Eurocaos

L’Unione europea va avanti in ordine sparso mentre regna il caos sul fronte dei controlli alle frontiere e sulla gestione dei flussi migratori. Ora che Bruxelles punta ad avere più spazio nei Balcani, cercando di contrastare l’influenza russa nell’area – si pensi alla Serbia e all’ingresso della Bosnia nella Ue – per la prima volta in dieci anni si allarga l’area Schengen, con l’ingresso dal 1° gennaio 2023 della Croazia. Si amplia dunque lo spazio di libera circolazione europea, di cui facevano già parte 22 Paesi Ue insieme ad altri quattro: la Svizzera, il Liechtenstein, la Norvegia e l’Islanda. Hanno votato favorevolmente all’unanimità tutti i Paesi membri dell’area, mentre è stato respinto in un voto separato l’ingresso di Bulgaria e Romania. A opporsi sono state Austria e Olanda. Per l’ingresso nell’area Schengen è richiesto il voto all’unanimità dei membri dopo una prima approvazione del Parlamento europeo. Le ragioni del rifiuto austriaco a Bulgaria e Romania sono legate principalmente al timore che un loro ingresso nell’area Schengen faciliti l’arrivo di migranti nel Paese. Da Vienna e Amsterdam dunque si alza il muro contro l’espansione Ue nei Balcani.
Allo stato attuale dunque gli unici Paesi Ue che non fanno parte dell’area Schengen sono l’Irlanda – che ha optato volontariamente per restarne fuori e ha una sua libera circolazione con il Regno Unito – la Bulgaria, la Romania e Cipro. “L’area Schengen sta crescendo per la prima volta in più di un decennio!, ha twittato la Repubblica Ceca, che detiene la presidenza di turno dell’Ue. “I ministri hanno approvato l’adesione della Croazia a partire dal 1° gennaio 2023!”. La cosiddetta area Schengen comprende 26 Paesi, 22 membri Ue, più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.
Il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per le Migrazioni, Margaritis Schinas, ha ritenuto “ingiuste” le riserve “politiche” dell’Austria e dell’Olnda che hanno chiuso la porta in faccia a Romania e Bulgaria nell’area Schengen. Secondo la Schinas infatti questi due paesi soddisfano ampiamente i criteri fissati. La vicepresidente spera che il veto venga revocato se non oggi, almeno “nei prossimi giorni”. “Croazia, Bulgaria e Romania sono tecnicamente preparate per entrare a Schengen. Hanno fatto quello che abbiamo chiesto loro e anche più di quello che abbiamo chiesto loro”, ha dichiarato alla stampa la Schinas, all’arrivo a una riunione dei ministri dell’Interno dell’Ue a Bruxelles che doveva decidere sui nuovi ingressi nell’area Schengen.
Il nodo resta la rotta balcanica dei clandestini. “Due stati (Bulgaria e Romania, che confinano con Ucraina, Moldavia, Serbia e Turchia, ndr) continuano ad affrontare problemi di controllo alle frontiere, poiché centinaia di immigrati arrivano tramite questa tratta e non vengono registrati né dai servizi di sicurezza bulgari né rumeni”, ha spiegato così la sua posizione contraria il cancelliere austriaco.

L’Italia punta ad accordi sui rimpatri

L’Italia, dal canto suo, persevera nel confidare in azioni comuni. “Per l’immigrazione servono soluzioni europee. Non è un problema di un singolo stato. Serve una strategia europea di breve, medio e lungo termine, a breve termine dobbiamo modificare l’accordo di Dublin e per questo dobbiamo passare dal principio di unanimità a quello di maggioranza qualificata. La strada è lunga, ma indispensabile per avere più Europa”. Così il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel corso di un punto stampa all’ambasciata d’Italia a Vienna. “Dobbiamo rispettare le regole, ci sono regole anche per le Ong. Non siamo contro la solidarietà, dieci giorni fa all’aeroporto di Fiumicino con il ministro dell’Interno abbiamo accolto 150 cittadini libici arrivati con il corridoio umanitario”. Tajani ha poi aggiunto che “dobbiamo incoraggiare i Paesi del Nord Africa a siglare accordi con noi contro l’immigrazione irregolare, e sarà possibile per più persone in regola venire in Italia a lavorare. Bisogna lavorare sulla formazione, così che possano lavorare in Italia immediatamente nelle industrie o nell’agricoltura”. In sostanza, è la proposta di Tajani, l’Italia sta pensando ad accordi con i Paesi che “accettano i rimpatri dei migranti e che contrastano la migrazione clandestina. Questi Paesi potrebbero avere più permessi per i lavoratori”.
Tra le emergenze italiane ed europee non c’è solo il controllo dei flussi migratori irregolari ma anche la crisi economica scatenata dalle sanzioni contro la Russia e dalla guerra sull’energia. Crisi che potrà presto sfociare in un allarme sociale. Eppure allo stato attuale Bruxelles e Paesi membri sembrano d’accordo soltanto su un fronte: continuare ad armare Kiev invece di lavorare sul fronte diplomatico per trovare il modo di aprire dei negoziati che conducano a un cessate il fuoco.

L’Unione europea va avanti in ordine sparso mentre regna il caos sul fronte dei controlli alle frontiere e sulla gestione dei flussi migratori. Ora che Bruxelles punta ad avere più spazio nei Balcani, cercando di contrastare l’influenza russa nell’area – si pensi alla Serbia e all’ingresso della Bosnia nella Ue – per la prima volta in dieci anni si allarga l’area Schengen, con l’ingresso dal 1° gennaio 2023 della Croazia. Si amplia dunque lo spazio di libera circolazione europea, di cui facevano già parte 22 Paesi Ue insieme ad altri quattro: la Svizzera, il Liechtenstein, la Norvegia e l’Islanda. Hanno votato favorevolmente all’unanimità tutti i Paesi membri dell’area, mentre è stato respinto in un voto separato l’ingresso di Bulgaria e Romania. A opporsi sono state Austria e Olanda. Per l’ingresso nell’area Schengen è richiesto il voto all’unanimità dei membri dopo una prima approvazione del Parlamento europeo. Le ragioni del rifiuto austriaco a Bulgaria e Romania sono legate principalmente al timore che un loro ingresso nell’area Schengen faciliti l’arrivo di migranti nel Paese. Da Vienna e Amsterdam dunque si alza il muro contro l’espansione Ue nei Balcani.
Allo stato attuale dunque gli unici Paesi Ue che non fanno parte dell’area Schengen sono l’Irlanda – che ha optato volontariamente per restarne fuori e ha una sua libera circolazione con il Regno Unito – la Bulgaria, la Romania e Cipro. “L’area Schengen sta crescendo per la prima volta in più di un decennio!, ha twittato la Repubblica Ceca, che detiene la presidenza di turno dell’Ue. “I ministri hanno approvato l’adesione della Croazia a partire dal 1° gennaio 2023!”. La cosiddetta area Schengen comprende 26 Paesi, 22 membri Ue, più Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera.
Il vicepresidente della Commissione Ue responsabile per le Migrazioni, Margaritis Schinas, ha ritenuto “ingiuste” le riserve “politiche” dell’Austria e dell’Olnda che hanno chiuso la porta in faccia a Romania e Bulgaria nell’area Schengen. Secondo la Schinas infatti questi due paesi soddisfano ampiamente i criteri fissati. La vicepresidente spera che il veto venga revocato se non oggi, almeno “nei prossimi giorni”. “Croazia, Bulgaria e Romania sono tecnicamente preparate per entrare a Schengen. Hanno fatto quello che abbiamo chiesto loro e anche più di quello che abbiamo chiesto loro”, ha dichiarato alla stampa la Schinas, all’arrivo a una riunione dei ministri dell’Interno dell’Ue a Bruxelles che doveva decidere sui nuovi ingressi nell’area Schengen.
Il nodo resta la rotta balcanica dei clandestini. “Due stati (Bulgaria e Romania, che confinano con Ucraina, Moldavia, Serbia e Turchia, ndr) continuano ad affrontare problemi di controllo alle frontiere, poiché centinaia di immigrati arrivano tramite questa tratta e non vengono registrati né dai servizi di sicurezza bulgari né rumeni”, ha spiegato così la sua posizione contraria il cancelliere austriaco.

L’Italia punta ad accordi sui rimpatri

L’Italia, dal canto suo, persevera nel confidare in azioni comuni. “Per l’immigrazione servono soluzioni europee. Non è un problema di un singolo stato. Serve una strategia europea di breve, medio e lungo termine, a breve termine dobbiamo modificare l’accordo di Dublin e per questo dobbiamo passare dal principio di unanimità a quello di maggioranza qualificata. La strada è lunga, ma indispensabile per avere più Europa”. Così il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nel corso di un punto stampa all’ambasciata d’Italia a Vienna. “Dobbiamo rispettare le regole, ci sono regole anche per le Ong. Non siamo contro la solidarietà, dieci giorni fa all’aeroporto di Fiumicino con il ministro dell’Interno abbiamo accolto 150 cittadini libici arrivati con il corridoio umanitario”. Tajani ha poi aggiunto che “dobbiamo incoraggiare i Paesi del Nord Africa a siglare accordi con noi contro l’immigrazione irregolare, e sarà possibile per più persone in regola venire in Italia a lavorare. Bisogna lavorare sulla formazione, così che possano lavorare in Italia immediatamente nelle industrie o nell’agricoltura”. In sostanza, è la proposta di Tajani, l’Italia sta pensando ad accordi con i Paesi che “accettano i rimpatri dei migranti e che contrastano la migrazione clandestina. Questi Paesi potrebbero avere più permessi per i lavoratori”.
Tra le emergenze italiane ed europee non c’è solo il controllo dei flussi migratori irregolari ma anche la crisi economica scatenata dalle sanzioni contro la Russia e dalla guerra sull’energia. Crisi che potrà presto sfociare in un allarme sociale. Eppure allo stato attuale Bruxelles e Paesi membri sembrano d’accordo soltanto su un fronte: continuare ad armare Kiev invece di lavorare sul fronte diplomatico per trovare il modo di aprire dei negoziati che conducano a un cessate il fuoco.

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