Europa alla turca

Non è mai troppo tardi. Nemmeno per rendersi conto di quello che sulla crisi energetica, in fondo, in Europa sapevano già tutti. E ciò che l’energia occorre prodursela in casa e che bisogna abbattere quei muri fiscali che ostacolano i processi nei singoli Paesi alterando e non poco la competitività interna. Ursula von der Leyen, dopo quasi un anno di dibattito, rilancia come indispensabile la scelta di dover aumentare “la potenza di fuoco” di RePowerUe, cioè il piano comunitario finalizzato ad affrancare il Vecchio Continente dalle forniture russe di combustili fossili.

La presidente della Commissione ha parlato all’assemblea plenaria di Strasburgo mettendo sul tavolo le ipotesi di lavoro di chi s’è discusso (forse non invano) per quasi un anno. “La vera soluzione per mantenere la nostra competitività è investire in fonti di energia prodotta in casa, specialmente rinnovabili, e ciò deve avvenire in tutti i Paesi d’Europa. Ma solo gli Stati membri con sufficiente spazio fiscale possono realizzare questi investimenti critici. Quindi questo inevitabilmente altererà le condizioni di gioco nel nostro mercato unico”. È un discorso che ci riguarda fin troppo da vicino dal momento che “lo spazio fiscale” rappresenta uno dei grandi problemi dell’Italia.

Von der Leyen ha proseguito: “Quindi non solo abbiamo bisogno di potenziare ora RePowerEu, quindi dobbiamo accelerarlo, ma dobbiamo spingerlo. Noi dobbiamo aumentare la sua potenza di fuoco e faremo una proposta in merito, perché darà a ogni Stato membro la stessa opportunità di prepararsi per il futuro”. Infine la presidente Ue ha concluso il suo intervento utilizzando parole forti che tradiscono l’urgenza di dover fare presto: “Non si tratta solo di energia, ma anche della nostra competitività globale e della nostra sovranità”.

Intanto, nella giornata di ieri, è giunta da Budapest una dolorosa bocciatura sugli acquisti in comune di gas annunciati martedì dalla Commissione come parte della soluzione (temporanea e dinamica, ça va sans dire) alla crisi energetica in atto. Il premier ungherese Viktor Orban ha scritto su Twitter: “L’ultimo piano di Bruxelles sull’approvvigionamento congiunto del gas mi ricorda quando abbiamo acquistato insieme i vaccini. Lento e costoso. Mi aspetta un acceso dibattito al prossimo Consiglio europeo”.

Mentre l’Europa fa tutto ciò che deve con estrema lentezza, il mondo si muove a una velocità impressionante. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che Istanbul creerà “un hub per il gas dalla Russia” e ha spiegato che “come ha detto Putin” con questa nuova infrastruttura “l’Europa può ottenere gas naturale attraverso la Turchia”. Una mossa che sbaraglia gli equilibri e svuota di centralità NordStream. Con tutte le conseguenze del caso. Prima fra tutte, l’indebolimento della Mitteleuropa. Germania e Olanda in testa. Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, il presidente americano Joe Biden ha deciso di immettere sul mercato 15 milioni di barili di petrolio dalla riserva degli Stati Uniti. La mossa sembra finalizzata a calmierare, almeno per un po’, i prezzi della benzina che in America sono diventati proibitivi. Ma la misura, che i repubblicani hanno già tacciato come “elettorale” in quanto arriva appena tre settimana prima del voto di midterm, potrebbe ripercuotersi in senso positivo anche sull’Europa. Tuttavia il senso della scelta di Biden sta nel voler dare una lezione ai Paesi Opec+ che hanno deciso un giro di vite sulla produzione, decurtandola di due milioni di barili al giorno.

Una decisione interpretata, dalla Casa Bianca e non solo, come atto di vicinanza al Cremlino dopo la decisione di imporre un tetto al prezzo del greggio russo adottata, tra gli altri, anche dall’Europa.

Non è mai troppo tardi. Nemmeno per rendersi conto di quello che sulla crisi energetica, in fondo, in Europa sapevano già tutti. E ciò che l’energia occorre prodursela in casa e che bisogna abbattere quei muri fiscali che ostacolano i processi nei singoli Paesi alterando e non poco la competitività interna. Ursula von der Leyen, dopo quasi un anno di dibattito, rilancia come indispensabile la scelta di dover aumentare “la potenza di fuoco” di RePowerUe, cioè il piano comunitario finalizzato ad affrancare il Vecchio Continente dalle forniture russe di combustili fossili.

La presidente della Commissione ha parlato all’assemblea plenaria di Strasburgo mettendo sul tavolo le ipotesi di lavoro di chi s’è discusso (forse non invano) per quasi un anno. “La vera soluzione per mantenere la nostra competitività è investire in fonti di energia prodotta in casa, specialmente rinnovabili, e ciò deve avvenire in tutti i Paesi d’Europa. Ma solo gli Stati membri con sufficiente spazio fiscale possono realizzare questi investimenti critici. Quindi questo inevitabilmente altererà le condizioni di gioco nel nostro mercato unico”. È un discorso che ci riguarda fin troppo da vicino dal momento che “lo spazio fiscale” rappresenta uno dei grandi problemi dell’Italia.

Von der Leyen ha proseguito: “Quindi non solo abbiamo bisogno di potenziare ora RePowerEu, quindi dobbiamo accelerarlo, ma dobbiamo spingerlo. Noi dobbiamo aumentare la sua potenza di fuoco e faremo una proposta in merito, perché darà a ogni Stato membro la stessa opportunità di prepararsi per il futuro”. Infine la presidente Ue ha concluso il suo intervento utilizzando parole forti che tradiscono l’urgenza di dover fare presto: “Non si tratta solo di energia, ma anche della nostra competitività globale e della nostra sovranità”.

Intanto, nella giornata di ieri, è giunta da Budapest una dolorosa bocciatura sugli acquisti in comune di gas annunciati martedì dalla Commissione come parte della soluzione (temporanea e dinamica, ça va sans dire) alla crisi energetica in atto. Il premier ungherese Viktor Orban ha scritto su Twitter: “L’ultimo piano di Bruxelles sull’approvvigionamento congiunto del gas mi ricorda quando abbiamo acquistato insieme i vaccini. Lento e costoso. Mi aspetta un acceso dibattito al prossimo Consiglio europeo”.

Mentre l’Europa fa tutto ciò che deve con estrema lentezza, il mondo si muove a una velocità impressionante. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha annunciato che Istanbul creerà “un hub per il gas dalla Russia” e ha spiegato che “come ha detto Putin” con questa nuova infrastruttura “l’Europa può ottenere gas naturale attraverso la Turchia”. Una mossa che sbaraglia gli equilibri e svuota di centralità NordStream. Con tutte le conseguenze del caso. Prima fra tutte, l’indebolimento della Mitteleuropa. Germania e Olanda in testa. Nel frattempo, dall’altra parte del mondo, il presidente americano Joe Biden ha deciso di immettere sul mercato 15 milioni di barili di petrolio dalla riserva degli Stati Uniti. La mossa sembra finalizzata a calmierare, almeno per un po’, i prezzi della benzina che in America sono diventati proibitivi. Ma la misura, che i repubblicani hanno già tacciato come “elettorale” in quanto arriva appena tre settimana prima del voto di midterm, potrebbe ripercuotersi in senso positivo anche sull’Europa. Tuttavia il senso della scelta di Biden sta nel voler dare una lezione ai Paesi Opec+ che hanno deciso un giro di vite sulla produzione, decurtandola di due milioni di barili al giorno.

Una decisione interpretata, dalla Casa Bianca e non solo, come atto di vicinanza al Cremlino dopo la decisione di imporre un tetto al prezzo del greggio russo adottata, tra gli altri, anche dall’Europa.

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