Emergenza Covid x files

Se sarà una tempesta in un bicchier d’acqua lo scopriremo solo vivendo, ma la notizia c’è, eccome. Janine Small, alta rappresentante della Pfizer (si occupa dell’area commerciale e delle relative connessioni internazionali) è stata ascoltata nel corso di un’audizione, a porte chiuse, al Parlamento europeo. Era presente in luogo dell’amministratore delegato della grande casa farmaceutica, Albert Bourla, il quale aveva declinato la convocazione. Ebbene, le è stato chiesto di riferire se il noto vaccino a mRNA Comirnaty fosse stato testato, prima dell’immissione in commercio, sulla prevenzione della trasmissione del virus oltre che su quella della malattia.

A precisa domanda di Rob Roos, deputato del partito conservatore Erc (European conservatives and reformists), la signora Small ha testualmente risposto: “Mi chiede se sapevamo se il vaccino interrompesse o no la trasmissione prima di immetterlo sul mercato? Ma no! Sa, dovevamo davvero muoverci alla velocità della scienza”. Al sorprendente responso ha dato ampio risalto, nella giornata di ieri, il quotidiano. E ne discende una domanda altrettanto provocatoria di quella con cui la Small ha replicato a Rob Roos: si è resa conto, la dirigente di Pfizer, delle conseguenze potenzialmente esplosive (anche, se non soprattutto, sul piano giuridico) delle sue affermazioni? Probabilmente no, considerato il tono ilare e stupefatto con cui la nostra ha pronunciato quelle parole.

Eppure, la storia di quanto accaduto negli ultimi due anni avrebbe dovuto farle immaginare lo scalpore successivo. Infatti, tutta la campagna non solo vaccinale ma di plurime misure emergenziali del periodo pandemico (green pass in primis) è stata impostata sulla base di convinzioni opposte rispetto a quanto rivelato in audizione. E cioè sul presupposto che il vaccino anti-Covid fosse idoneo a impedire la catena dei contagi. Solo questo “antecedente” fattuale, scientifico, legale, e financo logico, può costituire una ratio adeguata all’imposizione del green pass a categorie sempre più ampie di lavoratori e a un numero via via crescente di luoghi, situazioni, circostanze. Togliendolo, viene meno la giustificazione dell’impalcatura di comandi, divieti, discriminazioni “legittime” introdotte con le misure emergenziali del biennio scorso. A traballare potrebbe essere persino l’ammissibilità dell’obbligo vaccinale per i sanitari se è vero, come è vero, che il Decreto legge 44/2021 istitutivo del medesimo era finalizzato, testualmente, alla “prevenzione del contagio da Covid-19”. Oppure si pensi al decreto 52 istitutivo del cosiddetto green-pass mirante a “contenere e contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19”.

Ora, spostiamo lo sguardo sul futuro. Più precisamente, verso i prevedibili esiti di tale “spensierata” rivelazione sul piano del diritto e su quello della politica. Sotto il primo aspetto, potrebbe conseguirne un’ondata di azioni giudiziarie, ai più diversi livelli, intentate da tutti coloro i quali hanno patito danni, patrimoniali e non, anche ingenti per effetto delle misure di cui sopra: dalla sospensione dello stipendio alla perdita del lavoro nella sfera professionale, dalla compromissione dei diritti civili fondamentali a più gravi ricadute psicologiche sul piano esistenziale in senso lato. E potrebbe anche discenderne l’innesco di iniziative giudiziarie penali in considerazione dell’importanza dei diritti compromessi e della gravità dei pregiudizi derivati. Ma la dimensione politica di questo vero e proprio “caso” ha profondità persino più vaste e, al momento, insondabili. Quale potrebbe, anzi quale dovrebbe essere l’impatto di tale “confessione” sulle istituzioni che, a vario titolo, hanno promosso o assecondato ogni singola misura dettata dal fallace convincimento mandato in frantumi dalle dichiarazioni della Small? Ovviamente, tutto dipenderà dalla “consapevolezza” dei cosiddetti decision makers: essi erano al corrente di quanto asserito dalla rappresentante di Pfizer? E se sì, da quando? E se no, può applicarsi a tale vicenda il noto principio del “non potevano non sapere” già impiegato in vicende altrettanto gravi del nostro passato? Mille sono le sfumature di grigio tra una condotta innocente e una colposa e altrettante tra una colposa e una dolosa. In questa storia, insomma, ricorrono tutte le premesse per una tempesta. E forse non in un bicchier d’acqua.

Se sarà una tempesta in un bicchier d’acqua lo scopriremo solo vivendo, ma la notizia c’è, eccome. Janine Small, alta rappresentante della Pfizer (si occupa dell’area commerciale e delle relative connessioni internazionali) è stata ascoltata nel corso di un’audizione, a porte chiuse, al Parlamento europeo. Era presente in luogo dell’amministratore delegato della grande casa farmaceutica, Albert Bourla, il quale aveva declinato la convocazione. Ebbene, le è stato chiesto di riferire se il noto vaccino a mRNA Comirnaty fosse stato testato, prima dell’immissione in commercio, sulla prevenzione della trasmissione del virus oltre che su quella della malattia.

A precisa domanda di Rob Roos, deputato del partito conservatore Erc (European conservatives and reformists), la signora Small ha testualmente risposto: “Mi chiede se sapevamo se il vaccino interrompesse o no la trasmissione prima di immetterlo sul mercato? Ma no! Sa, dovevamo davvero muoverci alla velocità della scienza”. Al sorprendente responso ha dato ampio risalto, nella giornata di ieri, il quotidiano. E ne discende una domanda altrettanto provocatoria di quella con cui la Small ha replicato a Rob Roos: si è resa conto, la dirigente di Pfizer, delle conseguenze potenzialmente esplosive (anche, se non soprattutto, sul piano giuridico) delle sue affermazioni? Probabilmente no, considerato il tono ilare e stupefatto con cui la nostra ha pronunciato quelle parole.

Eppure, la storia di quanto accaduto negli ultimi due anni avrebbe dovuto farle immaginare lo scalpore successivo. Infatti, tutta la campagna non solo vaccinale ma di plurime misure emergenziali del periodo pandemico (green pass in primis) è stata impostata sulla base di convinzioni opposte rispetto a quanto rivelato in audizione. E cioè sul presupposto che il vaccino anti-Covid fosse idoneo a impedire la catena dei contagi. Solo questo “antecedente” fattuale, scientifico, legale, e financo logico, può costituire una ratio adeguata all’imposizione del green pass a categorie sempre più ampie di lavoratori e a un numero via via crescente di luoghi, situazioni, circostanze. Togliendolo, viene meno la giustificazione dell’impalcatura di comandi, divieti, discriminazioni “legittime” introdotte con le misure emergenziali del biennio scorso. A traballare potrebbe essere persino l’ammissibilità dell’obbligo vaccinale per i sanitari se è vero, come è vero, che il Decreto legge 44/2021 istitutivo del medesimo era finalizzato, testualmente, alla “prevenzione del contagio da Covid-19”. Oppure si pensi al decreto 52 istitutivo del cosiddetto green-pass mirante a “contenere e contrastare l’emergenza epidemiologica da Covid-19”.

Ora, spostiamo lo sguardo sul futuro. Più precisamente, verso i prevedibili esiti di tale “spensierata” rivelazione sul piano del diritto e su quello della politica. Sotto il primo aspetto, potrebbe conseguirne un’ondata di azioni giudiziarie, ai più diversi livelli, intentate da tutti coloro i quali hanno patito danni, patrimoniali e non, anche ingenti per effetto delle misure di cui sopra: dalla sospensione dello stipendio alla perdita del lavoro nella sfera professionale, dalla compromissione dei diritti civili fondamentali a più gravi ricadute psicologiche sul piano esistenziale in senso lato. E potrebbe anche discenderne l’innesco di iniziative giudiziarie penali in considerazione dell’importanza dei diritti compromessi e della gravità dei pregiudizi derivati. Ma la dimensione politica di questo vero e proprio “caso” ha profondità persino più vaste e, al momento, insondabili. Quale potrebbe, anzi quale dovrebbe essere l’impatto di tale “confessione” sulle istituzioni che, a vario titolo, hanno promosso o assecondato ogni singola misura dettata dal fallace convincimento mandato in frantumi dalle dichiarazioni della Small? Ovviamente, tutto dipenderà dalla “consapevolezza” dei cosiddetti decision makers: essi erano al corrente di quanto asserito dalla rappresentante di Pfizer? E se sì, da quando? E se no, può applicarsi a tale vicenda il noto principio del “non potevano non sapere” già impiegato in vicende altrettanto gravi del nostro passato? Mille sono le sfumature di grigio tra una condotta innocente e una colposa e altrettante tra una colposa e una dolosa. In questa storia, insomma, ricorrono tutte le premesse per una tempesta. E forse non in un bicchier d’acqua.

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