Draghi: “Cessate il fuoco il prima possibile, ripartire con i negoziati”. Ma intanto annuncia altre armi per l’Ucraina

“Per impedire che la crisi umanitaria continui ad aggravarsi, dobbiamo raggiungere il prima possibile un cessate il fuoco e far ripartire con forza i negoziati. È la posizione dell’Italia che ho condiviso con il Presidente Biden e i leader politici del Congresso durante la mia recente visita a Washington”. Nella sua informativa alla Camera Mario Draghi conferma in buona sostanza quanto già affermato in Senato. L’obiettivo dichiarato è quello della “ricerca della pace”, che Draghi descrive come una “aspirazione europea con l’Italia in prima linea”. Pur ribadendo il sostegno all’Ucraina e la condanna dell’aggressione russa, dalle parole del presidente del Consiglio sembra emergere una posizione meno appiattita sulla linea americana, con toni più misurati e dialoganti rispetto a qualche settimana fa: “È essenziale mantenere canali di dialogo con la Federazione Russa. È soltanto da questi canali che potrà emergere una soluzione negoziale”.

Dunque, almeno a parole, un’Italia impegnata direttamente nella ripartenza dei negoziati: “Ci muoveremo a livello bilaterale e insieme ai partner europei e agli alleati per cercare ogni possibile opportunità di mediazione”, ha assicurato Draghi, ricordando però che “dovrà essere l’Ucraina, e nessun altro, a decidere che pace accettare. Anche perché una pace che non fosse accettabile da parte dell’Ucraina non sarebbe neanche sostenibile”. Il presidente del Consiglio ha confermato la posizione favorevole dell’Italia rispetto all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, tema che sarà affrontato durante il Consiglio europeo di fine giugno. Un’estate all’insegna dell’attivismo diplomatico, visto che il premier a luglio volerà invece ad Ankara per il primo vertice bilaterale con la Turchia da dieci anni a questa parte, per discutere con Erdogan “delle prospettive negoziali e diplomatiche del conflitto, e del rafforzamento dei rapporti tra Italia e Turchia”.

Un Draghi aperto al dialogo e a soluzioni concrete per mettere fine al conflitto, ma che al tempo stesso ha ribadito la posizione favorevole del nostro Paese al sesto pacchetto di sanzioni (quello che prevede lo stop al petrolio russo) per “mantenere alta la pressione su Mosca e portarla al tavolo dei negoziati” e il sostegno all’Ucraina “per respingere l’invasione”. L’Italia continuerà quindi a inviare armi a Kiev e aumenterà di altri mille soldati il contingente in difesa del fianco orientale della Nato, precisamente in Ungheria e Bulgaria, come richiesto dagli Stati Uniti. Nell’incontro con il premier italiano Biden avrebbe avuto modo di esprimere il proprio “apprezzamento per la posizione solida e credibile dell’Italia”. Di sicuro per Draghi non sarà facile tenere insieme tutti i pezzi, impegnato come è a dare risposte almeno su tre fronti: da una parte gli Stati Uniti con la richiesta di un maggiore coinvolgimento nel sostegno all’Ucraina, dall’altra l’impegno con i partner europei a lavorare per una mediazione che porti ad un cessate il fuoco, infine il fronte interno dei partiti della maggioranza di governo sempre più critici rispetto all’invio di armi a Kiev.

Insomma quello che ha riferito in Parlamento sembra essere un Draghi ecumenico, di centro, ma di un centro che guarda a sinistra del planisfero – parafrasando un vecchio adagio sulla Dc – verso il mondo anglosassone. Perché a dispetto delle parole, che lo avvicinerebbero alle posizioni di Parigi e Berlino e alle richieste dei partiti della maggioranza che lo sostiene, il nostro presidente del Consiglio nei fatti continua a seguire la linea di Stati Uniti e Gran Bretagna, confermando il sostegno militare a Kiev, con la richiesta di altre sanzioni alla Russia compreso l’embargo del petrolio che danneggerebbe la nostra economia (e nei fatti sconfessa la politica dell’Eni), sostenendo l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue quando gli stessi Scholz e Macron continuano a frenare. L’impressione, di là delle parole, è che in Parlamento sia intervenuto un Draghi molto atlantico e poco europeo.

“Per impedire che la crisi umanitaria continui ad aggravarsi, dobbiamo raggiungere il prima possibile un cessate il fuoco e far ripartire con forza i negoziati. È la posizione dell’Italia che ho condiviso con il Presidente Biden e i leader politici del Congresso durante la mia recente visita a Washington”. Nella sua informativa alla Camera Mario Draghi conferma in buona sostanza quanto già affermato in Senato. L’obiettivo dichiarato è quello della “ricerca della pace”, che Draghi descrive come una “aspirazione europea con l’Italia in prima linea”. Pur ribadendo il sostegno all’Ucraina e la condanna dell’aggressione russa, dalle parole del presidente del Consiglio sembra emergere una posizione meno appiattita sulla linea americana, con toni più misurati e dialoganti rispetto a qualche settimana fa: “È essenziale mantenere canali di dialogo con la Federazione Russa. È soltanto da questi canali che potrà emergere una soluzione negoziale”.

Dunque, almeno a parole, un’Italia impegnata direttamente nella ripartenza dei negoziati: “Ci muoveremo a livello bilaterale e insieme ai partner europei e agli alleati per cercare ogni possibile opportunità di mediazione”, ha assicurato Draghi, ricordando però che “dovrà essere l’Ucraina, e nessun altro, a decidere che pace accettare. Anche perché una pace che non fosse accettabile da parte dell’Ucraina non sarebbe neanche sostenibile”. Il presidente del Consiglio ha confermato la posizione favorevole dell’Italia rispetto all’ingresso dell’Ucraina nella Ue, tema che sarà affrontato durante il Consiglio europeo di fine giugno. Un’estate all’insegna dell’attivismo diplomatico, visto che il premier a luglio volerà invece ad Ankara per il primo vertice bilaterale con la Turchia da dieci anni a questa parte, per discutere con Erdogan “delle prospettive negoziali e diplomatiche del conflitto, e del rafforzamento dei rapporti tra Italia e Turchia”.

Un Draghi aperto al dialogo e a soluzioni concrete per mettere fine al conflitto, ma che al tempo stesso ha ribadito la posizione favorevole del nostro Paese al sesto pacchetto di sanzioni (quello che prevede lo stop al petrolio russo) per “mantenere alta la pressione su Mosca e portarla al tavolo dei negoziati” e il sostegno all’Ucraina “per respingere l’invasione”. L’Italia continuerà quindi a inviare armi a Kiev e aumenterà di altri mille soldati il contingente in difesa del fianco orientale della Nato, precisamente in Ungheria e Bulgaria, come richiesto dagli Stati Uniti. Nell’incontro con il premier italiano Biden avrebbe avuto modo di esprimere il proprio “apprezzamento per la posizione solida e credibile dell’Italia”. Di sicuro per Draghi non sarà facile tenere insieme tutti i pezzi, impegnato come è a dare risposte almeno su tre fronti: da una parte gli Stati Uniti con la richiesta di un maggiore coinvolgimento nel sostegno all’Ucraina, dall’altra l’impegno con i partner europei a lavorare per una mediazione che porti ad un cessate il fuoco, infine il fronte interno dei partiti della maggioranza di governo sempre più critici rispetto all’invio di armi a Kiev.

Insomma quello che ha riferito in Parlamento sembra essere un Draghi ecumenico, di centro, ma di un centro che guarda a sinistra del planisfero – parafrasando un vecchio adagio sulla Dc – verso il mondo anglosassone. Perché a dispetto delle parole, che lo avvicinerebbero alle posizioni di Parigi e Berlino e alle richieste dei partiti della maggioranza che lo sostiene, il nostro presidente del Consiglio nei fatti continua a seguire la linea di Stati Uniti e Gran Bretagna, confermando il sostegno militare a Kiev, con la richiesta di altre sanzioni alla Russia compreso l’embargo del petrolio che danneggerebbe la nostra economia (e nei fatti sconfessa la politica dell’Eni), sostenendo l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue quando gli stessi Scholz e Macron continuano a frenare. L’impressione, di là delle parole, è che in Parlamento sia intervenuto un Draghi molto atlantico e poco europeo.

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