Elezioni in Libano, affluenza in calo. La coalizione Hezbollah-Aoun rischia di perdere la maggioranza

I primi dati delle elezioni libanesi suggeriscono l’ipotesi di una forte “polarizzazione” della politica nei prossimi anni nel Paese dei cedri. La coalizione formata dagli sciiti di Hezbollah e dai cristiani del Movimento Patriottico Libero del presidente Michel Aoun potrebbe non avere i numeri per mantenere la maggioranza parlamentare. Lo scenario più probabile è quello di una polarizzazione tra due blocchi come accadde nel 2009: da una parte il “partito di Dio” e i suoi alleati, dall’altra i cristiano maroniti delle Forze Libanesi di Samir Geagea. Secondo alcune stime la forza politica del presidente uscente Aoun avrebbe perso quasi la metà dei consensi, che sarebbero finiti proprio alla formazione di Geagea. Hezbollah rischierebbe invece di perdere un seggio al Parlamento di Beirut e in generale registra un calo di consensi.

Un aspetto fondamentale di questa tornata di elezioni libanesi è stata senza dubbio la forte astensione, passata dal 41% del 2018 al 49% di oggi. A testimonianza di una sfiducia generale dei libanesi rispetto alla politica, emersa già nelle proteste anti-governative del 2019. A questo si aggiunge la grande crisi economica caratterizzata da una forte inflazione, svalutazione della lira libanese e tre quarti della popolazione sotto la soglia di povertà. Anche l’esplosione del 2020 che ha sventrato il porto di Beirut e i quartieri limitrofi ha senza dubbio contribuito ad esasperare la situazione. A pesare sul voto poi l’assenza dell’ex premier sunnita Saad Hariri e la novità dell’elezione di alcuni rappresentanti (una decina al massimo) di diverse liste direttamente collegate ai movimenti di protesta del 2019 come Kadreen e il Fronte dell’opposizione libanese.

Qualunque sarà il risultato definitivo del voto è difficile ipotizzare una nuova maggioranza in grado di dare stabilità al Paese. In Libano vige un rigido sistema “confessionale”, con la distribuzione dei seggi determinata in base alla comunità religiosa di appartenenza. Le quote sono stabilite in base ad un censimento del 1932, quando i cristiani rappresentavano la maggioranza dei libanesi, e non sono mai state aggiornate per la paura di alcune componenti di perdere la propria rappresentanza. Su 128 deputati del Parlamento 64 devono essere cristiani e 64 musulmani. I 64 rappresentanti cristiani sono poi suddivisi in ulteriori sette gruppi, con i maroniti che rappresentano la componente principale (34 seggi). I 64 deputati musulmani sono invece suddivisi in sciiti (27), sunniti (27), drusi (8) e alawiti (2).

Anche la distribuzione delle cariche dello Stato segue un principio settario, come stabilito dagli accordi di Taif del 1990 che posero fine alla guerra civile libanese che durava dal 1975: il presidente della Repubblica deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente del Parlamento un musulmano sciita, il vicepresidente del Parlamento e il vice primo ministro cristiani greco-ortodossi, il capo di stato maggiore dell’esercito sempre un druso. Un sistema complicato che sembra aver stancato la popolazione libanese ma che la classe politica del Paese, nonostante le promesse del 2018, non sembra voler mandare in pensione.

I primi dati delle elezioni libanesi suggeriscono l’ipotesi di una forte “polarizzazione” della politica nei prossimi anni nel Paese dei cedri. La coalizione formata dagli sciiti di Hezbollah e dai cristiani del Movimento Patriottico Libero del presidente Michel Aoun potrebbe non avere i numeri per mantenere la maggioranza parlamentare. Lo scenario più probabile è quello di una polarizzazione tra due blocchi come accadde nel 2009: da una parte il “partito di Dio” e i suoi alleati, dall’altra i cristiano maroniti delle Forze Libanesi di Samir Geagea. Secondo alcune stime la forza politica del presidente uscente Aoun avrebbe perso quasi la metà dei consensi, che sarebbero finiti proprio alla formazione di Geagea. Hezbollah rischierebbe invece di perdere un seggio al Parlamento di Beirut e in generale registra un calo di consensi.

Un aspetto fondamentale di questa tornata di elezioni libanesi è stata senza dubbio la forte astensione, passata dal 41% del 2018 al 49% di oggi. A testimonianza di una sfiducia generale dei libanesi rispetto alla politica, emersa già nelle proteste anti-governative del 2019. A questo si aggiunge la grande crisi economica caratterizzata da una forte inflazione, svalutazione della lira libanese e tre quarti della popolazione sotto la soglia di povertà. Anche l’esplosione del 2020 che ha sventrato il porto di Beirut e i quartieri limitrofi ha senza dubbio contribuito ad esasperare la situazione. A pesare sul voto poi l’assenza dell’ex premier sunnita Saad Hariri e la novità dell’elezione di alcuni rappresentanti (una decina al massimo) di diverse liste direttamente collegate ai movimenti di protesta del 2019 come Kadreen e il Fronte dell’opposizione libanese.

Qualunque sarà il risultato definitivo del voto è difficile ipotizzare una nuova maggioranza in grado di dare stabilità al Paese. In Libano vige un rigido sistema “confessionale”, con la distribuzione dei seggi determinata in base alla comunità religiosa di appartenenza. Le quote sono stabilite in base ad un censimento del 1932, quando i cristiani rappresentavano la maggioranza dei libanesi, e non sono mai state aggiornate per la paura di alcune componenti di perdere la propria rappresentanza. Su 128 deputati del Parlamento 64 devono essere cristiani e 64 musulmani. I 64 rappresentanti cristiani sono poi suddivisi in ulteriori sette gruppi, con i maroniti che rappresentano la componente principale (34 seggi). I 64 deputati musulmani sono invece suddivisi in sciiti (27), sunniti (27), drusi (8) e alawiti (2).

Anche la distribuzione delle cariche dello Stato segue un principio settario, come stabilito dagli accordi di Taif del 1990 che posero fine alla guerra civile libanese che durava dal 1975: il presidente della Repubblica deve essere sempre un cristiano maronita, il primo ministro un musulmano sunnita, il presidente del Parlamento un musulmano sciita, il vicepresidente del Parlamento e il vice primo ministro cristiani greco-ortodossi, il capo di stato maggiore dell’esercito sempre un druso. Un sistema complicato che sembra aver stancato la popolazione libanese ma che la classe politica del Paese, nonostante le promesse del 2018, non sembra voler mandare in pensione.

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