Falsa partenza

E così, proprio mentre Silvio si fa beccare dai fotografi a scandire un nitido V-a-f-f-a verso La Russa che si avvicina per parlargli, dietro le quinte del Senato i franchi tiratori a rovescio, decidono di mandare uno, anzi due, messaggi chiari in apertura della diciannovesima legislatura. Uno a Berlusconi e l’altro a Enrico Letta, segretario sconfitto di un Pd sconfitto, che è già in sofferenza verso il suo leader e che vuole far capire chi comanda. E così va in scena la più antica delle congiure. Un drappello di 28 senatori, di opposizione, zitti zitti, nel segreto dell’urna e del catafalco allestito sotto la presidenza del Senato, dove la senatrice a vita Liliana Segre ha appena preso la standing ovation citando in aula il 25 aprile, la pacificazione, la marcia su Roma che le mette i brividi e un glossario della repubblica antifascista da far commuovere perfino i marmi del corridoio dei busti di palazzo Madama, scrivono sul foglio le due fatidiche parole: La Russa.

Accade così, che mentre il Cav – unico forzista assieme all’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati a votare nella prima chiama – attende, seduto a fianco di Licia Ronzulli, uno dei nodi aperti con Fdi per chiudere l’accordo sul governo di centrodestra, di vedere certificato il rinvio dell’elezione della Seconda carica dello Stato, dalle urne esce il verdetto dell’aula: Ignazio Benito Maria La Russa, classe 1947, nato a Paternò ma milanese di adozione, ex missino, fratello democratico cristiano, è eletto presidente del Senato della Repubblica italiana, seconda carica dello Stato dopo Sergio Mattarella.

Silvio, avvezzo a certi scossoni, resta immobile. Gioca con un astuccio di pelle, sposta le mani sul banchetto del Senato, come se stesse cercando di cancellare quel momento. L’aula resta attonita. Poi scatta un applauso, lungo, per la destra liberatorio. Per la Meloni un colpo di teatro inatteso. O forse nemmeno troppo. Per i forzisti uninciampo all’esordio, che segna la grammatica della coalizione di maggioranza e del futuro governo in modo inequivocabile: i pesi sono cambiati, chi ci sta ci sta.

A sinistra, dove i banchi sono tutti vuoti perché a palazzo Madama non hanno cambiato l’arredo dell’emiciclo per adeguarlo al taglio dei parlamentari, per cui a destra – in maggioranza – sembrano un milione e fra sinistra e cinque stelle – all’opposizione, o quel che già ne rimane – per parlarsi da un banco all’altro devono alzare la voce, le facce si fanno lunghe. Battono le mani, poi compaiono i primi cellulari. Chi telefona, chi scrive. A Montecitorio, Enrico Letta cammina nei Passi perduti. Gli arriva la notizia che La Russa è passato con i voti dell’opposizione. E che questi voti sono così tanti che dare la colpa a Matteo Renzi, non nuovo a certi blitz, non basta. C’è il rischio che alcune di quelle schede vengano proprio dal Pd di Letta, che poi tanto di Letta non è. Evidentemente.
Nella prima fila, dove siede Pier Casini – eletto nella roccaforte di Bologna – compare Dario Franceschini. Si vede anche Graziano Del Rio. Renzi sta più su. Dietro di lui spunta Valeria Valente, in odore di capogruppo Dem. Possono metterci tutti i pallottollieri che vogliono, i conti proprio non tornano. E così scatta la caccia al franco tiratore della scheda bianca, figura antica della votazione segreta. Gli applausi finiscono. La Russa è emozionato. Gli portano dei fiori, bianchi, per la senatrice Segre. Lo seguono con una cartellina nera. C’è dentro il discorso. Che non leggerà. Perché parlerà a braccio, come a liberarsi dopo decenni di una tara della storia. Quella che rende la sua elezione qualcosa di inedito ma non di imprevisto.

Letta, a Montecitorio, ha già battuto la prima agenzia: qualcuno dell’opposizione vuole andare in maggioranza. Debora Serracchiani compare in tv. Faccia lunga, peggio di quando si è accorta che il Vajont non è mai caduto. Partono le dichiarazioni ufficiali: nessuno c’entra nulla. Franceschini aggiunge: “Mossa di chi non capisce di politica”. E nel Pd sussurrano: “Forse intende Letta”. C’è già qualcosa di rotto. In maggioranza, certo. Ma pure altrove. Berlusconi si alza. I microfoni lo assediano. Inghiotte il suo Vaffa. Fa le congratulazioni a La Russa. Stoppa Licia Ronzulli: “La trattativa è finita”. E se ne va.

E così, proprio mentre Silvio si fa beccare dai fotografi a scandire un nitido V-a-f-f-a verso La Russa che si avvicina per parlargli, dietro le quinte del Senato i franchi tiratori a rovescio, decidono di mandare uno, anzi due, messaggi chiari in apertura della diciannovesima legislatura. Uno a Berlusconi e l’altro a Enrico Letta, segretario sconfitto di un Pd sconfitto, che è già in sofferenza verso il suo leader e che vuole far capire chi comanda. E così va in scena la più antica delle congiure. Un drappello di 28 senatori, di opposizione, zitti zitti, nel segreto dell’urna e del catafalco allestito sotto la presidenza del Senato, dove la senatrice a vita Liliana Segre ha appena preso la standing ovation citando in aula il 25 aprile, la pacificazione, la marcia su Roma che le mette i brividi e un glossario della repubblica antifascista da far commuovere perfino i marmi del corridoio dei busti di palazzo Madama, scrivono sul foglio le due fatidiche parole: La Russa.

Accade così, che mentre il Cav – unico forzista assieme all’ex presidente del Senato Elisabetta Casellati a votare nella prima chiama – attende, seduto a fianco di Licia Ronzulli, uno dei nodi aperti con Fdi per chiudere l’accordo sul governo di centrodestra, di vedere certificato il rinvio dell’elezione della Seconda carica dello Stato, dalle urne esce il verdetto dell’aula: Ignazio Benito Maria La Russa, classe 1947, nato a Paternò ma milanese di adozione, ex missino, fratello democratico cristiano, è eletto presidente del Senato della Repubblica italiana, seconda carica dello Stato dopo Sergio Mattarella.

Silvio, avvezzo a certi scossoni, resta immobile. Gioca con un astuccio di pelle, sposta le mani sul banchetto del Senato, come se stesse cercando di cancellare quel momento. L’aula resta attonita. Poi scatta un applauso, lungo, per la destra liberatorio. Per la Meloni un colpo di teatro inatteso. O forse nemmeno troppo. Per i forzisti uninciampo all’esordio, che segna la grammatica della coalizione di maggioranza e del futuro governo in modo inequivocabile: i pesi sono cambiati, chi ci sta ci sta.

A sinistra, dove i banchi sono tutti vuoti perché a palazzo Madama non hanno cambiato l’arredo dell’emiciclo per adeguarlo al taglio dei parlamentari, per cui a destra – in maggioranza – sembrano un milione e fra sinistra e cinque stelle – all’opposizione, o quel che già ne rimane – per parlarsi da un banco all’altro devono alzare la voce, le facce si fanno lunghe. Battono le mani, poi compaiono i primi cellulari. Chi telefona, chi scrive. A Montecitorio, Enrico Letta cammina nei Passi perduti. Gli arriva la notizia che La Russa è passato con i voti dell’opposizione. E che questi voti sono così tanti che dare la colpa a Matteo Renzi, non nuovo a certi blitz, non basta. C’è il rischio che alcune di quelle schede vengano proprio dal Pd di Letta, che poi tanto di Letta non è. Evidentemente.
Nella prima fila, dove siede Pier Casini – eletto nella roccaforte di Bologna – compare Dario Franceschini. Si vede anche Graziano Del Rio. Renzi sta più su. Dietro di lui spunta Valeria Valente, in odore di capogruppo Dem. Possono metterci tutti i pallottollieri che vogliono, i conti proprio non tornano. E così scatta la caccia al franco tiratore della scheda bianca, figura antica della votazione segreta. Gli applausi finiscono. La Russa è emozionato. Gli portano dei fiori, bianchi, per la senatrice Segre. Lo seguono con una cartellina nera. C’è dentro il discorso. Che non leggerà. Perché parlerà a braccio, come a liberarsi dopo decenni di una tara della storia. Quella che rende la sua elezione qualcosa di inedito ma non di imprevisto.

Letta, a Montecitorio, ha già battuto la prima agenzia: qualcuno dell’opposizione vuole andare in maggioranza. Debora Serracchiani compare in tv. Faccia lunga, peggio di quando si è accorta che il Vajont non è mai caduto. Partono le dichiarazioni ufficiali: nessuno c’entra nulla. Franceschini aggiunge: “Mossa di chi non capisce di politica”. E nel Pd sussurrano: “Forse intende Letta”. C’è già qualcosa di rotto. In maggioranza, certo. Ma pure altrove. Berlusconi si alza. I microfoni lo assediano. Inghiotte il suo Vaffa. Fa le congratulazioni a La Russa. Stoppa Licia Ronzulli: “La trattativa è finita”. E se ne va.

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