Donne italiane più istruite degli uomini, ma non nelle lauree Stem. E l’imprenditoria in rosa guarda al futuro

Nel 2020, infatti, il 65% delle donne risultano diplomate o laureate contro il 60,5% degli uomini. Il tasso di occupazione dell’altra metà del cielo, tuttavia, è più basso di quello maschile: il 53,9% contro 73,3%. Tra i laureati che hanno tra i 25 e i 34 anni, il 24,9%, ha una laurea nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche, le cosiddette lauree Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics): di questi, però, il 36,8% è rappresentato dagli uomini e solo il 17,0% dalle donne. Resta però il fatto che l’incidenza delle lauree “rosa” nelle discipline Stem del nostro Paese è superiore a quella della media europea: il divario di genere, in questo caso, è meno marcato in Italia rispetto a nazioni che solitamente consideriamo più avanti in termini equità di diritti. “La diffusione delle materie Stem fra le donne e della formazione in generale – commenta Anna Lapini, presidente di Terziario Donna Confcommercio – costituiscono uno dei cinque pilastri da fortificare, insieme, all’identità, il credito, l’innovazione e la sostenibilità, che Terziario Donna ha individuato per consentire alle donne imprenditrici di contribuire all’Economia della Rinascita del nostro Paese”. “Solo se si creeranno condizioni di partenza eque e si forniranno a ciascun individuo, a prescindere dal suo genere, gli strumenti necessari a valorizzare il proprio potenziale – conclude – si creerà una società ed una economia più sana e più giusta”. D’altronde, i dati sottoposti da Confcommercio non dovrebbero sorprenderci: sono perfettamente coerenti con quelli, sempre relativi all’istruzione femminile, diffusi da Istat lo scorso ottobre. Secondo questo report, infatti, nel 2020 le donne laureate in Italia sarebbero il 23,0% e gli uomini il 17,2%. Secondo Istat, il 24,9% dei laureati (25-34enni) si è specializzato in aree disciplinari scientifiche e tecnologiche. E le ragazze, purtroppo, sono solo una su sei. La consapevolezza dell’importanza del colmare il divario in queste discipline emerge prepotentemente nelle risposte delle intervistate da Terziario Donna: la quota di coloro che ritengono molto importante investire nelle Stem per le imprenditrici è infatti del 48,5%, superiore più di 10 punti rispetto a quanto rilevato per le controparti maschili (38,1%). Non è un caso che, in generale, oltre 7 su 10 delle imprenditrici vogliono investire nei temi del digitale e nelle competenze manageriali e di gestione di impresa. Il 14,7% delle imprenditrici vuole che siano accresciute le conoscenze in materie di credito e finanza e il 14,1% su temi e competenze green e sostenibilità. Per quanto riguarda la formazione dei dipendenti, le competenze tecnico-professionali sono importanti ancor più per le donne rispetto agli uomini (66,3% contro 60,2%). Segue nuovamente il tema delle competenze digitali (22,3% per le imprese femminili, 22,8% per le maschili) e quindi la formazione in ingresso di lavoratori specializzati (8,2% contro 11,4%). La transizione ecologica viene sentita fortemente per la formazione dell’imprenditrici ma meno per i dipendenti (3,2% per le imprese femminili, 5,7% per le maschili).  Se insomma le donne laureate in materie tecnico-scientifiche sono ancora troppo poche, in futuro la situazione potrebbe cambiare proprio a causa delle giuste pretese in merito dell’imprenditoria in rosa.

Nel 2020, infatti, il 65% delle donne risultano diplomate o laureate contro il 60,5% degli uomini. Il tasso di occupazione dell’altra metà del cielo, tuttavia, è più basso di quello maschile: il 53,9% contro 73,3%. Tra i laureati che hanno tra i 25 e i 34 anni, il 24,9%, ha una laurea nelle aree disciplinari scientifiche e tecnologiche, le cosiddette lauree Stem (Science, Technology, Engineering and Mathematics): di questi, però, il 36,8% è rappresentato dagli uomini e solo il 17,0% dalle donne. Resta però il fatto che l’incidenza delle lauree “rosa” nelle discipline Stem del nostro Paese è superiore a quella della media europea: il divario di genere, in questo caso, è meno marcato in Italia rispetto a nazioni che solitamente consideriamo più avanti in termini equità di diritti. “La diffusione delle materie Stem fra le donne e della formazione in generale – commenta Anna Lapini, presidente di Terziario Donna Confcommercio – costituiscono uno dei cinque pilastri da fortificare, insieme, all’identità, il credito, l’innovazione e la sostenibilità, che Terziario Donna ha individuato per consentire alle donne imprenditrici di contribuire all’Economia della Rinascita del nostro Paese”. “Solo se si creeranno condizioni di partenza eque e si forniranno a ciascun individuo, a prescindere dal suo genere, gli strumenti necessari a valorizzare il proprio potenziale – conclude – si creerà una società ed una economia più sana e più giusta”. D’altronde, i dati sottoposti da Confcommercio non dovrebbero sorprenderci: sono perfettamente coerenti con quelli, sempre relativi all’istruzione femminile, diffusi da Istat lo scorso ottobre. Secondo questo report, infatti, nel 2020 le donne laureate in Italia sarebbero il 23,0% e gli uomini il 17,2%. Secondo Istat, il 24,9% dei laureati (25-34enni) si è specializzato in aree disciplinari scientifiche e tecnologiche. E le ragazze, purtroppo, sono solo una su sei. La consapevolezza dell’importanza del colmare il divario in queste discipline emerge prepotentemente nelle risposte delle intervistate da Terziario Donna: la quota di coloro che ritengono molto importante investire nelle Stem per le imprenditrici è infatti del 48,5%, superiore più di 10 punti rispetto a quanto rilevato per le controparti maschili (38,1%). Non è un caso che, in generale, oltre 7 su 10 delle imprenditrici vogliono investire nei temi del digitale e nelle competenze manageriali e di gestione di impresa. Il 14,7% delle imprenditrici vuole che siano accresciute le conoscenze in materie di credito e finanza e il 14,1% su temi e competenze green e sostenibilità. Per quanto riguarda la formazione dei dipendenti, le competenze tecnico-professionali sono importanti ancor più per le donne rispetto agli uomini (66,3% contro 60,2%). Segue nuovamente il tema delle competenze digitali (22,3% per le imprese femminili, 22,8% per le maschili) e quindi la formazione in ingresso di lavoratori specializzati (8,2% contro 11,4%). La transizione ecologica viene sentita fortemente per la formazione dell’imprenditrici ma meno per i dipendenti (3,2% per le imprese femminili, 5,7% per le maschili).  Se insomma le donne laureate in materie tecnico-scientifiche sono ancora troppo poche, in futuro la situazione potrebbe cambiare proprio a causa delle giuste pretese in merito dell’imprenditoria in rosa.

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