EUROPA: IL NUOVO FONDO SALVA-STATI UN RISCHIO O UN’OPPORTUNITÀ?

Ferve in questi giorni il dibattito sul tema della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilita’ (MES). Un argomento per il momento confinato alle analisi degli addetti ai lavori ma che vede comunque le forze politiche piutttosto divise al loro interno. Il Mes e’ un fondo che puo’ contare su un capitale di 705 miliardi di euro creato nell’ottobre del 2012 in sostituzione del FEST (Fondo Europeo di Stabilita’) piu’ comunemente chiamato Fondo Salva-Stati, che fu istituito nel 2010.  Nel 2017 ha preso avvio un processo di riforma di questo meccanismo con l’intento di renderlo più efficace e – in un secondo momento – parte integrante delle istituzioni europee. Poi, nel  2018 c’è stata una accelerazione del dibattito preparatorio per la riforma che ha portato nel giugno scorso ad una bozza di intesa che dovrebbe essere la base per un accordo politico da raggiungere entro dicembre.  Successivamente l’accordo dovrà essere ratificato dai parlamenti con l’obiettivo che entri in vigore nel 2022. C’è quindi ancora tempo per un dibattito approfondito su questo tema ed e’ auspicabile che la questione sia discussa anche con i cittadini per aumentare la consapevolezza sulle dinamiche dell’economia e sul futuro dell’Europa.  Ma come funziona il MES? In teoria, i  titoli di stato dei Paesi economicamente più sviluppati dovrebbero essere privi di rischio. Questo accade per nazioni come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Canada, Australia, ecc. N azioni che hanno una banca centrale la quale agisce da “prestatore di ultima istanza”.  Ossia, n el caso in cui il Governo non avesse disponibilità sufficienti prelevate dalla tasse dei cittadini, la banca centrale può “stampare moneta”  e far fronte agli impegni dello Stato. Anche Paesi come  Germania, Francia, Italia e Spagna hanno solidità simili a quelle del Regno Unito, Canada o Australia ma la grande differenza è che la Banca Centrale Europea non può fare da prestatore di ultima istanza. Da qui l’istituzione del MES, una sorta di  ente intergovernativo che, per l’appunto, dovrebbe ovviare alla mancanza nella zona Euro del prestatore di ultima istanza., non potendo ricoprire questo ruolo la Banca Centrale Europea.  Il dibattito sulla materia si e’ acceso quando il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha paventato ”rischi” per il sistema paese dalla riforma del Mef e allorche’ il vice presidente dell’Osservatorio sui conti pubbblici della Cattolica di Milano, Giampaolo Galli, economista vicino al Pd, ha parlato di ”criticita”’ per l’Italia.  A placare gli animi sul complesso argomento il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, secondo il quale sulla riforma del MES ” si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione”. Gualtieri ha infatti ricordato che ” le linee portanti della riforma, compreso il testo del nuovo trattato, sono state concordate all’Eurogruppo dello scorso giugno e confermate dal successivo Eurosummit, dove l’Italia ha chiesto e ottenuto che la riforma stessa fosse accompagnata da un pacchetto più generale che comprendesse un accordo sullo Strumento di Bilancio per la Competitività e la Convergenza (il primo embrione di un bilancio dell’area euro) e una roadmap per il completamento dell’Unione bancaria. Su alcuni aspetti della riforma del MES sono in corso ancora discussioni, ma il processo è avviato a conclusione.  L’innovazione fondamentale che è stata introdotta riguarda la possibilità che il MES svolga la funzione di backstop fiscale, cioè di supporto, per il Fondo di Risoluzione Unico, una linea di credito pari a circa 70 miliardi di euro che permetterà una gestione più efficace delle crisi bancarie, e senza condizioni a carico dei paesi interessati. È un’innovazione positiva, che da tempo come Italia avevamo richiesto, e che costituisce un nuovo tassello verso il completamento dell’Unione bancaria. Per il resto le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del MES non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”.

 “Soprattutto – ha aggiunto Gualtieri – è bene chiarire come la riforma del MES non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario. Effettivamente, all’inizio del negoziato alcuni paesi avevano chiesto che la ristrutturazione del debito divenisse una condizione per l’accesso all’assistenza finanziaria ma, anche grazie alla ferma posizione assunta dall’Italia, queste posizioni sono state respinte e le regole sono rimaste identiche a quelle già in vigore. La valutazione sulla sostenibilità del debito – prosegue – è infatti sempre esistita sin dalla creazione del MES e non implica una ristrutturazione automatica del debito. Non ci sono in tal senso cambiamenti sostanziali. Il dibattito di questi giorni su questo argomento è senza senso.  L’esistenza del MES è un potente elemento di stabilizzazione dei mercati finanziari e una difesa contro possibili crisi e deve pertanto essere considerato come un nostro alleato, non come un nemico, anche perché l’Italia è tra i suoi principali azionisti e ha un forte peso nella sua governance. Anche se da questo punto di vista è sempre bene ripetere che l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti MES: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”. “Sarebbe bene – ha concluso il ministro – che il dibattito si concentrasse su temi più rilevanti al centro della discussione europea come l’introduzione di una garanzia comune dei depositi e le sue condizioni (che non devono essere penalizzanti per l’Italia), l’introduzione di un safe asset comune europeo, il rilancio degli investimenti nel quadro di un green new deal, la revisione del patto di stabilità e di crescita: tutti fronti su cui il governo è impegnato e su cui sarebbe utile che si determinasse una larga convergenza tra le forze che hanno a cuore l’interesse nazionale e l’interesse comune europeo”. In ogni modo, e’ evidente che bisognera’ garantire  che i titoli di stato delle nazioni europee siano sempre e comunque considerati degli asset privi di rischio.  Al tempo stesso è tuttavia necessario prevedere dei meccanismi che impediscano agli Stati di abusare della monetizzazione. E forse piu’ della riforma del Mes sarebbe importante conferire alla BCE il potere di prestatore di ultima istanza come avviane per tutte le altre banche centrali. 

 Roberto Falleri

Ferve in questi giorni il dibattito sul tema della riforma del Meccanismo Europeo di Stabilita’ (MES). Un argomento per il momento confinato alle analisi degli addetti ai lavori ma che vede comunque le forze politiche piutttosto divise al loro interno. Il Mes e’ un fondo che puo’ contare su un capitale di 705 miliardi di euro creato nell’ottobre del 2012 in sostituzione del FEST (Fondo Europeo di Stabilita’) piu’ comunemente chiamato Fondo Salva-Stati, che fu istituito nel 2010.  Nel 2017 ha preso avvio un processo di riforma di questo meccanismo con l’intento di renderlo più efficace e – in un secondo momento – parte integrante delle istituzioni europee. Poi, nel  2018 c’è stata una accelerazione del dibattito preparatorio per la riforma che ha portato nel giugno scorso ad una bozza di intesa che dovrebbe essere la base per un accordo politico da raggiungere entro dicembre.  Successivamente l’accordo dovrà essere ratificato dai parlamenti con l’obiettivo che entri in vigore nel 2022. C’è quindi ancora tempo per un dibattito approfondito su questo tema ed e’ auspicabile che la questione sia discussa anche con i cittadini per aumentare la consapevolezza sulle dinamiche dell’economia e sul futuro dell’Europa.  Ma come funziona il MES? In teoria, i  titoli di stato dei Paesi economicamente più sviluppati dovrebbero essere privi di rischio. Questo accade per nazioni come Stati Uniti, Giappone, Regno Unito, Canada, Australia, ecc. N azioni che hanno una banca centrale la quale agisce da “prestatore di ultima istanza”.  Ossia, n el caso in cui il Governo non avesse disponibilità sufficienti prelevate dalla tasse dei cittadini, la banca centrale può “stampare moneta”  e far fronte agli impegni dello Stato. Anche Paesi come  Germania, Francia, Italia e Spagna hanno solidità simili a quelle del Regno Unito, Canada o Australia ma la grande differenza è che la Banca Centrale Europea non può fare da prestatore di ultima istanza. Da qui l’istituzione del MES, una sorta di  ente intergovernativo che, per l’appunto, dovrebbe ovviare alla mancanza nella zona Euro del prestatore di ultima istanza., non potendo ricoprire questo ruolo la Banca Centrale Europea.  Il dibattito sulla materia si e’ acceso quando il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha paventato ”rischi” per il sistema paese dalla riforma del Mef e allorche’ il vice presidente dell’Osservatorio sui conti pubbblici della Cattolica di Milano, Giampaolo Galli, economista vicino al Pd, ha parlato di ”criticita”’ per l’Italia.  A placare gli animi sul complesso argomento il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, secondo il quale sulla riforma del MES ” si è ingenerata nel dibattito italiano molta confusione”. Gualtieri ha infatti ricordato che ” le linee portanti della riforma, compreso il testo del nuovo trattato, sono state concordate all’Eurogruppo dello scorso giugno e confermate dal successivo Eurosummit, dove l’Italia ha chiesto e ottenuto che la riforma stessa fosse accompagnata da un pacchetto più generale che comprendesse un accordo sullo Strumento di Bilancio per la Competitività e la Convergenza (il primo embrione di un bilancio dell’area euro) e una roadmap per il completamento dell’Unione bancaria. Su alcuni aspetti della riforma del MES sono in corso ancora discussioni, ma il processo è avviato a conclusione.  L’innovazione fondamentale che è stata introdotta riguarda la possibilità che il MES svolga la funzione di backstop fiscale, cioè di supporto, per il Fondo di Risoluzione Unico, una linea di credito pari a circa 70 miliardi di euro che permetterà una gestione più efficace delle crisi bancarie, e senza condizioni a carico dei paesi interessati. È un’innovazione positiva, che da tempo come Italia avevamo richiesto, e che costituisce un nuovo tassello verso il completamento dell’Unione bancaria. Per il resto le condizioni per l’accesso di un paese ai prestiti del MES non sono cambiate, anzi, per una fattispecie specifica, sono state sia pur solo parzialmente alleggerite”.

 “Soprattutto – ha aggiunto Gualtieri – è bene chiarire come la riforma del MES non introduca in nessun modo la necessità di ristrutturare preventivamente il debito per accedere al sostegno finanziario. Effettivamente, all’inizio del negoziato alcuni paesi avevano chiesto che la ristrutturazione del debito divenisse una condizione per l’accesso all’assistenza finanziaria ma, anche grazie alla ferma posizione assunta dall’Italia, queste posizioni sono state respinte e le regole sono rimaste identiche a quelle già in vigore. La valutazione sulla sostenibilità del debito – prosegue – è infatti sempre esistita sin dalla creazione del MES e non implica una ristrutturazione automatica del debito. Non ci sono in tal senso cambiamenti sostanziali. Il dibattito di questi giorni su questo argomento è senza senso.  L’esistenza del MES è un potente elemento di stabilizzazione dei mercati finanziari e una difesa contro possibili crisi e deve pertanto essere considerato come un nostro alleato, non come un nemico, anche perché l’Italia è tra i suoi principali azionisti e ha un forte peso nella sua governance. Anche se da questo punto di vista è sempre bene ripetere che l’Italia non ha avuto, non ha e non avrà bisogno dei prestiti MES: il debito italiano è sostenibile, ha una dinamica sotto controllo anche grazie alla politica fiscale prudente e a sostegno della crescita che il paese porta avanti”. “Sarebbe bene – ha concluso il ministro – che il dibattito si concentrasse su temi più rilevanti al centro della discussione europea come l’introduzione di una garanzia comune dei depositi e le sue condizioni (che non devono essere penalizzanti per l’Italia), l’introduzione di un safe asset comune europeo, il rilancio degli investimenti nel quadro di un green new deal, la revisione del patto di stabilità e di crescita: tutti fronti su cui il governo è impegnato e su cui sarebbe utile che si determinasse una larga convergenza tra le forze che hanno a cuore l’interesse nazionale e l’interesse comune europeo”. In ogni modo, e’ evidente che bisognera’ garantire  che i titoli di stato delle nazioni europee siano sempre e comunque considerati degli asset privi di rischio.  Al tempo stesso è tuttavia necessario prevedere dei meccanismi che impediscano agli Stati di abusare della monetizzazione. E forse piu’ della riforma del Mes sarebbe importante conferire alla BCE il potere di prestatore di ultima istanza come avviane per tutte le altre banche centrali. 

 Roberto Falleri

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