“Facite ammuina!”. L’editoriale del direttore Sansoni

Oramai la politica italiana è capace di offrire spettacoli veramente surreali. Mentre a Madrid si svolgeva un vertice Nato di portata storica, con decisioni che avrebbero dovuto calamitare l’attenzione, non solo dell’opinione pubblica, ma soprattutto dell’intera classe politica, per la loro gravità, a Roma prendeva avvio un teatrino incredibile, con il leader di quello che fu il partito di maggioranza relativa in questa legislatura – nonché ex presidente del Consiglio – che si prendeva la briga di scomodare il capo dello Stato, pare, per questioni di gossip politico-giornalistico. Non per contestare le posizioni assunte dall’Italia su temi cruciali come la guerra, la transizione ecologica, le scelte in campo energetico, il sostegno ai salari in una fase iper-inflattiva… No, no: per le indiscrezioni apparse su un quotidiano, collegate a manovre parlamentari di scomposizione e composizione di gruppi, non direttamente collegate agli indirizzi programmatici dell’esecutivo.

Addirittura, pare, che il nostro premier sia dovuto partire tempestivamente per tornare in Patria, dove qualcuno cominciava a parlare di possibile crisi di governo. La sceneggiata è proseguita ieri, con i Cinque Stelle di Conte che ventilavano l’ipotesi di un appoggio esterno al gabinetto Draghi, il leader del Pd Enrico Letta che, alzando i toni nel corso della direzione del suo partito, metteva in guardia, minacciando le elezioni anticipate, in caso di cambio degli assetti di maggioranza. Nel frattempo in Parlamento si conduceva un’epica battaglia: per la reintroduzione della scala mobile? Per rivedere il Pnrr oramai inattuale? Per decidere sull’opportunità o meno di inviare armi? Macché!

Per varare provvedimenti in tema di consumo di cannabis e Ius scholae: questioni inutilmente divisive, paradossalmente ideologiche, da campagna elettorale. Mario Draghi, olimpico, è salito al Colle per riferire, giustamente, a Mattarella sugli esiti del vertice dell’Alleanza Atlantica, facendo subito filtrare alla stampa la notizia che la tenuta del governo non era oggetto di discussione. Ha, quindi, proseguito, dopo il Consiglio dei ministri, in conferenza stampa, rassicurando anche sul sostegno del M5S ed escludendo l’ipotesi di un appoggio esterno. Insomma una tempesta in un bicchiere d’acqua, che se l’avesse fatta Salvini si sarebbe urlato al sabotaggio dell’esecutivo e dell’unità nazionale, all’irresponsabilità, eccetera eccetera… Cosa che pure è avvenuta, con l’accusa al centrodestra, e in particolare alle forze che partecipano alla maggioranza, di creare fibrillazione perché non disponibili a votare la nuova legge sulla cittadinanza, come se a stabilire cosa sia giusto fare in questo Paese fossero i democratici e gli umori sempre meno engagé degli intellettuali di sinistra. Ma perché?!

Più prosaicamente, forse, tutto questo trambusto non è stato altro che un facite ammuina per coprire lo spappolamento del “campo largo”, la polverizzazione del movimento grillino, il ricordo delle dichiarazioni sui “traditori” e i trasformisti di Luigi Di Maio. Un antipasto di campagna elettorale, in attesa di capire quale sarà la legge in base alla quale saranno distribuiti i seggi, che se seguirà l’andazzo di queste ore sarà condotta sul nulla, senza un progetto per il Paese, né una visione ideale sulla quale fondare il ruolo dell’Italia in un mondo in drammatica trasformazione. E mentre rincorriamo da prua a poppa e da poppa a prua le dichiarazioni degli esponenti delle mille sinistre italiane, in ansia per le sorti del governo, fermiamoci un secondo e rassereniamoci: l’unico che, allo stato, può decidere se è giunto il momento di lasciare Palazzo Chigi, è proprio Mario Draghi.

Alessandro Sansoni

Oramai la politica italiana è capace di offrire spettacoli veramente surreali. Mentre a Madrid si svolgeva un vertice Nato di portata storica, con decisioni che avrebbero dovuto calamitare l’attenzione, non solo dell’opinione pubblica, ma soprattutto dell’intera classe politica, per la loro gravità, a Roma prendeva avvio un teatrino incredibile, con il leader di quello che fu il partito di maggioranza relativa in questa legislatura – nonché ex presidente del Consiglio – che si prendeva la briga di scomodare il capo dello Stato, pare, per questioni di gossip politico-giornalistico. Non per contestare le posizioni assunte dall’Italia su temi cruciali come la guerra, la transizione ecologica, le scelte in campo energetico, il sostegno ai salari in una fase iper-inflattiva… No, no: per le indiscrezioni apparse su un quotidiano, collegate a manovre parlamentari di scomposizione e composizione di gruppi, non direttamente collegate agli indirizzi programmatici dell’esecutivo.

Addirittura, pare, che il nostro premier sia dovuto partire tempestivamente per tornare in Patria, dove qualcuno cominciava a parlare di possibile crisi di governo. La sceneggiata è proseguita ieri, con i Cinque Stelle di Conte che ventilavano l’ipotesi di un appoggio esterno al gabinetto Draghi, il leader del Pd Enrico Letta che, alzando i toni nel corso della direzione del suo partito, metteva in guardia, minacciando le elezioni anticipate, in caso di cambio degli assetti di maggioranza. Nel frattempo in Parlamento si conduceva un’epica battaglia: per la reintroduzione della scala mobile? Per rivedere il Pnrr oramai inattuale? Per decidere sull’opportunità o meno di inviare armi? Macché!

Per varare provvedimenti in tema di consumo di cannabis e Ius scholae: questioni inutilmente divisive, paradossalmente ideologiche, da campagna elettorale. Mario Draghi, olimpico, è salito al Colle per riferire, giustamente, a Mattarella sugli esiti del vertice dell’Alleanza Atlantica, facendo subito filtrare alla stampa la notizia che la tenuta del governo non era oggetto di discussione. Ha, quindi, proseguito, dopo il Consiglio dei ministri, in conferenza stampa, rassicurando anche sul sostegno del M5S ed escludendo l’ipotesi di un appoggio esterno. Insomma una tempesta in un bicchiere d’acqua, che se l’avesse fatta Salvini si sarebbe urlato al sabotaggio dell’esecutivo e dell’unità nazionale, all’irresponsabilità, eccetera eccetera… Cosa che pure è avvenuta, con l’accusa al centrodestra, e in particolare alle forze che partecipano alla maggioranza, di creare fibrillazione perché non disponibili a votare la nuova legge sulla cittadinanza, come se a stabilire cosa sia giusto fare in questo Paese fossero i democratici e gli umori sempre meno engagé degli intellettuali di sinistra. Ma perché?!

Più prosaicamente, forse, tutto questo trambusto non è stato altro che un facite ammuina per coprire lo spappolamento del “campo largo”, la polverizzazione del movimento grillino, il ricordo delle dichiarazioni sui “traditori” e i trasformisti di Luigi Di Maio. Un antipasto di campagna elettorale, in attesa di capire quale sarà la legge in base alla quale saranno distribuiti i seggi, che se seguirà l’andazzo di queste ore sarà condotta sul nulla, senza un progetto per il Paese, né una visione ideale sulla quale fondare il ruolo dell’Italia in un mondo in drammatica trasformazione. E mentre rincorriamo da prua a poppa e da poppa a prua le dichiarazioni degli esponenti delle mille sinistre italiane, in ansia per le sorti del governo, fermiamoci un secondo e rassereniamoci: l’unico che, allo stato, può decidere se è giunto il momento di lasciare Palazzo Chigi, è proprio Mario Draghi.

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