Doriforo di Stabia, il Tribunale afferma: “Gli Usa devono restituirlo all’Italia”

Il Doriforo di Stabia, copia romana in marmo di una statua greca in bronzo di Policleto, attualmente è esposta al Museo di Minneapolis. Ed è al centro di una discussa questione che si trascina da tempo e che ora, a quanto risulta, potrebbe essere vicina ad una svolta.
Nel ripercorrere brevemente la vicenda, va ricordato innanzitutto che l’opera d’arte era stata rubata negli anni Settanta mentre si trovava a Castellammare ed era in seguito arrivata al Minneapolis Institute of Minnesota.
Nelle scorse settimane il Comitato per gli Scavi di Stabia, fondato nel 1950, ha promosso su una nota piattaforma on line una raccolta di firme che ha già raccolto quasi mille adesioni. Nell’appello, indirizzato alla direttrice della struttura museale americana, si chiede di restituire all’Italia il Doriforo in quanto l’opera è stata esportata illegalmente dopo essere stata trafugata nel 1976. “Noi – si legge nel documento – crediamo che un grande museo come il Minneapolis Institute of Art non possa ulteriormente offrire al pubblico l’idea che un’opera d’arte rubata possa tranquillamente essere esposta. E’ una cosa che va contro tutti i principi della cultura e del diritto”.
I promotori dell’iniziativa inoltre, nel dirsi “certi della sua collaborazione”, invitano la direttrice del museo americano ad “accompagnare in Italia la statua, che attende di essere esposta nella sua legittima casa, ovvero il Museo Archeologico di Stabia Libero D’Orsi, a Castellammare di Stabia”.
Nel testo della petizione si fa poi presente che la magistratura italiana competente ha chiesto alle autorità giudiziarie statunitensi di dare seguito al decreto di confisca emesso da un Tribunale italiano” il 19 gennaio scorso, seguito poi da una nuova richiesta di rogatoria internazionale partita il 24 maggio.
Un provvedimento emesso al termine di un’indagine che ha fatto luce su una vicenda piuttosto complessa: il Minneapolis Institute of Art ha dichiarato di aver acquistato la statua per la cifra di 2 milioni e mezzo di dollari da Elie Borowski, un mercante d’arte svizzero di origini ebraiche che ha assicurato che l’opera era stata recuperata dai fondali a largo delle coste italiane intorno agli anni ’30. Rimasta in mani private fino alla fine degli anni Settanta, venne esposta in Germania.
Stando alle indagini anche scientifiche, però, le cose sono andate diversamente. Al centro della vicenda c’è la citata figura, piuttosto ambigua, dell’antiquario svizzero, che risulta aver avuto contatti con commercianti di reperti già condannati in Italia per traffici illeciti. Oltretutto pare che i carabinieri del Nucleo tutela e il procuratore che ha seguito il caso, come risulta da alcuni documenti agli atti, abbiano scoperto che i vertici del Mia erano a conoscenza del fatto che il Doriforo fosse stato acquisito illegalmente. E dunque non avrebbe potuto né dovuto essere comprato.
Al momento dagli Usa risulta arrivata direttamente solo la risposta della magistratura, che ha chiesto un’integrazione dell’incartamento dell’inchiesta già trasmesso nel febbraio scorso. Quanto invece al Museo di Minneapolis, niente di ufficiale. Dalle colonne del New York Times, però, i responsabili della struttura hanno fatto sapere di non aver avuto alcuna comunicazione ufficiale della decisione del tribunale italiano e di aver “sempre condotto ricerche sulle acquisizioni, anche chiedendo feedback a studiosi esterni”.
Quanto alla politica italiana, infine, già nel 2020 il sindaco di Castellammare di Stabia aveva scritto al ministero della Cultura chiedendo di prendere posizione. E proprio il ministro Franceschini nelle scorse ore parlando con Repubblica ha fatto sapere di essere “pronto ad intraprendere un’iniziativa per riportare la scultura nel nostro Paese”.

Il Doriforo di Stabia, copia romana in marmo di una statua greca in bronzo di Policleto, attualmente è esposta al Museo di Minneapolis. Ed è al centro di una discussa questione che si trascina da tempo e che ora, a quanto risulta, potrebbe essere vicina ad una svolta.
Nel ripercorrere brevemente la vicenda, va ricordato innanzitutto che l’opera d’arte era stata rubata negli anni Settanta mentre si trovava a Castellammare ed era in seguito arrivata al Minneapolis Institute of Minnesota.
Nelle scorse settimane il Comitato per gli Scavi di Stabia, fondato nel 1950, ha promosso su una nota piattaforma on line una raccolta di firme che ha già raccolto quasi mille adesioni. Nell’appello, indirizzato alla direttrice della struttura museale americana, si chiede di restituire all’Italia il Doriforo in quanto l’opera è stata esportata illegalmente dopo essere stata trafugata nel 1976. “Noi – si legge nel documento – crediamo che un grande museo come il Minneapolis Institute of Art non possa ulteriormente offrire al pubblico l’idea che un’opera d’arte rubata possa tranquillamente essere esposta. E’ una cosa che va contro tutti i principi della cultura e del diritto”.
I promotori dell’iniziativa inoltre, nel dirsi “certi della sua collaborazione”, invitano la direttrice del museo americano ad “accompagnare in Italia la statua, che attende di essere esposta nella sua legittima casa, ovvero il Museo Archeologico di Stabia Libero D’Orsi, a Castellammare di Stabia”.
Nel testo della petizione si fa poi presente che la magistratura italiana competente ha chiesto alle autorità giudiziarie statunitensi di dare seguito al decreto di confisca emesso da un Tribunale italiano” il 19 gennaio scorso, seguito poi da una nuova richiesta di rogatoria internazionale partita il 24 maggio.
Un provvedimento emesso al termine di un’indagine che ha fatto luce su una vicenda piuttosto complessa: il Minneapolis Institute of Art ha dichiarato di aver acquistato la statua per la cifra di 2 milioni e mezzo di dollari da Elie Borowski, un mercante d’arte svizzero di origini ebraiche che ha assicurato che l’opera era stata recuperata dai fondali a largo delle coste italiane intorno agli anni ’30. Rimasta in mani private fino alla fine degli anni Settanta, venne esposta in Germania.
Stando alle indagini anche scientifiche, però, le cose sono andate diversamente. Al centro della vicenda c’è la citata figura, piuttosto ambigua, dell’antiquario svizzero, che risulta aver avuto contatti con commercianti di reperti già condannati in Italia per traffici illeciti. Oltretutto pare che i carabinieri del Nucleo tutela e il procuratore che ha seguito il caso, come risulta da alcuni documenti agli atti, abbiano scoperto che i vertici del Mia erano a conoscenza del fatto che il Doriforo fosse stato acquisito illegalmente. E dunque non avrebbe potuto né dovuto essere comprato.
Al momento dagli Usa risulta arrivata direttamente solo la risposta della magistratura, che ha chiesto un’integrazione dell’incartamento dell’inchiesta già trasmesso nel febbraio scorso. Quanto invece al Museo di Minneapolis, niente di ufficiale. Dalle colonne del New York Times, però, i responsabili della struttura hanno fatto sapere di non aver avuto alcuna comunicazione ufficiale della decisione del tribunale italiano e di aver “sempre condotto ricerche sulle acquisizioni, anche chiedendo feedback a studiosi esterni”.
Quanto alla politica italiana, infine, già nel 2020 il sindaco di Castellammare di Stabia aveva scritto al ministero della Cultura chiedendo di prendere posizione. E proprio il ministro Franceschini nelle scorse ore parlando con Repubblica ha fatto sapere di essere “pronto ad intraprendere un’iniziativa per riportare la scultura nel nostro Paese”.

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