Economia di guerra

Calano le assunzioni, aumenta l’inflazione e crollano i consumi. Siamo all’economia di guerra, tocca stringere i denti e sperare che il conflitto tra Russia e Ucraina che insanguina l’Europa dopo 70 anni di pace arrivi presto a una soluzione. Già, perché la situazione peggiora di giorno in giorno e a farne le spese sono le famiglie e le imprese. Soprattutto in Italia.

Confcommercio ha riferito che le aziende stanno assumendo molto meno personale rispetto a quanto loro stesse avevano programmato. Le imprese riducono la loro domanda di forze nuove del 5,4% a ottobre e addirittura del 10,4% sul trimestre (fino a dicembre).

Il settore manifatturiero assiste a un autentico tracollo: -28%. Rispetto allo stesso periodo di un anno fa, il tracollo si aggrava in una vera Caporetto: -33,3% per chimica-gomma-plastica, -30,4% metallurgia, -28,7% meccanica ed elettronica. Malissimo anche il commercio (-5,8%) e peggio ancora i servizi alle imprese (-8,6%). Ma non è tutto. Perché il lavoro che sopravvive è sempre più povero e precario. Più di un nuovo contratto su due (51%) sarà a tempo determinato. Poco meno del 20% dei nuovi ingressi saranno riservati a dipendenti a tempo indeterminato (19,7%) mentre si prevedono 50mila assunzioni in somministrazione (10,5%) e altre 39mila con formule che escludono il rapporto di dipendenza (8,1%).

Accanto alla minor propensione all’assunzione, le imprese scontano grosse difficoltà a trovare personale e in particolare gli operai specializzati. Si tratta di una storia vecchissima, che è (anche) figlia della burocrazia e dell’autonomia esasperata riconosciuta alle Regioni nel settore delle specializzazioni. Ciascuna ha il suo sistema e i suoi requisiti base: vuol dire, per esempio, che un tornitore formatosi in Sicilia non vede riconosciuti i suoi titoli in Lombardia.

Ma nemmeno di fronte al lavoro che manca si ferma la corsa senza sosta dei prezzi. La stessa Confcommercio stima che, a ottobre, l’inflazione sfiorerà il 10 per cento, attestandosi al 9,8%. Sarebbe un’ecatombe. Anche perché, intanto, i consumi si sono già depressi e solo in questo mese hanno perduto ben due punti percentuali. Il crollo dei consumi corrisponderebbe alla contrazione del Pil che, in quest’ultima fase dell’anno, si annuncia praticamente inevitabile.

I motivi li ha spiegati il presidente Nomisma Davide Tabarelli che, intervenuto al 36esimo congresso nazionale di Assofond, l’associazione delle fonderie in seno a Confindustria, ha tratteggiato l’attuale situazione senza nascondersi dietro un dito. “La realtà è che siamo in un’economia di guerra, ma in Europa si discute per lo più di soluzioni tampone, che forse possono migliorare la situazione, ma che non sono adatte a risolvere il problema”. E dunque: “La politica ha impiegato troppo tempo per rendersi conto della crisi. Ora bisogna tornare ai fondamentali, che sono quelli che contano: i prezzi sono esplosi non per la speculazione, ma perché manca il 40% di offerta di un bene, il gas, che è essenziale, e che è impossibile sostituire con qualcos’altro in pochi mesi. Per questo la domanda di gas è rimasta sostenuta fino a tutto agosto nonostante i prezzi da capogiro”. Già basterebbe. Ma l’analisi di Tabarelli non è finita qui. Anzi. “I dati di ottobre mostrano un’inversione di tendenza: i consumi, in Italia, hanno fatto segnare una flessione del -15% rispetto allo stesso mese del 2021, con l’industria a -20%. Il motivo è presto detto: la recessione è in arrivo, e la domanda sta cedendo”.

Calano le assunzioni, aumenta l’inflazione e crollano i consumi. Siamo all’economia di guerra, tocca stringere i denti e sperare che il conflitto tra Russia e Ucraina che insanguina l’Europa dopo 70 anni di pace arrivi presto a una soluzione. Già, perché la situazione peggiora di giorno in giorno e a farne le spese sono le famiglie e le imprese. Soprattutto in Italia.

Confcommercio ha riferito che le aziende stanno assumendo molto meno personale rispetto a quanto loro stesse avevano programmato. Le imprese riducono la loro domanda di forze nuove del 5,4% a ottobre e addirittura del 10,4% sul trimestre (fino a dicembre).

Il settore manifatturiero assiste a un autentico tracollo: -28%. Rispetto allo stesso periodo di un anno fa, il tracollo si aggrava in una vera Caporetto: -33,3% per chimica-gomma-plastica, -30,4% metallurgia, -28,7% meccanica ed elettronica. Malissimo anche il commercio (-5,8%) e peggio ancora i servizi alle imprese (-8,6%). Ma non è tutto. Perché il lavoro che sopravvive è sempre più povero e precario. Più di un nuovo contratto su due (51%) sarà a tempo determinato. Poco meno del 20% dei nuovi ingressi saranno riservati a dipendenti a tempo indeterminato (19,7%) mentre si prevedono 50mila assunzioni in somministrazione (10,5%) e altre 39mila con formule che escludono il rapporto di dipendenza (8,1%).

Accanto alla minor propensione all’assunzione, le imprese scontano grosse difficoltà a trovare personale e in particolare gli operai specializzati. Si tratta di una storia vecchissima, che è (anche) figlia della burocrazia e dell’autonomia esasperata riconosciuta alle Regioni nel settore delle specializzazioni. Ciascuna ha il suo sistema e i suoi requisiti base: vuol dire, per esempio, che un tornitore formatosi in Sicilia non vede riconosciuti i suoi titoli in Lombardia.

Ma nemmeno di fronte al lavoro che manca si ferma la corsa senza sosta dei prezzi. La stessa Confcommercio stima che, a ottobre, l’inflazione sfiorerà il 10 per cento, attestandosi al 9,8%. Sarebbe un’ecatombe. Anche perché, intanto, i consumi si sono già depressi e solo in questo mese hanno perduto ben due punti percentuali. Il crollo dei consumi corrisponderebbe alla contrazione del Pil che, in quest’ultima fase dell’anno, si annuncia praticamente inevitabile.

I motivi li ha spiegati il presidente Nomisma Davide Tabarelli che, intervenuto al 36esimo congresso nazionale di Assofond, l’associazione delle fonderie in seno a Confindustria, ha tratteggiato l’attuale situazione senza nascondersi dietro un dito. “La realtà è che siamo in un’economia di guerra, ma in Europa si discute per lo più di soluzioni tampone, che forse possono migliorare la situazione, ma che non sono adatte a risolvere il problema”. E dunque: “La politica ha impiegato troppo tempo per rendersi conto della crisi. Ora bisogna tornare ai fondamentali, che sono quelli che contano: i prezzi sono esplosi non per la speculazione, ma perché manca il 40% di offerta di un bene, il gas, che è essenziale, e che è impossibile sostituire con qualcos’altro in pochi mesi. Per questo la domanda di gas è rimasta sostenuta fino a tutto agosto nonostante i prezzi da capogiro”. Già basterebbe. Ma l’analisi di Tabarelli non è finita qui. Anzi. “I dati di ottobre mostrano un’inversione di tendenza: i consumi, in Italia, hanno fatto segnare una flessione del -15% rispetto allo stesso mese del 2021, con l’industria a -20%. Il motivo è presto detto: la recessione è in arrivo, e la domanda sta cedendo”.

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