Favorire la cura della parola

Senza una cultura capace di dare senso e vigore alle parole in funzione 

del bene dell’uomo e di quello comune, la società rimane in balia di culture 

e logiche mercantili e utilitaristiche, distanti da un vivere pulsante in termini 

di progresso civile. La funzione della politica e quella della scuola

 

Non c’è dubbio che il mestiere dell’educare in questi ultimi tempi si sia sempre più impoverito, per aver assimilato logiche conformi alle culture dominanti nella società, da quella mercantile ad altre legate alla conoscenza tecnico-scientifica, il tutto a discapito di quella rivolta all’uomo, dal quale ogni atto dovrebbe scaturire con consapevolezza, responsabilità e senso. Luigina Mortari, epistemiologa, nel suo libro: “Aver cura di sé”, Raffaello Cortina editore, ci ricorda che quel che è divenuto urgente è la capacità di educare la persona alla conoscenza di sé, dalla quale scaturisce la ricerca platonica di parole per “coltivare la mente”, il luogo, afferma, “dove tutto prende forma e alimenta l’arte di vivere”, il cui fine è il bene individuale e collettivo.

Perché se è vero che sono stati fatti passi da gigante nella ricerca di un sapere finalizzato alla conoscenza delle cose del mondo, per esercitare un controllo sui fenomeni che lo caratterizzano, è anche vero che gli effetti che ne sono derivati non sempre sono coerenti con il senso del bene comune prima e individuale poi. Si pensi alle ricadute positive della ricerca sul nucleare in campo medico-scientifico, o a quelle riguardanti lo sviluppo e la diffusione degli idrocarburi per usi domestici o industriali, o all’utilità derivante dalla crescita esponenziale delle tecnologie nell’organizzazione aziendale, societaria e nella comunicazione con l’evoluzione dei computer e delle tecniche d’utilizzo a essi relative, solo per citare alcuni settori in cui l’uomo ha fatto passi da gigante.

Ma al contempo c’è da riflettere su quanto questi elementi di progresso coincidano con il vero bene delle persone e con la crescita del livello di civiltà. Poco. Molto poco.

I danni che ne sono scaturiti sono superiori ai vantaggi procurati. Questo perché a guidare il loro sviluppo e il loro impiego non c’era sempre un pensiero finalizzato al vero bisogno e bene dell’uomo. Tale mancanza è stata favorita dal disconoscimento del valore dell’eticità nella società liberale. Per l’assunto che le democrazie devono essere esenti da una cultura comunitaria fondata su un’eticità condivisa, tipica, si dice, dei contesti autoritari o totalitari. Ma il tempo ha dimostrato il valore del contrario: non può esserci bene comune senza ethos comune. 

E allora? Forse è arrivato il momento di ripensare il modo di condividere il “luogo d’insieme”, lo spazio dove la vita si attua, per fare di questo l’ambiente in cui ognuno percepisca ed eserciti il pensare e l’operare non in forma individualistica o utilitaristica, ma finalizzandoli al bene di tutti.

Da dove ripartire? 

Dal pensiero! Un pensiero etico appunto, stabilito come valore pulsante di una comunità. A questo è delegata per prima la politica, tracciando nella Carta Fondamentale di una Nazione quegli elementi di eticità che ne costituiscono il fondamento, a cui sempre far riferimento, pur nella diversità degli orientamenti.  E quale istituzione societaria, se non la scuola, deve essere preposta ad alimentare nei giovani un pensiero e un atteggiamento che guardino e favoriscano la crescita di civiltà? A questo scopo occorre dare maggiore impulso alle culture umanistiche, attraverso le quali nutrire un pensiero e, conseguentemente, una parola di senso e di valore. Capaci di instillare quegli elementi d’indagine, di riflessione, d’analisi, di conoscenza, che accrescono lo sviluppo cognitivo dell’essere e danno vita al dialogo, alla condivisione di idee, alla mutualità, alla creatività, alla bellezza, alla nascita di nuovi paradigmi di pensiero e di visione utili a tutti.

Dice ancora Luigina Mortari: “Una comunità di pensiero tende a disirrigidire il senso cristallizzato nei pensieri e a vivificare le parole con slanci di senso nuovo, che ridanno parola alla parola, affinché diventi “parola parlante” e non meramente parlata, capace di far gemmare spazi di pensiero vivente e non ripetitivo”. Se così è, ogni cultura che miri a entrare in una Comunità dove l’eticità nutre le idee e le azioni delle persone che ne fanno parte, deve passare al vaglio dei valori che in questa agiscono. Non intaccando, ma rinvigorendo quell’ethos comune che ne è alla base.  Ecco, la cura del pensare e della parola a questo deve portare, a dare senso e fermento a ogni espressione dell’uomo, per la sua crescita, per il suo buon vivere, per il suo essere parte di un insieme organico volto esclusivamente al bene condiviso.

Romolo Paradiso

Senza una cultura capace di dare senso e vigore alle parole in funzione 

del bene dell’uomo e di quello comune, la società rimane in balia di culture 

e logiche mercantili e utilitaristiche, distanti da un vivere pulsante in termini 

di progresso civile. La funzione della politica e quella della scuola

 

Non c’è dubbio che il mestiere dell’educare in questi ultimi tempi si sia sempre più impoverito, per aver assimilato logiche conformi alle culture dominanti nella società, da quella mercantile ad altre legate alla conoscenza tecnico-scientifica, il tutto a discapito di quella rivolta all’uomo, dal quale ogni atto dovrebbe scaturire con consapevolezza, responsabilità e senso. Luigina Mortari, epistemiologa, nel suo libro: “Aver cura di sé”, Raffaello Cortina editore, ci ricorda che quel che è divenuto urgente è la capacità di educare la persona alla conoscenza di sé, dalla quale scaturisce la ricerca platonica di parole per “coltivare la mente”, il luogo, afferma, “dove tutto prende forma e alimenta l’arte di vivere”, il cui fine è il bene individuale e collettivo.

Perché se è vero che sono stati fatti passi da gigante nella ricerca di un sapere finalizzato alla conoscenza delle cose del mondo, per esercitare un controllo sui fenomeni che lo caratterizzano, è anche vero che gli effetti che ne sono derivati non sempre sono coerenti con il senso del bene comune prima e individuale poi. Si pensi alle ricadute positive della ricerca sul nucleare in campo medico-scientifico, o a quelle riguardanti lo sviluppo e la diffusione degli idrocarburi per usi domestici o industriali, o all’utilità derivante dalla crescita esponenziale delle tecnologie nell’organizzazione aziendale, societaria e nella comunicazione con l’evoluzione dei computer e delle tecniche d’utilizzo a essi relative, solo per citare alcuni settori in cui l’uomo ha fatto passi da gigante.

Ma al contempo c’è da riflettere su quanto questi elementi di progresso coincidano con il vero bene delle persone e con la crescita del livello di civiltà. Poco. Molto poco.

I danni che ne sono scaturiti sono superiori ai vantaggi procurati. Questo perché a guidare il loro sviluppo e il loro impiego non c’era sempre un pensiero finalizzato al vero bisogno e bene dell’uomo. Tale mancanza è stata favorita dal disconoscimento del valore dell’eticità nella società liberale. Per l’assunto che le democrazie devono essere esenti da una cultura comunitaria fondata su un’eticità condivisa, tipica, si dice, dei contesti autoritari o totalitari. Ma il tempo ha dimostrato il valore del contrario: non può esserci bene comune senza ethos comune. 

E allora? Forse è arrivato il momento di ripensare il modo di condividere il “luogo d’insieme”, lo spazio dove la vita si attua, per fare di questo l’ambiente in cui ognuno percepisca ed eserciti il pensare e l’operare non in forma individualistica o utilitaristica, ma finalizzandoli al bene di tutti.

Da dove ripartire? 

Dal pensiero! Un pensiero etico appunto, stabilito come valore pulsante di una comunità. A questo è delegata per prima la politica, tracciando nella Carta Fondamentale di una Nazione quegli elementi di eticità che ne costituiscono il fondamento, a cui sempre far riferimento, pur nella diversità degli orientamenti.  E quale istituzione societaria, se non la scuola, deve essere preposta ad alimentare nei giovani un pensiero e un atteggiamento che guardino e favoriscano la crescita di civiltà? A questo scopo occorre dare maggiore impulso alle culture umanistiche, attraverso le quali nutrire un pensiero e, conseguentemente, una parola di senso e di valore. Capaci di instillare quegli elementi d’indagine, di riflessione, d’analisi, di conoscenza, che accrescono lo sviluppo cognitivo dell’essere e danno vita al dialogo, alla condivisione di idee, alla mutualità, alla creatività, alla bellezza, alla nascita di nuovi paradigmi di pensiero e di visione utili a tutti.

Dice ancora Luigina Mortari: “Una comunità di pensiero tende a disirrigidire il senso cristallizzato nei pensieri e a vivificare le parole con slanci di senso nuovo, che ridanno parola alla parola, affinché diventi “parola parlante” e non meramente parlata, capace di far gemmare spazi di pensiero vivente e non ripetitivo”. Se così è, ogni cultura che miri a entrare in una Comunità dove l’eticità nutre le idee e le azioni delle persone che ne fanno parte, deve passare al vaglio dei valori che in questa agiscono. Non intaccando, ma rinvigorendo quell’ethos comune che ne è alla base.  Ecco, la cura del pensare e della parola a questo deve portare, a dare senso e fermento a ogni espressione dell’uomo, per la sua crescita, per il suo buon vivere, per il suo essere parte di un insieme organico volto esclusivamente al bene condiviso.

Romolo Paradiso

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