Economia

L’Europa e l’eterno ritorno del Mes

di Giovanni Vasso -

epa09030082 European Council President Charles Michel (R) meets with Eurogroup President Paschal Donohoe (L) in Brussels, Belgium, 22 February 2021. EPA/JOHANNA GERON / POOL


L’Europa torna a spingere sulla questione Mes. Saranno fischiate le orecchie alla premier Giorgia Meloni quando, nella mattinata di ieri, è stata resa pubblica la lettera che il presidente dell’Eurogruppo, l’irlandese Paschal Donohoe, ha indirizzato al presidente del Consiglio Europeo Charles Michel. Una missiva che serviva a fare il punto sull’agenda da sottoporre a capi di governo e ministri in vista del prossimo incontro europeo in programma per venerdì. E che si è rivelata, as usual, l’ennesima richiesta (più o meno) esplicita all’Italia di far presto sulla questione legata alla ratifica del Meccanismo europeo di stabilità. Donohoe scrive a Michel, ancora per un po’ alla guida del Consiglio Europeo (lo sostituirà Draghi, dopo le elezioni?), che si ravvisa “la necessità di finalizzare la riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità, attraverso la ratifica del trattato in tutti gli Stati membri”. Con un linguaggio più paludato di quello utilizzato, illo tempore, dai maggiorenti diccì, Donohoe sta dicendo all’Italia che deve muoversi a ratificare l’ok al Mes. In modo tale che tutti i Paesi possano contare sul “backstop comune concordato per il Fondo di risoluzione unico”. Roma resta l’ultimo governo Ue a non aver ratificato il Mes. Ma non è questione di adesso. Anzi. È vero che Giorgia Meloni ha sempre votato in Parlamento, dall’opposizione, contro ogni progetto di ratifica del Meccanismo di stabilità. Ma lo è altrettanto che tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni non hanno, per diverse ragioni, ottemperato agli “impegni” assunti dall’Italia in sede Ue. Non ci riuscì il secondo governo Conte, non c’è riuscito nemmeno Mario Draghi che, tra gli altri, ebbe a fronteggiare la netta contrarietà non solo di Meloni e Fdi (che, comunque, all’epoca erano all’opposizione) ma anche della Lega e del M5s (che, viceversa, facevano parte dell’ampia maggioranza a sostegno dell’esecutivo guidato dall’ex governatore Bce). A dicembre scorso, dunque, Giorgia Meloni ha avuto buon gioco a rinfacciare a Elly Schlein, che la tacciava di cincischiare sull’argomento e di non ottemperare a quello che la segretaria dem riteneva un preciso dovere di Palazzo Chigi, l’immobilismo, sul tema Mes, della sinistra che ha governato “negli ultimi tre anni”.

Si tratta, dunque, di uno di quei temi ricorrenti. Che, di volta in volta, riaffiorano in superficie occupando il centro del ring del dibattito politico ed economico. Qualche mese fa era toccato al ministro all’Economia Giancarlo Giorgetti, non proprio un feroce sovranista, sottolineare che, sull’argomento Mes, “non c’è alcun problema con l’Europa” e che l’Ue “non ha sempre ragione”.

Donohoe, però, ha sottolineato che il passaggio diventerebbe oggi cruciale per costituire “un vero e proprio mercato unico dei capitali”, che, ha spiegato il presidente dell’Eurogruppo “consideriamo di fondamentale importanza per aumentare la competitività dell’Ue”. Si tratta, in pratica, della trasposizione in politichese di ciò che da mesi vanno ripetendo i falchi della Bce. “Siamo consapevoli che un importante elemento complementare, l’Unione bancaria, deve ancora essere completato. In questo contesto, sottolineiamo la necessità di portare a termine la riforma del Meccanismo europeo di stabilità attraverso la ratifica del Trattato in tutti gli Stati membri e di istituire il backstop comune concordato per il Fondo di risoluzione unico”. Allo stato attuale, l’approvazione del Mes da parte del centrodestra è impensabile. L’ultimo voto in parlamento, anzi, ha mostrato che c’è una maggioranza bipartisan che spinge “contro” la ratifica del Mes e che si impernia sull’asse Fdi-Lega-M5s. Un campo davvero largo, questo sì. La questione si dipanerà venerdì quando si inasterà la bandiera dell’ennesima, eterna, trattativa tra l’Italia e l’Ue, che “democristiana” lo è non solo a parole ma per costituzione. Roma ha già accettato Patto di stabilità e altri rospi. Sul Mes Meloni non cederà all’Europa. E non lo farà, tantomeno, alla vigilia di una tornata elettorale così importante come sarà quella delle Europee.


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