concrete e non solo passerelle”, Marrazzo non ha menzionato assolutamente l’impellente necessità di avere un registro unico che permettesse alle persone trans o non binarie di votare senza incappare in eventuali “discriminazioni”.

Ha invece chiesto al mondo della politica di approvare una sua proposta che prevede “una multa di 500 euro a chiunque fa propaganda di odio o discrimina le persone Lgbt+, anche in assenza di una legge nazionale, grazie a delibere regionali e comunali”. Un altro Ddl Zan, insomma, che salti a piè pari Camera e Senato.

Il silenzio sui registri della “discordia” fa riflettere, considerato che il Pride si festeggia nella ricorrenza dei moti di Stonewall del 1969, quando gli attivisti gay di New York (guidati proprio da due transessuali), tennero testa per giorni alle forze di polizia che volevano chiudere un loro locale. Forse sarebbe stato il caso di accantonare per un attimo i lustrini, i concerti con le pop star e le “passerelle” politiche e non per manifestare contro questi a questi anacronistici e barbari registri elettorali.

Ancor più rivoluzionario sarebbe stato ostinarsi a votare.

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