Femminicidi: in Senato una risoluzione sugli uomini violenti sdogana il gender

L’ideologia gender sta ai testi legislativi come il prezzemolo nei piatti: te la ritrovi un po’ dappertutto. L’ultimo caso risale a ieri, quando l’aula del Senato ha votato all’unanimità una risoluzione alla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio riguardo ai percorsi di trattamento per uomini autori di violenze. Se il Codice Rosso prevedeva misure punitive, questa nuova misura mira invece a prevenire sottoponendo una serie di soggetti a trattamenti in appositi centri specializzati. La relazione identifica a tal proposito tre figure: coloro che sono stati condannati per aver compiuto violenza contro le donne e stanno scontando la pena, coloro che hanno già scontato la pena per questo tipo di reato ma che potrebbero essere recidivi, coloro che hanno alzato le mani sulle donne senza però essere stati denunciati.

Per Valeria Valente, del Pd, presidente della Commissione Femminicidio, l’approvazione del testo è “un cambio di passo, un salto di qualità”. L’esponente Dem si dice “orgogliosa” del lavoro, perché – aggiunge – “è un tassello importante della battaglia culturale contro l’asimmetria di potere, gli stereotipi e i pregiudizi della società patriarcale sottesi alla violenza di genere”. Le sue parole corrispondono al contenuto del testo, che sottolinea il peso negativo della cultura “patriarcale” ripetendola per cinque volte.

In particolare vengono individuati tre fattori che faciliterebbero “l’emersione” di casi di maltrattamento. Al primo posto si citano gli “elementi culturali di matrice patriarcale e maschilista” tra i quali la “legittimazione del potere dell’uomo sulla donna”, “l’imposizione della concentrazione delle funzioni di cura e affettive in capo alla donna”, una “minore presenza della donna nei contesti sociali, politici e del lavoro, con una conseguente minore libertà economica della donna, specie se madre”, nonché una “visione statica e rigida delle identità di genere maschili e femminili e delle relative funzioni sociali previste”. Quest’ultimo punto altro non è che lo sdoganamento dell’ideologia gender. Secondo gli estensori del testo di legge una tale tradizione culturale produce effetti, “tanto sulle donne come sugli uomini, a prescindere dal fatto che il singolo vi si riconosca”: si sottolinea quindi che “anche l’uomo che più si sente estraneo alla cultura patriarcale si confronta intimamente con essa, con i suoi stereotipi e i pregiudizi”. Come a dire: non esistono uomini moralmente innocenti, ma colpevoli inconsapevoli.

L’attribuzione di responsabilità alla cultura patriarcale ha destato “perplessità” in Fratelli d’Italia, che ha comunque votato a favore del testo. Alberto Balboni, vice-presidente della Commissione Giustizia in Senato, nel corso del suo intervento ha contestato “l’affermazione secondo la quale sarebbe il modello patriarcale quello in cui si verificano i maggiori episodi di violenza sulle donne”. Per Balboni “attribuire responsabilità a quel modello che non esiste più da decenni non solo è riduttivo, ma rischia di ignorare altri fattori come la perdita valoriale indotta dal nichilismo e dal relativismo di questi tempi”. Del resto sono gli stessi numeri elaborati da Openpolis a dirlo: con 0,43 donne uccise ogni 100 mila abitanti l’Italia dalla presunta cultura patriarcale si colloca al di sotto della media dell’Unione europea (0,71). Hanno una media inferiore alla nostra solo Paesi Bassi, Polonia, Irlanda e Croazia (da segnalare che tre su quattro sono nazioni di tradizione cattolica). Nelle nazioni culla dell’emancipazione femminile come Svezia, Danimarca e Finlandia, invece, la media è rispettivamente di 0,66, 0,69 e 0,97. La piaga della violenza sulle donne, dunque, non si combatte né lanciando crociate contro la cultura patriarcale né promuovendo l’ideologia gender.

L’ideologia gender sta ai testi legislativi come il prezzemolo nei piatti: te la ritrovi un po’ dappertutto. L’ultimo caso risale a ieri, quando l’aula del Senato ha votato all’unanimità una risoluzione alla relazione della Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio riguardo ai percorsi di trattamento per uomini autori di violenze. Se il Codice Rosso prevedeva misure punitive, questa nuova misura mira invece a prevenire sottoponendo una serie di soggetti a trattamenti in appositi centri specializzati. La relazione identifica a tal proposito tre figure: coloro che sono stati condannati per aver compiuto violenza contro le donne e stanno scontando la pena, coloro che hanno già scontato la pena per questo tipo di reato ma che potrebbero essere recidivi, coloro che hanno alzato le mani sulle donne senza però essere stati denunciati.

Per Valeria Valente, del Pd, presidente della Commissione Femminicidio, l’approvazione del testo è “un cambio di passo, un salto di qualità”. L’esponente Dem si dice “orgogliosa” del lavoro, perché – aggiunge – “è un tassello importante della battaglia culturale contro l’asimmetria di potere, gli stereotipi e i pregiudizi della società patriarcale sottesi alla violenza di genere”. Le sue parole corrispondono al contenuto del testo, che sottolinea il peso negativo della cultura “patriarcale” ripetendola per cinque volte.

In particolare vengono individuati tre fattori che faciliterebbero “l’emersione” di casi di maltrattamento. Al primo posto si citano gli “elementi culturali di matrice patriarcale e maschilista” tra i quali la “legittimazione del potere dell’uomo sulla donna”, “l’imposizione della concentrazione delle funzioni di cura e affettive in capo alla donna”, una “minore presenza della donna nei contesti sociali, politici e del lavoro, con una conseguente minore libertà economica della donna, specie se madre”, nonché una “visione statica e rigida delle identità di genere maschili e femminili e delle relative funzioni sociali previste”. Quest’ultimo punto altro non è che lo sdoganamento dell’ideologia gender. Secondo gli estensori del testo di legge una tale tradizione culturale produce effetti, “tanto sulle donne come sugli uomini, a prescindere dal fatto che il singolo vi si riconosca”: si sottolinea quindi che “anche l’uomo che più si sente estraneo alla cultura patriarcale si confronta intimamente con essa, con i suoi stereotipi e i pregiudizi”. Come a dire: non esistono uomini moralmente innocenti, ma colpevoli inconsapevoli.

L’attribuzione di responsabilità alla cultura patriarcale ha destato “perplessità” in Fratelli d’Italia, che ha comunque votato a favore del testo. Alberto Balboni, vice-presidente della Commissione Giustizia in Senato, nel corso del suo intervento ha contestato “l’affermazione secondo la quale sarebbe il modello patriarcale quello in cui si verificano i maggiori episodi di violenza sulle donne”. Per Balboni “attribuire responsabilità a quel modello che non esiste più da decenni non solo è riduttivo, ma rischia di ignorare altri fattori come la perdita valoriale indotta dal nichilismo e dal relativismo di questi tempi”. Del resto sono gli stessi numeri elaborati da Openpolis a dirlo: con 0,43 donne uccise ogni 100 mila abitanti l’Italia dalla presunta cultura patriarcale si colloca al di sotto della media dell’Unione europea (0,71). Hanno una media inferiore alla nostra solo Paesi Bassi, Polonia, Irlanda e Croazia (da segnalare che tre su quattro sono nazioni di tradizione cattolica). Nelle nazioni culla dell’emancipazione femminile come Svezia, Danimarca e Finlandia, invece, la media è rispettivamente di 0,66, 0,69 e 0,97. La piaga della violenza sulle donne, dunque, non si combatte né lanciando crociate contro la cultura patriarcale né promuovendo l’ideologia gender.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli