EQUITÀ E FRATELLANZA PER UN MONDO MIGLIORE

“Fratelli tutti”: l’enciclica scritta dal Papa nei mesi del lockdown

Fratellanza e fede nell’unico Dio sono il filo conduttore della nuova enciclica del Papa scritta nei mesi del lockdown, nel mezzo della terribile pandemia, che ha colto di sorpresa e messo in luce la nostra fragilità. La terza enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale – che segue alla Lumen fidei (2013) e la Laudato sì (2015) – è stata firmata ad Assisi, davanti alla tomba del Santo preferito (3 ottobre 2020), l’amante dei poveri, il cantore della creazione. Non sorprende che Papa Bergoglio, varie volte, si sia ispirato alla figura del Poverello di Assisi per sottolineare l’attenzione ai poveri, per trasmettere un messaggio di amicizia, rivedere modelli di sviluppo non più sostenibili e stili di vita da cambiare, per il bene di tutti. Egli crede sia necessario avvicinarsi a Francesco di Assisi per impararne la lezione, traendo spunto dai suoi scritti, a dimostrazione di quanto la “fraternità primitiva” fosse entrata nella mente e nel cuore di un uomo di pace, innamorato di Cristo, che ha vissuto povero – come dice il suo biografo Tommaso da Celano – “secondo la forma del santo Vangelo”. Nel libro delle Ammonizioni è scritto: “Guardiamo, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della Croce”. “Fratelli tutti” (dal latino Fratres omnes) è, essenzialmente, un’enciclica sociale, che non ha bisogno di teologi per essere compresa, da commentare in famiglia, da riproporre in parrocchia, in strada. Già, perché Papa Francesco sa arrivare al cuore della gente, con parole semplici e fare pacato, attingendo dalla vita, rimettendo al centro la fratellanza come guarigione dalle “malattie sociali”. Priorità indicate: custodire il creato, trovare armonia, combattere l’egoismo causa di nuovi conflitti, comunicare valori, riequilibrare il Nord e il Sud del pianeta, uscire dalla pandemia, che ha effetti immediati sulla vita delle persone, ha allargato il divario sociale e le diseguaglianze sono immensamente aumentate; lottarla può essere occasione di una svolta, viene spiegato nel testo (articolato in 8 capitoli) che sprona chiunque abbia a cuore le sorti di un mondo malato ( ce lo ricorda Papa Francesco nella catechesi sul tema “Guarire il mondo” all’udienza generale di mercoledì 9 settembre 2020) a imboccare la strada giusta della solidarietà, fondata sull’amicizia. Non è retorica ma la sintesi di un pensiero in cui si ravvisa un modello di società che avrà costruito ponti e non muri intesi come civile accoglienza a chi ne chieda il soccorso, ma anche cura della fragilità del mondo attuale, proiettato verso un futuro migliore. Oggi, nella nostra civiltà interconnessa, vi è necessità di stili di vita rinnovati, sia quanto alle relazioni tra noi, che nel nostro rapporto con l’ambiente casa di tutti. Perché, dice il Papa ricevendo in udienza i partecipanti all’incontro delle comunità “Laudato sì” (12 settembre 2020), “anche la pandemia lo ha dimostrato: la salute dell’uomo non può prescindere da quella dell’ambiente in cui vive”. Ciò che egli intende richiamare nella lotta contro la pandemia (dal greco epi-demos) e in ciò che ne consegue, è l’idea che il bene comune, in questo caso il bene della salute, si difende con la partecipazione di tutti. Sarà possibile nella misura in cui “ognuno ci mette del suo, e se nessuno viene lasciato fuori” allora “potremo rigenerare relazioni buone a livello comunitario, nazionale, internazionale e anche in armonia con l’ambiente”. Un tema ricorrente, quello del legame tra uomo e ambiente, da sempre caro al Pontefice e ripreso in tante occasioni, centrale in “Laudato sì” la prima enciclica ecologica della storia, nell’ultimo sinodo dedicato ai giovani (ottobre 2018), in “Fratelli tutti” testo di 240 pagine ispirato al “Cantico delle Creature”, una lode per “Altissimo, Onnipotente, Bon Signore” in cui in Serafico Padre ci chiede di sentirci tutti fratelli e sorelle. Così, persino l’universo assume un volto fraterno, dando voce a tutte le creature “specchio” della bellezza di Dio: sorella luna, sorella acqua, frate sole, frate focu, frate ventu, “sora nostra madre Terra”. Papa Francesco, in era covid e con l’energia di sette anni fa, fa sentire la sua voce con il richiamo al senso di universalità, forte della legge di solidarietà, di fratellanza e di amore che unisce tutti gli uomini, tutti i popoli della terra, per cui, secondo la dottrina evangelica, siam tutti fratelli in Cristo e figli di uno stesso Padre. È il massimo contributo che si possa dare affinché regni la pace in noi, tra noi e Dio, tra noi e gli altri uomini. Del resto tutti i Vangeli, più esplicitamente quello di San Giovanni, si compendiano, in sostanza, nell’appello all’unione, alla fratellanza degli uomini sotto un solo Padre. La tendenza è chiara: per Papa Francesco la parola fratellanza deve essere intesa anche nell’ottica delle relazioni diplomatiche, secondo una prospettiva di ecumenicità. Quì la cronaca ci riporta a quel documento sulla “Fratellanza umana”, firmato un anno fa in Abu Dhabi con il grande Imam Al- Tayyeb, contenente culturali elementi unitari. Non è altro che un vero e proprio patto in cui, mantenendo le reciproche differenze, ci si impegna a riconoscere nell’altro, diverso da noi, non una minaccia alla nostra identità, ma un compagno di strada. Tutti ricordiamo il desiderato incontro del Pontefice con il Patriarca ortodosso come un gesto di alto valore simbolico: con quel suo atto di chinarsi per chiedere la benedizione venivano superati secoli di incomunicabilità, e poi il dialogo con le altre chiese e religioni anch’esse impegnate per la giustizia e la pace nei luoghi di maggiore conflitto, contro la fame e la guerra. Adesso, si sa, tutto è ridotto causa Covid-19, anche le attività pastorali e quelle didattiche. Lo confermano i numeri, mentre la politica brancola tra incertezze e litigi. La realtà è che il poco diffuso senso civico di collaborazione – bisogna prenderne atto – coniugato con l’assenza di regole e l’emergere di interessi di parte, rende la materia un percorso assai serio e foriero di guai. Ormai è chiaro, non usciremo migliori da questa pandemia se ci chiudessimo dentro confini, cioè incapaci di relazionarci in modo umanamente rispettoso con le persone; se non saremo in grado di promuovere nuove accurate forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione. E ancora, se non sapremo individuare, per il gusto dell’oblio, la presenza del bene nella storia, cui diedero l’importanza che merita i più accorti dei nostri Pontefici. Non quindi a caso Papa Francesco, che risulta essere in buona salute, ci colloca come cittadini e credenti dentro la storia, arricchendoci di umani valori come regola di vita. Egli crede che noi dovremmo ripristinare qualcuno dei vecchi buoni valori d’un tempo, a nostra protezione e quindi nell’interesse di tutti. Dall’epidemia che dilaga, incontenibile, è l’appello, si può guarire se affrontata con l’aiuto reciproco: serve spirito di condivisione, amore innanzitutto, quello di cui parla Gesù nei Vangeli, prevalente su tutto. Rappresenta il valore primario senza il quale avremo una società dominata dall’egoismo, cioè dal soddisfacimento dell’ amor proprio, in cui prevarranno l’indifferenza, l’ingiustizia, lo scarto. È dunque tempo di aprire il cuore mettendo in campo le energie positive, ma questo significa anche far giustizia alla sofferenza degli altri, ridurre le disparità che generano scontro sociale. Il ricco aiuti il povero, ammoniva il Papa sulle pagine de “L’Osservatore Romano” il 7 febbraio 2020, auspicando “dinamiche capaci di includere, alimentare, curare e vestire gli ultimi della società invece di escluderli. Dobbiamo scegliere a che cosa e a chi dare la priorità: se favorire meccanismi socio-economici umanizzanti per tutta la società o, al contrario, fomentare un sistema che finisce col giustificare determinate pratiche che non fanno altro che auto-violenza sociale. Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo responsabili. Ciò non vuol dire che tutti siamo colpevoli ma responsabili di fare qualcosa”. Parole non casuali arrivate nell’anno del Covid-19 e della crisi senza precedenti, in cui Papa Francesco dà il meglio, concretamente, mantenendo sempre una serenità di fondo. Ecco presentarsi al mondo proprio nelle settimane più intense della pandemia, quelle di inizio marzo, quando anche la CEI e le singole chiese dovevano decidere su misure straordinarie per contenere il più possibile il pericolo del contagio, compresa la sospensione delle messe e la creazione di spazi alternativi di silenzio e di preghiera. Dal suo osservatorio – oltre a gesti di prossimità e auspiciose parole unite alla preghiera per tutti e in tanti modi – il Papa suggerisce di riscoprire l’umanità di Gesù, partendo dall’amore di Dio, non lontano dalle creature. Dio presente nella storia quindi partecipe delle vicende terrene, che si fa figlio, fratello, amico e come tale ci sostiene nei giorni della prova. È la voce del pastore che intercede per il popolo credente, esprimendo vicinanza, spronando a guardare in alto donde viene la luce. Come non ricordare l’uscita coraggiosa per le strade deserte di Roma del 15 marzo scorso con il devoto pellegrinaggio di supplica perché cessi il contagio, che ha portato il Papa davanti all’immagine della “Salus Populi Romani” in Santa Maria Maggiore, e ai piedi del Crocifisso miracoloso di San Marcello al Corso (opera lignea del XIV secolo) al quale venne attribuita la cessazione della peste nel 1522. Una vita sempre oltre e fuori dagli schemi, quella di Papa Bergoglio, un uomo giunto dalla “fine del mondo” ma che non sta fuori dal mondo. Anzi sa bene di dover affrontare le nuove sfide per la chiesa nelle parti più remote (elemento distintivo di questo pontificato), intuendone le situazioni più varie. È da riconoscere la sua visione diversa, che non possiamo certamente ignorare ed è quella profondamente “missionaria” per una chiesa futura, spoglia di potere e meno strutturata, già privata di numerosi privilegi, che, seppur ingabbiata da una pandemia, sicuramente non smette, sull’esempio del Santo di Assisi, di predicare umiltà, pace e letizia. Probabilmente, nel vicino futuro, un nuovo ciclo di catechesi alle udienze del mercoledì, spingerà il Papa di origini argentine a tornare sul tema della pandemia. Ma “Laudato sì” e “Fratelli tutti” sono due testi già sufficientemente profetici, mai così attuali come in questo 2020, da connotare il magistero sociale sempre più impegnativo di questo nostro Papa, uno dei pochi a capire e farci capire ciò che davvero Dio vuole.Capace di dire al mondo che “Cristo vive” dentro la nostra fragile umanità, come recita il titolo dell’Esortazione “christus vivit” rivolta ai giovani, esortati appunto a rileggere la vita di Gesù, fin dalla sua prima adolescenza, qui additato ad esempio, quale “bussola” nel buio delle presunte certezze.

Giacomo Cesario

“Fratelli tutti”: l’enciclica scritta dal Papa nei mesi del lockdown

Fratellanza e fede nell’unico Dio sono il filo conduttore della nuova enciclica del Papa scritta nei mesi del lockdown, nel mezzo della terribile pandemia, che ha colto di sorpresa e messo in luce la nostra fragilità. La terza enciclica “Fratelli tutti” sulla fraternità e l’amicizia sociale – che segue alla Lumen fidei (2013) e la Laudato sì (2015) – è stata firmata ad Assisi, davanti alla tomba del Santo preferito (3 ottobre 2020), l’amante dei poveri, il cantore della creazione. Non sorprende che Papa Bergoglio, varie volte, si sia ispirato alla figura del Poverello di Assisi per sottolineare l’attenzione ai poveri, per trasmettere un messaggio di amicizia, rivedere modelli di sviluppo non più sostenibili e stili di vita da cambiare, per il bene di tutti. Egli crede sia necessario avvicinarsi a Francesco di Assisi per impararne la lezione, traendo spunto dai suoi scritti, a dimostrazione di quanto la “fraternità primitiva” fosse entrata nella mente e nel cuore di un uomo di pace, innamorato di Cristo, che ha vissuto povero – come dice il suo biografo Tommaso da Celano – “secondo la forma del santo Vangelo”. Nel libro delle Ammonizioni è scritto: “Guardiamo, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della Croce”. “Fratelli tutti” (dal latino Fratres omnes) è, essenzialmente, un’enciclica sociale, che non ha bisogno di teologi per essere compresa, da commentare in famiglia, da riproporre in parrocchia, in strada. Già, perché Papa Francesco sa arrivare al cuore della gente, con parole semplici e fare pacato, attingendo dalla vita, rimettendo al centro la fratellanza come guarigione dalle “malattie sociali”. Priorità indicate: custodire il creato, trovare armonia, combattere l’egoismo causa di nuovi conflitti, comunicare valori, riequilibrare il Nord e il Sud del pianeta, uscire dalla pandemia, che ha effetti immediati sulla vita delle persone, ha allargato il divario sociale e le diseguaglianze sono immensamente aumentate; lottarla può essere occasione di una svolta, viene spiegato nel testo (articolato in 8 capitoli) che sprona chiunque abbia a cuore le sorti di un mondo malato ( ce lo ricorda Papa Francesco nella catechesi sul tema “Guarire il mondo” all’udienza generale di mercoledì 9 settembre 2020) a imboccare la strada giusta della solidarietà, fondata sull’amicizia. Non è retorica ma la sintesi di un pensiero in cui si ravvisa un modello di società che avrà costruito ponti e non muri intesi come civile accoglienza a chi ne chieda il soccorso, ma anche cura della fragilità del mondo attuale, proiettato verso un futuro migliore. Oggi, nella nostra civiltà interconnessa, vi è necessità di stili di vita rinnovati, sia quanto alle relazioni tra noi, che nel nostro rapporto con l’ambiente casa di tutti. Perché, dice il Papa ricevendo in udienza i partecipanti all’incontro delle comunità “Laudato sì” (12 settembre 2020), “anche la pandemia lo ha dimostrato: la salute dell’uomo non può prescindere da quella dell’ambiente in cui vive”. Ciò che egli intende richiamare nella lotta contro la pandemia (dal greco epi-demos) e in ciò che ne consegue, è l’idea che il bene comune, in questo caso il bene della salute, si difende con la partecipazione di tutti. Sarà possibile nella misura in cui “ognuno ci mette del suo, e se nessuno viene lasciato fuori” allora “potremo rigenerare relazioni buone a livello comunitario, nazionale, internazionale e anche in armonia con l’ambiente”. Un tema ricorrente, quello del legame tra uomo e ambiente, da sempre caro al Pontefice e ripreso in tante occasioni, centrale in “Laudato sì” la prima enciclica ecologica della storia, nell’ultimo sinodo dedicato ai giovani (ottobre 2018), in “Fratelli tutti” testo di 240 pagine ispirato al “Cantico delle Creature”, una lode per “Altissimo, Onnipotente, Bon Signore” in cui in Serafico Padre ci chiede di sentirci tutti fratelli e sorelle. Così, persino l’universo assume un volto fraterno, dando voce a tutte le creature “specchio” della bellezza di Dio: sorella luna, sorella acqua, frate sole, frate focu, frate ventu, “sora nostra madre Terra”. Papa Francesco, in era covid e con l’energia di sette anni fa, fa sentire la sua voce con il richiamo al senso di universalità, forte della legge di solidarietà, di fratellanza e di amore che unisce tutti gli uomini, tutti i popoli della terra, per cui, secondo la dottrina evangelica, siam tutti fratelli in Cristo e figli di uno stesso Padre. È il massimo contributo che si possa dare affinché regni la pace in noi, tra noi e Dio, tra noi e gli altri uomini. Del resto tutti i Vangeli, più esplicitamente quello di San Giovanni, si compendiano, in sostanza, nell’appello all’unione, alla fratellanza degli uomini sotto un solo Padre. La tendenza è chiara: per Papa Francesco la parola fratellanza deve essere intesa anche nell’ottica delle relazioni diplomatiche, secondo una prospettiva di ecumenicità. Quì la cronaca ci riporta a quel documento sulla “Fratellanza umana”, firmato un anno fa in Abu Dhabi con il grande Imam Al- Tayyeb, contenente culturali elementi unitari. Non è altro che un vero e proprio patto in cui, mantenendo le reciproche differenze, ci si impegna a riconoscere nell’altro, diverso da noi, non una minaccia alla nostra identità, ma un compagno di strada. Tutti ricordiamo il desiderato incontro del Pontefice con il Patriarca ortodosso come un gesto di alto valore simbolico: con quel suo atto di chinarsi per chiedere la benedizione venivano superati secoli di incomunicabilità, e poi il dialogo con le altre chiese e religioni anch’esse impegnate per la giustizia e la pace nei luoghi di maggiore conflitto, contro la fame e la guerra. Adesso, si sa, tutto è ridotto causa Covid-19, anche le attività pastorali e quelle didattiche. Lo confermano i numeri, mentre la politica brancola tra incertezze e litigi. La realtà è che il poco diffuso senso civico di collaborazione – bisogna prenderne atto – coniugato con l’assenza di regole e l’emergere di interessi di parte, rende la materia un percorso assai serio e foriero di guai. Ormai è chiaro, non usciremo migliori da questa pandemia se ci chiudessimo dentro confini, cioè incapaci di relazionarci in modo umanamente rispettoso con le persone; se non saremo in grado di promuovere nuove accurate forme di fraternità solidale, di inclusione, integrazione e innovazione. E ancora, se non sapremo individuare, per il gusto dell’oblio, la presenza del bene nella storia, cui diedero l’importanza che merita i più accorti dei nostri Pontefici. Non quindi a caso Papa Francesco, che risulta essere in buona salute, ci colloca come cittadini e credenti dentro la storia, arricchendoci di umani valori come regola di vita. Egli crede che noi dovremmo ripristinare qualcuno dei vecchi buoni valori d’un tempo, a nostra protezione e quindi nell’interesse di tutti. Dall’epidemia che dilaga, incontenibile, è l’appello, si può guarire se affrontata con l’aiuto reciproco: serve spirito di condivisione, amore innanzitutto, quello di cui parla Gesù nei Vangeli, prevalente su tutto. Rappresenta il valore primario senza il quale avremo una società dominata dall’egoismo, cioè dal soddisfacimento dell’ amor proprio, in cui prevarranno l’indifferenza, l’ingiustizia, lo scarto. È dunque tempo di aprire il cuore mettendo in campo le energie positive, ma questo significa anche far giustizia alla sofferenza degli altri, ridurre le disparità che generano scontro sociale. Il ricco aiuti il povero, ammoniva il Papa sulle pagine de “L’Osservatore Romano” il 7 febbraio 2020, auspicando “dinamiche capaci di includere, alimentare, curare e vestire gli ultimi della società invece di escluderli. Dobbiamo scegliere a che cosa e a chi dare la priorità: se favorire meccanismi socio-economici umanizzanti per tutta la società o, al contrario, fomentare un sistema che finisce col giustificare determinate pratiche che non fanno altro che auto-violenza sociale. Dobbiamo essere consapevoli che tutti siamo responsabili. Ciò non vuol dire che tutti siamo colpevoli ma responsabili di fare qualcosa”. Parole non casuali arrivate nell’anno del Covid-19 e della crisi senza precedenti, in cui Papa Francesco dà il meglio, concretamente, mantenendo sempre una serenità di fondo. Ecco presentarsi al mondo proprio nelle settimane più intense della pandemia, quelle di inizio marzo, quando anche la CEI e le singole chiese dovevano decidere su misure straordinarie per contenere il più possibile il pericolo del contagio, compresa la sospensione delle messe e la creazione di spazi alternativi di silenzio e di preghiera. Dal suo osservatorio – oltre a gesti di prossimità e auspiciose parole unite alla preghiera per tutti e in tanti modi – il Papa suggerisce di riscoprire l’umanità di Gesù, partendo dall’amore di Dio, non lontano dalle creature. Dio presente nella storia quindi partecipe delle vicende terrene, che si fa figlio, fratello, amico e come tale ci sostiene nei giorni della prova. È la voce del pastore che intercede per il popolo credente, esprimendo vicinanza, spronando a guardare in alto donde viene la luce. Come non ricordare l’uscita coraggiosa per le strade deserte di Roma del 15 marzo scorso con il devoto pellegrinaggio di supplica perché cessi il contagio, che ha portato il Papa davanti all’immagine della “Salus Populi Romani” in Santa Maria Maggiore, e ai piedi del Crocifisso miracoloso di San Marcello al Corso (opera lignea del XIV secolo) al quale venne attribuita la cessazione della peste nel 1522. Una vita sempre oltre e fuori dagli schemi, quella di Papa Bergoglio, un uomo giunto dalla “fine del mondo” ma che non sta fuori dal mondo. Anzi sa bene di dover affrontare le nuove sfide per la chiesa nelle parti più remote (elemento distintivo di questo pontificato), intuendone le situazioni più varie. È da riconoscere la sua visione diversa, che non possiamo certamente ignorare ed è quella profondamente “missionaria” per una chiesa futura, spoglia di potere e meno strutturata, già privata di numerosi privilegi, che, seppur ingabbiata da una pandemia, sicuramente non smette, sull’esempio del Santo di Assisi, di predicare umiltà, pace e letizia. Probabilmente, nel vicino futuro, un nuovo ciclo di catechesi alle udienze del mercoledì, spingerà il Papa di origini argentine a tornare sul tema della pandemia. Ma “Laudato sì” e “Fratelli tutti” sono due testi già sufficientemente profetici, mai così attuali come in questo 2020, da connotare il magistero sociale sempre più impegnativo di questo nostro Papa, uno dei pochi a capire e farci capire ciò che davvero Dio vuole.Capace di dire al mondo che “Cristo vive” dentro la nostra fragile umanità, come recita il titolo dell’Esortazione “christus vivit” rivolta ai giovani, esortati appunto a rileggere la vita di Gesù, fin dalla sua prima adolescenza, qui additato ad esempio, quale “bussola” nel buio delle presunte certezze.

Giacomo Cesario

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