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L’e-commerce italiano vale 71 miliardi di euro. Il digital retail, la diffusione delle vendite sul web, rappresenta il primo driver di crescita per il settore privato. I dati sul fenomeno del commercio elettronico sono stati svelati nell’ambito della seconda edizione dello studio condotto da Netcomm insieme a The European House-Ambrosetti. I numeri snocciolati dal rapporto sono importanti. Secondo le analisi, infatti, l’incidenza dell’e-commerce “pesa” per ben il 40,6 per cento sulla crescita di fatturato totale delle attività economiche italiane del settore privato. Un dato, questo, che si riferisce ai cinque anni tra il 2016 e il 2020. Ma nel 2021 la crescita è proseguita, facendo segnare un tasso del 4,4 per cento di aumento rispetto all’anno precedente. Così, il fatturato complessivo del commercio digitale italiano raggiunge i 71 miliardi di euro, superando i 68 miliardi “incassati” nel 2020. Le cifre sono enormi: basti pensare che il commercio online italiano “vale” più del doppio dell’intero ammontare delle risorse messe a disposizione dal governo Meloni nell’ultima finanziaria.
Secondo le analisi contenute nel report, il digitale rappresenta un moltiplicatore importante per le aziende commerciali. Quantificabile nel valore pari a 2,48. In pratica, per ogni cento euro investiti nella filiera e-commerce italiana, se ne producono 148 nel resto dell’economia. Lusinghiero, poi, appare il dato relativo all’occupazione. Il settore digitale, secondo Netcomm-Ambrosetti, genera, per ogni 100 occupati, altri 141 negli altri comparti economici del Paese. Insomma, il commercio sta già compiendo la sua digitalizzazione e ne starebbe iniziando a vedere i frutti. Tuttavia, rimane il nodo dei grandi player del settore che continuano a drenare la maggior parte delle risorse. C’è poi l’impatto che i negozi digitali hanno su quelli fisici, specialmente sulle attività di dimensione piccola e media.
Il fatto innegabile, o la rivoluzione visibile di questi anni, è che vendere e comprare online è diventata un’abitudine per milioni di persone, non è più solo una moda. Bisogna tenere ciò ben presente per immaginare dove andrà l’economia e il commercio domani. E iniziare a pensare a strategie che superino la contrapposizione tra le due modalità di esercizio del commercio.
Ne è convinto il presidente Netcomm Roberto Liscia: “Alla luce dei risultati di questo studio non possiamo che decretare una volta per tutte la fine della concezione di e-commerce come un semplice trend. La rete del valore del commercio digitale è molto di più: stiamo parlando di una filiera concreta e tangibile che fa crescere la nostra economia più di tutte le altre 98 attività economiche prese in considerazione e che riguarda 723 mila imprese”. Liscia ha spiegato inoltre: “Il commercio digitale e la sua filiera si configurano – e si configureranno sempre di più – come un ecosistema in cui canale tradizionale e digitale coesistono e collaborano in un orizzonte strategico di crescita”. Liscia ha concluso con un appello: “Per questo oggi chiediamo ai rappresentanti politici e istituzionali di sostenere lo sviluppo di questa filiera attraverso precisi interventi e investimenti che consentano di colmare il gap di competenze digitali che scontiamo a livello europeo e rafforzare l’export digitale”.
L’e-commerce italiano vale 71 miliardi di euro. Il digital retail, la diffusione delle vendite sul web, rappresenta il primo driver di crescita per il settore privato. I dati sul fenomeno del commercio elettronico sono stati svelati nell’ambito della seconda edizione dello studio condotto da Netcomm insieme a The European House-Ambrosetti. I numeri snocciolati dal rapporto sono importanti. Secondo le analisi, infatti, l’incidenza dell’e-commerce “pesa” per ben il 40,6 per cento sulla crescita di fatturato totale delle attività economiche italiane del settore privato. Un dato, questo, che si riferisce ai cinque anni tra il 2016 e il 2020. Ma nel 2021 la crescita è proseguita, facendo segnare un tasso del 4,4 per cento di aumento rispetto all’anno precedente. Così, il fatturato complessivo del commercio digitale italiano raggiunge i 71 miliardi di euro, superando i 68 miliardi “incassati” nel 2020. Le cifre sono enormi: basti pensare che il commercio online italiano “vale” più del doppio dell’intero ammontare delle risorse messe a disposizione dal governo Meloni nell’ultima finanziaria.
Secondo le analisi contenute nel report, il digitale rappresenta un moltiplicatore importante per le aziende commerciali. Quantificabile nel valore pari a 2,48. In pratica, per ogni cento euro investiti nella filiera e-commerce italiana, se ne producono 148 nel resto dell’economia. Lusinghiero, poi, appare il dato relativo all’occupazione. Il settore digitale, secondo Netcomm-Ambrosetti, genera, per ogni 100 occupati, altri 141 negli altri comparti economici del Paese. Insomma, il commercio sta già compiendo la sua digitalizzazione e ne starebbe iniziando a vedere i frutti. Tuttavia, rimane il nodo dei grandi player del settore che continuano a drenare la maggior parte delle risorse. C’è poi l’impatto che i negozi digitali hanno su quelli fisici, specialmente sulle attività di dimensione piccola e media.
Il fatto innegabile, o la rivoluzione visibile di questi anni, è che vendere e comprare online è diventata un’abitudine per milioni di persone, non è più solo una moda. Bisogna tenere ciò ben presente per immaginare dove andrà l’economia e il commercio domani. E iniziare a pensare a strategie che superino la contrapposizione tra le due modalità di esercizio del commercio.
Ne è convinto il presidente Netcomm Roberto Liscia: “Alla luce dei risultati di questo studio non possiamo che decretare una volta per tutte la fine della concezione di e-commerce come un semplice trend. La rete del valore del commercio digitale è molto di più: stiamo parlando di una filiera concreta e tangibile che fa crescere la nostra economia più di tutte le altre 98 attività economiche prese in considerazione e che riguarda 723 mila imprese”. Liscia ha spiegato inoltre: “Il commercio digitale e la sua filiera si configurano – e si configureranno sempre di più – come un ecosistema in cui canale tradizionale e digitale coesistono e collaborano in un orizzonte strategico di crescita”. Liscia ha concluso con un appello: “Per questo oggi chiediamo ai rappresentanti politici e istituzionali di sostenere lo sviluppo di questa filiera attraverso precisi interventi e investimenti che consentano di colmare il gap di competenze digitali che scontiamo a livello europeo e rafforzare l’export digitale”.
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