Espulsioni: ecco perché il sistema non funziona
In dieci anni su oltre 302.000 provvedimenti di allontanamento i rimpatri effettivi si sono fermati a poco più di 66.000
La distanza tra la narrazione fornita dalla politica al Paese e la realtà operativa della macchina statale si manifesta talvolta abissale. Per un intero decennio, governi di ogni parte politica hanno sventolato la regolarità delle espulsioni di clandestini e immigrati irregolari trasformando la gestione dei confini in uno spot elettorale permanente.
Espulsioni, una ricerca
Ma se si solleva il velo della propaganda e si analizzano con rigore i dati del periodo 2015-2025, la storia raccontata dai numeri è impietosa. Lo ha fatto il nuovo report realizzato da ActionAid Italia e dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, pubblicato insieme all’aggiornamento della piattaforma open data Trattenuti.
Su oltre 302.000 provvedimenti di allontanamento firmati dalle autorità italiane, i rimpatri effettivi si sono fermati a poco più di 66.000. Tradotto in cifra percentuale: appena 22 ordini su 100 hanno trovato concreta esecuzione. Il resto? Un enorme castello di carta straccia burocratica. Quando si analizza il “coefficiente di coercizione”, la politica di controllo svela il suo lato più scandaloso. E lo spreco di denaro pubblico sfiora il grottesco.
La spesa aumenta
L’intero sistema si regge sull’illusione che basti costruire più Centri di Permanenza per il Rimpatrio e rinchiudere più persone per veder crescere magicamente il numero delle espulsioni. I fatti, tuttavia, dimostrano l’esatto contrario. Sul versante economico, il sistema evidenzia la complessità di gestire costi strutturali a fronte di variabili internazionali imprevedibili.
Nel 2025, l’adeguamento dei capitolati d’appalto per la gestione delle strutture e il completamento degli investimenti infrastrutturali pluriennali hanno fatto salire la spesa complessiva. Parallelamente, fattori geopolitici esterni — come la sospensione dei voli charter verso la Tunisia a partire da giugno — hanno temporaneamente ridotto il numero di allontanamenti eseguiti dai centri.
Il combinato disposto tra costi di gestione aggiornati e contrazione degli esiti ha così spinto il costo medio teorico associato a ciascun rimpatrio da Cpr attorno ai 20.200 euro. Un dato che illustra come l’efficienza economica del sistema detentivo resti fortemente condizionata da decisioni dei Paesi terzi e da costi fissi non comprimibili.
Il peso dei Paesi terzi
Ogni volontà, compressa dalla altalenante cooperazione dei Paesi terzi. Il report individua veri e propri “regimi” differenti. Dove esistono accordi solidi e la speranza di una futura mobilità legale (come con l’Albania o i Paesi balcanici), le persone tendono ad adempiere persino autonomamente agli ordini di via.
Dove il ritorno significa la chiusura definitiva di ogni porta (come verso Tunisia, Egitto o Nigeria), l’ottemperanza spontanea si azzera e la macchina statale deve ricorrere a costosi voli charter, continuamente esposta agli umori e alle concessioni della diplomazia estera. E se si parla di Paesi in crisi o guerra – Siria o Afghanistan -, la possibilità di eseguire l’espulsione è semplicemente vicina allo zero.
Il risultato finale di questa gigantesca macchina coercitiva è il paradossale aumento della precarietà sociale. Con decine di migliaia di fogli di via verso Paesi in cui è impossibile riportare le persone, non si allontana nessuno dall’Italia. Un solo effetto: si spinge chi rimane in una condizione di invisibilità permanente, ricattabilità e margine sociale. Un corto circuito che brucia milioni di euro comprando l’illusione della sicurezza e vendendo, alla fine, soltanto clandestinità cronicizzata.
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