Dove c’è Salis, c’è casa… E ombre
Dove c’è Salis, c’è casa… E ombre L’ennesima, opaca, vicenda che riguarda l’europarlamentare di Avs Ilaria Salis mostra come sia possibile distorcere la realtà e plasmarla a uso di propaganda spicciola e facilmente smascherabile. I fatti sono chiari: un alert nel sistema Schengen, attivato da un altro Paese europeo – la Germania – fa scattare una verifica automatica. Gli agenti identificano, controllano, prendono atto.
Fine. Nessuna perquisizione, nessuna forzatura, nessuna violazione dell’immunità parlamentare. Eppure, nel giro di poche ore, quel controllo diventa la “prova” di un fantomatico Stato di polizia. Una formula evocativa, che richiederebbe ben altra sostanza per essere pronunciata, e che sposta l’attenzione dal nodo reale: dietro la scenografia mediatica c’è un fatto vero e politicamente pesante. Non solo le autorità ungheresi, ma anche quelle tedesche considerano Salis un soggetto da monitorare: per un’ eurodeputata, un alert internazionale attivo significa pesanti ombre e implicazioni reputazionali.
E poi c’è il ruolo di Ivan Bonnin, collaboratore di Salis, presente in hotel di prima mattina. Bonnin ha precedenti penali circoscritti, ma il problema politico è un altro: se il suo rapporto con Salis fosse personale e non professionale, violerebbe le regole del Parlamento europeo, che vietano legami diretti tra eurodeputati e collaboratori che compromettano l’indipendenza del ruolo. La sua presenza aggiunge un’ombra procedurale a una vicenda già delicata. Il risultato è esplosivo: la fake news sulla perquisizione – che non c’è stata – un alert europeo che pesa sulla credibilità della parlamentare e un collaboratore il cui status potrebbe essere contestabile. L’eterogenesi dei fini: una polemica costruita ad arte che rischia di ritorcersi contro chi l’ha orchestrata, trasformando la vittimizzazione mediatica in un boomerang politico.
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