“Ecco com’è la vita a Mosca con Turchia e Cina partner”

“Qui a Mosca si iniziano a sentire gli effetti delle sanzioni, ma le Pmi si sono rivolte alla Turchia così come alla Cina, con cui gli scambi commerciali sono cresciuti enormemente. Lo stesso si può dire per l’approvvigionamento delle materie prime, garantito soprattutto da Pechino. La gente parla molto della guerra e ovunque si incontrano militari in partenza per il fronte o in licenza. Ma i centri commerciali sono pieni come sempre, anche in vista delle feste”. Giorgio Bianchi, fotoreporter, documentarista e regista, che ha documentato per otto anni la guerra civile in Donbass, ci racconta come è la vita in Russia ai tempi del conflitto con l’Ucraina. Bianchi ha appena dato alle stampe un libro fotografico antologico Donbass stories. Otto anni di guerra civile in Ucraina, da Maidan ai giorni nostri (Meltemi, 2022).
Si notano grandi differenze rispetto a prima del 24 febbraio?
Ad uno sguardo superficiale, la vita a Mosca si presenta come al solito: il traffico è infernale, il centro della città è tutto illuminato, in Piazza Rossa c’è la solita pista di pattinaggio, ci sono le casette dove si vendono i dolciumi. I centri commerciali sono affollati, soprattutto ora che ci avviciniamo alle feste. Con uno sguardo più approfondito però si può notare per esempio che alla stazione ci sono molti militari in divisa in partenza per il fronte. Ciò lascia intuire che la Russia è un Paese in guerra. Una presenza discreta ma che si percepisce.
Un esempio?
Io ho preso una macchina collettiva da Rostov fino a Mosca e l’autista era un militare armeno che aveva combattuto a Mariupol. Statisticamente è facile incontrare uomini in età d’armi, impegnati a vari livelli nei combattimenti, come riservisti richiamati o come personale in licenza. L’aria di guerra si respira, insomma.
Sul fronte economico, come incide la guerra?
Proprio in questi giorni il rublo è sceso, è passato da 64 a 74 (rubli/euro, ndr), un calo dovuto al calo del prezzo del petrolio, dovuto alla riduzione della domanda. Il rublo è molto legato al prezzo del petrolio. Un altro indicatore è il fatto che molti ricchi e super ricchi in questa fase siano fuori dal Paese. Anche se la presenza nei locali di lusso è sempre molto corposa. Invece i locali medi soffrono un calo delle presenze rispetto al periodo pre 24 febbraio. Ho parlato con vari imprenditori che in questo momento cominciano a vedere una caduta degli ordinativi. In alcuni casi anche del 50%. Ma non hanno grossi problemi di approvvigionamento di materie prime, che prendono soprattutto dalla Cina.
Un effetto delle sanzioni?
Un enorme problema è quello dell’aumento dei costi dei macchinari e dispositivi prodotti in Occidente. In alcuni casi raddoppiati. Inoltre si comincia a respirare un certo tipo di protezionismo, con una chiusura crescente rispetto ai prodotti occidentali. Si cominciano a vedere molte macchine, anche di lusso, di fabbricazione asiatica al posto di Mercedes, Audi, Bmw. Soprattutto per i pezzi di ricambio, con tempi di attesa fino a quattro mesi.
Ma l’atmosfera in generale com’è?
Abbastanza tranquilla. Certo, i telegiornali, le riviste parlano molto della guerra. Prima l’argomento Donbass era considerato una questione interna all’Ucraina. Discorso a parte invece meritano i rapporti commerciali delle Pmi con gli altri Paesi. Ci si rivolge molto alla Turchia, considerata un hub di scambio per aggirare le sanzioni. Questo coincide anche un po’ con i numeri dell’export turco che ha addirittura superato la Germania. Questo perché probabilmente in Turchia avvengono delle triangolazioni.
Che ruolo ha la Turchia?
E’ considerato un partner molto più affidabile. La Turchia è molto presente nell’edilizia. Gran parte delle nuove unità abitative qui in Russia è costruita da imprese turche. E’ sempre più difficile incontrare europei. Quello che si vede molto è una presenza più che altro asiatica e principalmente cinese.
Qual è stata la reazione dell’opinione pubblica alla visita di Zelensky a Washington?
Se ne parla molto, con voci critiche. La risposta non si è fatta attendere: è stato inviato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale Medvedev a Pechino da Xi Jinping. E questo avviene all’indomani del vertice di Minsk tra Putin e Lukashenko. In queste ore ci sono le esercitazioni congiunte sia in Bielorussia, con 100mila unità militari impiegate, che quelle navali in Cina.
Quale potrebbe essere lo scopo dell’ammassamento di truppe in Bielorussia?
Forse un diversivo per costringere gli ucraini a rafforzare il confine settentrionale. Ma il rischio di una nuova massiccia penetrazione russa in Ucraina da nord rimane comunque. Anche se coinvolgere direttamente la Bielorussia nel conflitto forse non è nei piani di Mosca.
Perché?
Perché si rischia di replicare la situazione della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia è entrata al fianco della Germania. Perché Berlino è dovuta intervenire più volte in soccorso dell’Italia. La stessa cosa potrebbe avvenire con la Bielorussia. E’ più facile che venga usata come deterrente. Però Medvedev è un segnale molto importante: forse ha dovuto consegnare di persona informazioni su quanto si sono detti Putin e Lukashenko.
Cosa si rischia?
Una ulteriore escalation del conflitto. E di queste cose qui a Mosca si parla molto. Così come si parla molto dell’attentato all’ex presidente dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitri Rogozin.
Che cosa è successo?
E’ stato bombardato mentre era a Donetsk, nel suo ristorante. Lui è rimasto soltanto ferito, E’ rimasta uccisa una sua guardia del corpo e un cameriere. Kiev ha rivendicato l’attentato dicendo che aveva ricevuto informazioni dell’ingresso illegale di Rogozin in Donbass: è stato un atto chiaramente deliberato.
“Qui a Mosca si iniziano a sentire gli effetti delle sanzioni, ma le Pmi si sono rivolte alla Turchia così come alla Cina, con cui gli scambi commerciali sono cresciuti enormemente. Lo stesso si può dire per l’approvvigionamento delle materie prime, garantito soprattutto da Pechino. La gente parla molto della guerra e ovunque si incontrano militari in partenza per il fronte o in licenza. Ma i centri commerciali sono pieni come sempre, anche in vista delle feste”. Giorgio Bianchi, fotoreporter, documentarista e regista, che ha documentato per otto anni la guerra civile in Donbass, ci racconta come è la vita in Russia ai tempi del conflitto con l’Ucraina. Bianchi ha appena dato alle stampe un libro fotografico antologico Donbass stories. Otto anni di guerra civile in Ucraina, da Maidan ai giorni nostri (Meltemi, 2022).
Si notano grandi differenze rispetto a prima del 24 febbraio?
Ad uno sguardo superficiale, la vita a Mosca si presenta come al solito: il traffico è infernale, il centro della città è tutto illuminato, in Piazza Rossa c’è la solita pista di pattinaggio, ci sono le casette dove si vendono i dolciumi. I centri commerciali sono affollati, soprattutto ora che ci avviciniamo alle feste. Con uno sguardo più approfondito però si può notare per esempio che alla stazione ci sono molti militari in divisa in partenza per il fronte. Ciò lascia intuire che la Russia è un Paese in guerra. Una presenza discreta ma che si percepisce.
Un esempio?
Io ho preso una macchina collettiva da Rostov fino a Mosca e l’autista era un militare armeno che aveva combattuto a Mariupol. Statisticamente è facile incontrare uomini in età d’armi, impegnati a vari livelli nei combattimenti, come riservisti richiamati o come personale in licenza. L’aria di guerra si respira, insomma.
Sul fronte economico, come incide la guerra?
Proprio in questi giorni il rublo è sceso, è passato da 64 a 74 (rubli/euro, ndr), un calo dovuto al calo del prezzo del petrolio, dovuto alla riduzione della domanda. Il rublo è molto legato al prezzo del petrolio. Un altro indicatore è il fatto che molti ricchi e super ricchi in questa fase siano fuori dal Paese. Anche se la presenza nei locali di lusso è sempre molto corposa. Invece i locali medi soffrono un calo delle presenze rispetto al periodo pre 24 febbraio. Ho parlato con vari imprenditori che in questo momento cominciano a vedere una caduta degli ordinativi. In alcuni casi anche del 50%. Ma non hanno grossi problemi di approvvigionamento di materie prime, che prendono soprattutto dalla Cina.
Un effetto delle sanzioni?
Un enorme problema è quello dell’aumento dei costi dei macchinari e dispositivi prodotti in Occidente. In alcuni casi raddoppiati. Inoltre si comincia a respirare un certo tipo di protezionismo, con una chiusura crescente rispetto ai prodotti occidentali. Si cominciano a vedere molte macchine, anche di lusso, di fabbricazione asiatica al posto di Mercedes, Audi, Bmw. Soprattutto per i pezzi di ricambio, con tempi di attesa fino a quattro mesi.
Ma l’atmosfera in generale com’è?
Abbastanza tranquilla. Certo, i telegiornali, le riviste parlano molto della guerra. Prima l’argomento Donbass era considerato una questione interna all’Ucraina. Discorso a parte invece meritano i rapporti commerciali delle Pmi con gli altri Paesi. Ci si rivolge molto alla Turchia, considerata un hub di scambio per aggirare le sanzioni. Questo coincide anche un po’ con i numeri dell’export turco che ha addirittura superato la Germania. Questo perché probabilmente in Turchia avvengono delle triangolazioni.
Che ruolo ha la Turchia?
E’ considerato un partner molto più affidabile. La Turchia è molto presente nell’edilizia. Gran parte delle nuove unità abitative qui in Russia è costruita da imprese turche. E’ sempre più difficile incontrare europei. Quello che si vede molto è una presenza più che altro asiatica e principalmente cinese.
Qual è stata la reazione dell’opinione pubblica alla visita di Zelensky a Washington?
Se ne parla molto, con voci critiche. La risposta non si è fatta attendere: è stato inviato il vicepresidente del Consiglio di sicurezza nazionale Medvedev a Pechino da Xi Jinping. E questo avviene all’indomani del vertice di Minsk tra Putin e Lukashenko. In queste ore ci sono le esercitazioni congiunte sia in Bielorussia, con 100mila unità militari impiegate, che quelle navali in Cina.
Quale potrebbe essere lo scopo dell’ammassamento di truppe in Bielorussia?
Forse un diversivo per costringere gli ucraini a rafforzare il confine settentrionale. Ma il rischio di una nuova massiccia penetrazione russa in Ucraina da nord rimane comunque. Anche se coinvolgere direttamente la Bielorussia nel conflitto forse non è nei piani di Mosca.
Perché?
Perché si rischia di replicare la situazione della Seconda guerra mondiale, quando l’Italia è entrata al fianco della Germania. Perché Berlino è dovuta intervenire più volte in soccorso dell’Italia. La stessa cosa potrebbe avvenire con la Bielorussia. E’ più facile che venga usata come deterrente. Però Medvedev è un segnale molto importante: forse ha dovuto consegnare di persona informazioni su quanto si sono detti Putin e Lukashenko.
Cosa si rischia?
Una ulteriore escalation del conflitto. E di queste cose qui a Mosca si parla molto. Così come si parla molto dell’attentato all’ex presidente dell’agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitri Rogozin.
Che cosa è successo?
E’ stato bombardato mentre era a Donetsk, nel suo ristorante. Lui è rimasto soltanto ferito, E’ rimasta uccisa una sua guardia del corpo e un cameriere. Kiev ha rivendicato l’attentato dicendo che aveva ricevuto informazioni dell’ingresso illegale di Rogozin in Donbass: è stato un atto chiaramente deliberato.
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