ENRICO CHI? Il Pd scarica Letta

Se in molti dopo la formazione del governo si aspettavano una ripresa da parte del Partito Democratico, con l’auspicio che potesse rinascere – o almeno tornare a essere attivo – all’opposizione, ora la prospettiva sembra quella dello sgretolamento. Enrico Letta si sta mostrando fermo in un’impasse iniziata dai risultati del 25 settembre e che potrebbe rompersi solo con le primarie attese a marzo. Sei mesi di “equilibri congressuali” che però non trascorrono solo sulle pagine del calendario, ma anche tra i banchi dei dem. A far tremare il partito ora sono soprattutto le prossime elezioni regionali all’orizzonte. In Lombardia, Letta ha sbarrato la strada alla possibile coalizione a marchio Letizia Moratti con Azione e Italia Viva, con la candidata definita troppo “divisiva” e con rischio di “spaccatura” interna. Tuttavia, Moratti aveva fatto anche un ulteriore passo avanti, rivolgendosi al Pd con la proposta di dialogo aperto su possibili convergenze: “L’idea è quella di dar rapidamente vita a un tavolo di lavoro su tematiche concrete, basato su un approccio di confronto e di collaborazione, sviluppato con l’ausilio di un dialogo aperto con tutti coloro che sono disponibili al confronto e portatori di competenze ed idee”. Il silenzio dei dem dimostra che di una unione di intenti contro la destra non se ne parla, ma anche l’improvvisazione su possibili soluzioni non sembra essere un punto forte. La chiamata a Carlo Cottarelli si è risolta con un ritiro, con l’economista che ha comunicato di non essere più disponibile: “Se fosse stata fatta una proposta da un’alleanza sufficientemente ampia e con una condivisone forte di programma io l’avrei considerata seriamente”. Ma anche il pressing sull’ex sindaco Giuliano Pisapia, che si era preso del tempo per decidere, sembra non essere andata a buon fine. La chiamata senza risposta è stata quindi girata a Emilio Del Bono, sindaco di Brescia uscente al secondo mandato e non ricandidabile. A Milano tutti sembrano temere la candidatura: da un lato l’uscente Fontana e dall’altra l’ex assessora Moratti mettono paura al Pd, che da seconda forza nella regione potrebbe slittare un gradino più in basso e ancora senza un nome vero da candidare. Un vuoto che da Milano arriva fino a Roma, dove ieri il Presidente della Regione Zingaretti ha rassegnato le dimissioni. Anche nel Lazio, sui piani del Pd, Calenda entra a metterci lo zampino appoggiando il nome di Alessio D’Amato. L’assessore uscente alla sanità, che non gode di particolare simpatia e di riconosciuta leadership tale da far presa sui cittadini, sembra l’unico nome vicino al Pd, ma non del Pd. Difatti, D’Amato ha sciolto le riserve annunciando la propria candidatura a raccogliere l’eredità di Nicola Zingaretti, ma non con lo stesso partito, bensì presentandosi al fianco di Calenda. D’Amato, tuttavia, si annuncia come un “candidato unitario” del Centrosinistra, di una coalizione che al momento non sembra esserci e su cui il leader di Azione ha cercato di rompere il silenzio di Letta: “Siamo in attesa che il Pd ci dica se D’Amato va bene anche per loro”. Una risposta in tal senso arriva dal segretario regionale del partito Bruno Astorre, che dopo una lunga riunione con Letta e Boccia, rivela come il nodo sarà sciolto solo martedì. Stessa cosa vale sulla questione primarie. L’ immobilismo, intanto, non solo potrebbe far perdere consensi preziosi, ma potrebbe rendere vana e impossibile ogni alleanza contro il centrodestra. Se le speranze di accordo con i cinquestelle – tanto cari a Zingaretti – sembrano ormai tramontate, il Pd potrebbe perdere anche l’appoggio che sembrava appurato dell’alleanza Verdi e Sinistra Italiana. E con la testa sotto la sabbia fino al 12 marzo, la situazione potrebbe a dir poco peggiorare.

Se in molti dopo la formazione del governo si aspettavano una ripresa da parte del Partito Democratico, con l’auspicio che potesse rinascere – o almeno tornare a essere attivo – all’opposizione, ora la prospettiva sembra quella dello sgretolamento. Enrico Letta si sta mostrando fermo in un’impasse iniziata dai risultati del 25 settembre e che potrebbe rompersi solo con le primarie attese a marzo. Sei mesi di “equilibri congressuali” che però non trascorrono solo sulle pagine del calendario, ma anche tra i banchi dei dem. A far tremare il partito ora sono soprattutto le prossime elezioni regionali all’orizzonte. In Lombardia, Letta ha sbarrato la strada alla possibile coalizione a marchio Letizia Moratti con Azione e Italia Viva, con la candidata definita troppo “divisiva” e con rischio di “spaccatura” interna. Tuttavia, Moratti aveva fatto anche un ulteriore passo avanti, rivolgendosi al Pd con la proposta di dialogo aperto su possibili convergenze: “L’idea è quella di dar rapidamente vita a un tavolo di lavoro su tematiche concrete, basato su un approccio di confronto e di collaborazione, sviluppato con l’ausilio di un dialogo aperto con tutti coloro che sono disponibili al confronto e portatori di competenze ed idee”. Il silenzio dei dem dimostra che di una unione di intenti contro la destra non se ne parla, ma anche l’improvvisazione su possibili soluzioni non sembra essere un punto forte. La chiamata a Carlo Cottarelli si è risolta con un ritiro, con l’economista che ha comunicato di non essere più disponibile: “Se fosse stata fatta una proposta da un’alleanza sufficientemente ampia e con una condivisone forte di programma io l’avrei considerata seriamente”. Ma anche il pressing sull’ex sindaco Giuliano Pisapia, che si era preso del tempo per decidere, sembra non essere andata a buon fine. La chiamata senza risposta è stata quindi girata a Emilio Del Bono, sindaco di Brescia uscente al secondo mandato e non ricandidabile. A Milano tutti sembrano temere la candidatura: da un lato l’uscente Fontana e dall’altra l’ex assessora Moratti mettono paura al Pd, che da seconda forza nella regione potrebbe slittare un gradino più in basso e ancora senza un nome vero da candidare. Un vuoto che da Milano arriva fino a Roma, dove ieri il Presidente della Regione Zingaretti ha rassegnato le dimissioni. Anche nel Lazio, sui piani del Pd, Calenda entra a metterci lo zampino appoggiando il nome di Alessio D’Amato. L’assessore uscente alla sanità, che non gode di particolare simpatia e di riconosciuta leadership tale da far presa sui cittadini, sembra l’unico nome vicino al Pd, ma non del Pd. Difatti, D’Amato ha sciolto le riserve annunciando la propria candidatura a raccogliere l’eredità di Nicola Zingaretti, ma non con lo stesso partito, bensì presentandosi al fianco di Calenda. D’Amato, tuttavia, si annuncia come un “candidato unitario” del Centrosinistra, di una coalizione che al momento non sembra esserci e su cui il leader di Azione ha cercato di rompere il silenzio di Letta: “Siamo in attesa che il Pd ci dica se D’Amato va bene anche per loro”. Una risposta in tal senso arriva dal segretario regionale del partito Bruno Astorre, che dopo una lunga riunione con Letta e Boccia, rivela come il nodo sarà sciolto solo martedì. Stessa cosa vale sulla questione primarie. L’ immobilismo, intanto, non solo potrebbe far perdere consensi preziosi, ma potrebbe rendere vana e impossibile ogni alleanza contro il centrodestra. Se le speranze di accordo con i cinquestelle – tanto cari a Zingaretti – sembrano ormai tramontate, il Pd potrebbe perdere anche l’appoggio che sembrava appurato dell’alleanza Verdi e Sinistra Italiana. E con la testa sotto la sabbia fino al 12 marzo, la situazione potrebbe a dir poco peggiorare.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli