Draghiloni a ostacoli

Contrordine, deputati. Spunta un nuovo ostacolo sulla strada, già irta di polemiche e scontri, verso l’approvazione del Draghiloni, la manovra più draghista possibile licenziata dal governo guidato dall’unica leader che, nella legislatura parlamentare che ha preceduta quella inaugurata dalle elezioni del 25 settembre scorso, si era seduta all’opposizione dell’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce. Ogni manovra, in fondo, è un gioco di rattoppi, di pazienza, di taglia e cuci. La legge di bilancio, la prima, del governo Meloni non è esente dalla regola. Il problema è, semmai, nei tempi, risicatissimi, entro cui va approvata dal parlamento perché si scongiuri, una volta per tutte, il rischio dell’esercizio provvisorio. Nel dibattito sulla manovra, appena giunta a Montecitorio dopo un lunghissimo tira e molla in Commissione Bilancio, ha fatto ieri irruzione la Ragioneria dello Stato. Ci sono troppi buchi nella legge di bilancio, va rivista. E tutto l’iter parlamentare, almeno alla Camera, rischia di slittare di un giorno. L’approvazione della manovra, prevista per la giornata di oggi, potrebbe giungere nella mattinata (tarda, tardissima) di domani. La nota dai ragionieri dello Stato è arrivata ieri, nel primissimo pomeriggio. È piombata su Montecitorio come un fulmine a ciel sereno, o quantomeno non troppo nuvoloso, per la maggioranza. La bocciatura grave riguarda il parere contrario sull’emendamento che prevede sostegni ai Comuni perché, secondo i rilievi dei contabili della Tesoreria, “la norma determina effetti negativi sui saldi di finanza pubblica di 450 milioni nel 2023”. Pertanto, va stralciata. O, cosa più probabile, occorre riprendere in mano ago, filo e pazienza e rammendare la coperta, anzi le coperture, sempre più corte.

Nel mirino della Ragioneria dello Stato, inoltre, c’è anche la Carta della Cultura, lo strumento che avrebbe dovuto sostituire il Bonus 18App e che solo giovedì era stato annunciato direttamente dalla premier Giorgia Meloni. La questione è un po’ tecnica ma negli effetti è concreta: “Nell’anno 2023 la Carta della Cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo di risorse già impegnate nell’anno 2022”. Ergo, non si può fare. E i tecnici contabili chiedono al governo di cancellare quest’assegnazione. Inoltre, tra gli altri rilievi contestati dalla Ragioneria dello Stato c’è il contratto tra il governo e Radio Radicale. In particolare, l’accordo tra il Ministero delle imprese e la società che edita l’emittente viene prorogato solo fino al 31 dicembre del 2023 e non fino alla fine del 2025. Ciò perché, secondo i tecnici contabili, “l’emendamento risulta essere privo di copertura finanziaria per gli anni 2024 e 2025”. Pertanto, si limita il contratto al solo 2023. Inoltre, si legge ancora nella nota, “per lo svolgimento del servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari è autorizzata la spesa massima di 8 milioni di euro per l’anno 2023”. L’arrivo della nota in aula ha avuto l’effetto di congelare le attività della Camera. Del resto, la Ragioneria di Stato non c’è andata troppo per il sottile avendo chiesto lo stralcio di una norma e la correzione di altri 44 articoli del testo della legge di bilancio. Il dibattito è stato praticamente congelato. Prima è stato sospeso fino alle 15, poi la sospensione è stata allungata fino alle 17. Quindi, praticamente, il congelamento delle attività è andato avanti praticamente a oltranza. Alle 18, precise, con 155 voti, la Camera vota il re invio del testo della manovra in Commissione. La ripresa dei lavori, così, è stata aggiornata alle ore 20. Intanto, il presidente della Commissione Bilancio Giuseppe Mangialavori ha chiesto il ritorno in Commissione del testo della manovra. Per il deputato Fi era necessario procedere con “il rinvio del disegno di legge di bilancio in commissione esclusivamente al fine di modificare o sopprimere alcune disposizioni che presentano profili problematici dal punto di vista delle coperture finanziarie come risulta dalla nota della Ragioneria”.
Contrordine, deputati. Spunta un nuovo ostacolo sulla strada, già irta di polemiche e scontri, verso l’approvazione del Draghiloni, la manovra più draghista possibile licenziata dal governo guidato dall’unica leader che, nella legislatura parlamentare che ha preceduta quella inaugurata dalle elezioni del 25 settembre scorso, si era seduta all’opposizione dell’esecutivo guidato dall’ex governatore della Bce. Ogni manovra, in fondo, è un gioco di rattoppi, di pazienza, di taglia e cuci. La legge di bilancio, la prima, del governo Meloni non è esente dalla regola. Il problema è, semmai, nei tempi, risicatissimi, entro cui va approvata dal parlamento perché si scongiuri, una volta per tutte, il rischio dell’esercizio provvisorio. Nel dibattito sulla manovra, appena giunta a Montecitorio dopo un lunghissimo tira e molla in Commissione Bilancio, ha fatto ieri irruzione la Ragioneria dello Stato. Ci sono troppi buchi nella legge di bilancio, va rivista. E tutto l’iter parlamentare, almeno alla Camera, rischia di slittare di un giorno. L’approvazione della manovra, prevista per la giornata di oggi, potrebbe giungere nella mattinata (tarda, tardissima) di domani. La nota dai ragionieri dello Stato è arrivata ieri, nel primissimo pomeriggio. È piombata su Montecitorio come un fulmine a ciel sereno, o quantomeno non troppo nuvoloso, per la maggioranza. La bocciatura grave riguarda il parere contrario sull’emendamento che prevede sostegni ai Comuni perché, secondo i rilievi dei contabili della Tesoreria, “la norma determina effetti negativi sui saldi di finanza pubblica di 450 milioni nel 2023”. Pertanto, va stralciata. O, cosa più probabile, occorre riprendere in mano ago, filo e pazienza e rammendare la coperta, anzi le coperture, sempre più corte.

Nel mirino della Ragioneria dello Stato, inoltre, c’è anche la Carta della Cultura, lo strumento che avrebbe dovuto sostituire il Bonus 18App e che solo giovedì era stato annunciato direttamente dalla premier Giorgia Meloni. La questione è un po’ tecnica ma negli effetti è concreta: “Nell’anno 2023 la Carta della Cultura giovani è assegnata ai nati nell’anno 2004 mediante utilizzo di risorse già impegnate nell’anno 2022”. Ergo, non si può fare. E i tecnici contabili chiedono al governo di cancellare quest’assegnazione. Inoltre, tra gli altri rilievi contestati dalla Ragioneria dello Stato c’è il contratto tra il governo e Radio Radicale. In particolare, l’accordo tra il Ministero delle imprese e la società che edita l’emittente viene prorogato solo fino al 31 dicembre del 2023 e non fino alla fine del 2025. Ciò perché, secondo i tecnici contabili, “l’emendamento risulta essere privo di copertura finanziaria per gli anni 2024 e 2025”. Pertanto, si limita il contratto al solo 2023. Inoltre, si legge ancora nella nota, “per lo svolgimento del servizio di trasmissione radiofonica delle sedute parlamentari è autorizzata la spesa massima di 8 milioni di euro per l’anno 2023”. L’arrivo della nota in aula ha avuto l’effetto di congelare le attività della Camera. Del resto, la Ragioneria di Stato non c’è andata troppo per il sottile avendo chiesto lo stralcio di una norma e la correzione di altri 44 articoli del testo della legge di bilancio. Il dibattito è stato praticamente congelato. Prima è stato sospeso fino alle 15, poi la sospensione è stata allungata fino alle 17. Quindi, praticamente, il congelamento delle attività è andato avanti praticamente a oltranza. Alle 18, precise, con 155 voti, la Camera vota il re invio del testo della manovra in Commissione. La ripresa dei lavori, così, è stata aggiornata alle ore 20. Intanto, il presidente della Commissione Bilancio Giuseppe Mangialavori ha chiesto il ritorno in Commissione del testo della manovra. Per il deputato Fi era necessario procedere con “il rinvio del disegno di legge di bilancio in commissione esclusivamente al fine di modificare o sopprimere alcune disposizioni che presentano profili problematici dal punto di vista delle coperture finanziarie come risulta dalla nota della Ragioneria”.
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