DRAGHI COME UN MAESTRO CON ALUNNI INDISCIPLINATI

Sarà il caldo che comincia ad infuocare il clima, sarà l’approssimarsi del voto amministrativo del prossimo autunno o, più in là, agli inizi del 2022, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, fatto sta che nella maggioranza che sostiene il governo sono sempre più forti le fibrillazioni, in particolare tra i vecchi sostenitori del Conte2, da una parte,  e Lega e Forza Italia dall’altra. Certo, dall’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi molte cose sono cambiate sulla scena politica. Il Pd ha cambiato i suoi organi dirigenti a partire dalla segreteria nazionale ora nelle mani di Enrico Letta. Il M5S è alle prese con un cambio di pelle quasi totale che sta provocando fortissimi sommovimenti nel movimento. Ma se a sinistra della maggioranza ci sono molte turbolenze, anche sul fronte destro qualcosa si muove. Matteo Salvini, per esempio, sta passando da una posizione più barricadiera e “sovranista” ad una più moderata, anche se non smette di agitare bandiere storiche del Carroccio come la “Flat Tax”, nel tentativo di accreditarsi sempre di più presso il ceto industriale del centronord e, perché no, presso le cancellerie europee ed i vertici Ue di Bruxelles. Dal canto suo Fi, con il suo fondatore Silvio Berlusconi da qualche tempo assente dalla scena politica perché alle prese con problemi di salute, sembra navigare a vista e più preoccupata che mai per le defezioni dai propri gruppi parlamentari in favore della nuova formazione “Coraggio Italia” promossa da Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e leader di “Cambiamo”, e Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. In questo contesto, non mancano le punture di spillo tra gli “alleati per forza” che sostengono Draghi. Stranamente, ma non troppo, chi si agita di più è il nuovo segretario del Pd. Con il partito che i sondaggi danno in calo o, tutt’al più, stazionario nelle preferenze degli italiani, Letta si è fatto promotore di iniziative che cercano di collocarlo più a sinistra senza arrecare danni alla navigazione della navicella governativa. Ecco quindi la sua annunciata battaglia per lo “ius soli”, ovvero la concessione automatica della cittadinanza ai nati sul territorio italiano, il suo pieno appoggio al progetto di legge di Alessandro Zan (Pd) contro l’omofobia, la proposta di reintrodurre la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro per dare una “dote” ai giovani. Con queste mosse, Letta sembra aver raccolto, molti anni dopo, l’appello del 2000 del regista Nanni Moretti nel corso di una manifestazione dei “girotondi” rivolto ai vertici di allora del Pd: “D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. 

Non sono di meno i maggiorenti pentastellati, impegnati nella battaglia legale con la “Fondazione Rousseau” di Davide Casaleggio sull’elenco degli iscritti e in una fase di travaglio nell’attesa dell’arrivo di Giuseppe Conte alla guida del movimento. Come detto, i grillini stanno cambiando pelle. Non più giustizialisti come fino a qualche tempo fa ma garantisti (c’entra qualcosa la strenua difesa di Beppe Grillo del suo figliolo accusato di stupro?). Non più critici nei confronti dell’Unione Europea, ma fermi sostenitori dei vertici di Bruxelles (i pentastellati hanno contribuito all’elezione a presidente di Ursula von der Leyen). Un mutamento di pelle che che ha portato a numerose defezioni sia in Parlamento che nel Paese (la più clamorosa è l’uscita dal movimento di Alessandro Di Battista, il “gemello diverso” di Luigi Di Maio) e che ha molto ridimensionato le aspettative nei confronti del movimento. La contesa tra la destra e la sinistra della maggioranza di governo porta a continui battibecchi tra i partiti con il presidente del Consiglio che ha il suo bel da fare per riportare tutto alla normale dialettica politica. Draghi infatti, fortemente impegnato nella lotta al coronavirus per far uscire l’Italia dalla grave crisi nella quale l’ha gettata la pandemia e nel confronto con la Ue per avere accesso ai fondi messi a disposizione nell’ambito del “Recovery and Resilience Facility”, lascia fare, ma solo fino ad un certo punto. Come un maestro buono ma non indulgente, che lascia ai suoi alunni dei momenti di libertà anche per allentare la tensione di stare seduti per ore nei banchi, così l’ex presidente della Bce guarda con un certo disinteresse agli scontri verbali tra i suoi sostenitori, ma quando si rende conto che questi potrebbero minare la saldezza della coalizione di governo ed indebolirlo nel suo dialogo con le autorità di Bruxelles, richiama tutti a rispettare le regole e l’ordine. Per chi non l’avesse capito, Draghi non è il classico presidente del Consiglio contemplato dalla Costituzione, ovvero un “primus inter pares”, ma è un “premier” all’inglese, ovvero il capo indiscusso della compagine governativa. Una situazione che i partiti della maggioranza conoscono benissimo. 

 Giuseppe Leone

 

Sarà il caldo che comincia ad infuocare il clima, sarà l’approssimarsi del voto amministrativo del prossimo autunno o, più in là, agli inizi del 2022, l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, fatto sta che nella maggioranza che sostiene il governo sono sempre più forti le fibrillazioni, in particolare tra i vecchi sostenitori del Conte2, da una parte,  e Lega e Forza Italia dall’altra. Certo, dall’avvento di Mario Draghi a Palazzo Chigi molte cose sono cambiate sulla scena politica. Il Pd ha cambiato i suoi organi dirigenti a partire dalla segreteria nazionale ora nelle mani di Enrico Letta. Il M5S è alle prese con un cambio di pelle quasi totale che sta provocando fortissimi sommovimenti nel movimento. Ma se a sinistra della maggioranza ci sono molte turbolenze, anche sul fronte destro qualcosa si muove. Matteo Salvini, per esempio, sta passando da una posizione più barricadiera e “sovranista” ad una più moderata, anche se non smette di agitare bandiere storiche del Carroccio come la “Flat Tax”, nel tentativo di accreditarsi sempre di più presso il ceto industriale del centronord e, perché no, presso le cancellerie europee ed i vertici Ue di Bruxelles. Dal canto suo Fi, con il suo fondatore Silvio Berlusconi da qualche tempo assente dalla scena politica perché alle prese con problemi di salute, sembra navigare a vista e più preoccupata che mai per le defezioni dai propri gruppi parlamentari in favore della nuova formazione “Coraggio Italia” promossa da Giovanni Toti, presidente della Regione Liguria e leader di “Cambiamo”, e Luigi Brugnaro, sindaco di Venezia. In questo contesto, non mancano le punture di spillo tra gli “alleati per forza” che sostengono Draghi. Stranamente, ma non troppo, chi si agita di più è il nuovo segretario del Pd. Con il partito che i sondaggi danno in calo o, tutt’al più, stazionario nelle preferenze degli italiani, Letta si è fatto promotore di iniziative che cercano di collocarlo più a sinistra senza arrecare danni alla navigazione della navicella governativa. Ecco quindi la sua annunciata battaglia per lo “ius soli”, ovvero la concessione automatica della cittadinanza ai nati sul territorio italiano, il suo pieno appoggio al progetto di legge di Alessandro Zan (Pd) contro l’omofobia, la proposta di reintrodurre la tassa di successione per i patrimoni superiori ai 5 milioni di euro per dare una “dote” ai giovani. Con queste mosse, Letta sembra aver raccolto, molti anni dopo, l’appello del 2000 del regista Nanni Moretti nel corso di una manifestazione dei “girotondi” rivolto ai vertici di allora del Pd: “D’Alema, dì qualcosa di sinistra”. 

Non sono di meno i maggiorenti pentastellati, impegnati nella battaglia legale con la “Fondazione Rousseau” di Davide Casaleggio sull’elenco degli iscritti e in una fase di travaglio nell’attesa dell’arrivo di Giuseppe Conte alla guida del movimento. Come detto, i grillini stanno cambiando pelle. Non più giustizialisti come fino a qualche tempo fa ma garantisti (c’entra qualcosa la strenua difesa di Beppe Grillo del suo figliolo accusato di stupro?). Non più critici nei confronti dell’Unione Europea, ma fermi sostenitori dei vertici di Bruxelles (i pentastellati hanno contribuito all’elezione a presidente di Ursula von der Leyen). Un mutamento di pelle che che ha portato a numerose defezioni sia in Parlamento che nel Paese (la più clamorosa è l’uscita dal movimento di Alessandro Di Battista, il “gemello diverso” di Luigi Di Maio) e che ha molto ridimensionato le aspettative nei confronti del movimento. La contesa tra la destra e la sinistra della maggioranza di governo porta a continui battibecchi tra i partiti con il presidente del Consiglio che ha il suo bel da fare per riportare tutto alla normale dialettica politica. Draghi infatti, fortemente impegnato nella lotta al coronavirus per far uscire l’Italia dalla grave crisi nella quale l’ha gettata la pandemia e nel confronto con la Ue per avere accesso ai fondi messi a disposizione nell’ambito del “Recovery and Resilience Facility”, lascia fare, ma solo fino ad un certo punto. Come un maestro buono ma non indulgente, che lascia ai suoi alunni dei momenti di libertà anche per allentare la tensione di stare seduti per ore nei banchi, così l’ex presidente della Bce guarda con un certo disinteresse agli scontri verbali tra i suoi sostenitori, ma quando si rende conto che questi potrebbero minare la saldezza della coalizione di governo ed indebolirlo nel suo dialogo con le autorità di Bruxelles, richiama tutti a rispettare le regole e l’ordine. Per chi non l’avesse capito, Draghi non è il classico presidente del Consiglio contemplato dalla Costituzione, ovvero un “primus inter pares”, ma è un “premier” all’inglese, ovvero il capo indiscusso della compagine governativa. Una situazione che i partiti della maggioranza conoscono benissimo. 

 Giuseppe Leone

 

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