Fi e Lega ok al bis, ma “no” ai grillini. E Draghi traballa

Le condizioni della destra irritano il Pd e le urne sono più vicine

Lega e Forza Italia dettano le condizioni per continuare l’esperienza del governo Draghi: fuori il M5S di Conte. “Non si può più contare su di loro”, si legge nella nota congiunta dei partiti dopo la telefonata tra i due leader, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Il centrodestra di governo vuole chiarezza. Immediata la replica piccata del Pd, orfano del campo largo con i 5 Stelle, ormai neo avversari: “Da quale pulpito viene la predica visto che loro sono alleati strutturali con chi fa ogni giorno l’opposizione a Draghi”. Così ha commentato Enrico Borghi, componente della segreteria nazionale del Partito democratico.
Dal canto suo, il leghista governista Giorgetti ha chiosato: più che “tempi supplementari”, “mi sembra una partita molto complicata da sbloccare” anche vista l’imminente “scadenza elettorale”. Così il ministro dello Sviluppo economico.
Intanto, ieri in mattinata c’è stato un nuovo Consiglio nazionale del M5S (che è tornato a riunirsi anche in serata) convocato da Giuseppi per valutare il ritiro dal governo della delegazione grillina di ministri (Stefano Patuanelli, Federico D’Incà e Fabiana Dadone) prima delle comunicazioni del premier alle Camere mercoledì 20. Non tutti gli esponenti a 5 Stelle dentro all’esecutivo però sono d’accordo, come il ministro ai Rapporti con il Parlamento D’Incà. Autore, prima dello strappo in Senato, di un disperato ultimo tentativo di mediazione, fallita dopo poco.
Come è noto, il premier Mario Draghi ha annunciato le dimissioni durante un Cdm parecchio teso, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ha respinte invitandolo a presentarsi alle Camere. La trattativa per farlo restare è iniziata. Il ministro degli Esteri ex M5S Luigi Di Maio ha commentato: “Il governo Draghi e la coalizione che lo sosteneva deve andare avanti, ma in questo momento la vedo molto molto difficile”, parlando ai microfoni di Rtl 102,5.
Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha lanciato una petizione per chiedere il Draghi bis. Lui che ha fatto cadere il Conte bis per far andare SuperMario a Palazzo Chigi è uno dei più strenui sostenitori della prosecuzione del governo.
Anche i dem non vedono altre soluzioni: “Se davvero si vuole sostenere Draghi, si riparta dalla maggioranza parlamentare che ha fatto nascere questo governo assumendosi in trasparenza le responsabilità davanti al Paese”.
Ma per Di Maio, “se Conte ritira i ministri dal governo Draghi di fatto si va allo scioglimento delle Camere, non ci sarà nessuna possibilità di mandare avanti il governo. Io lo voglio dire ai cittadini molto chiaramente: questa crisi avrà effetti pesanti”.
L’apertura di Lega e FI a un governo Draghi bis M5S-free scatena non pochi mal di pancia nel centrodestra, perché l’alleato FdI, all’opposizione, vuole il voto anticipato. “Le elezioni non sono come le cavallette d’Egitto”, ha fatto presente, per poi dire basta vertici a “casa Berlusconi”. “Dobbiamo vederci in una sede istituzionale”. Così Giorgia ha chiesto agli alleati Salvini e Berlusconi di fare i prossimi summit di centrodestra non più ad Arcore, a “Villa Grande” a Roma o a Villa La Certosa. Proprio ieri si era diffusa la voce che Lega e FI, insieme all’Udc, stessero pensando a una riunione sulla crisi del governo Draghi da tenersi nella maxi villa del Cav in Sardegna, lunedì prossimo. Ma la leader di FdI ha risposto indirettamente a questa indiscrezione rilanciata dall’Adnkronos, suggerendo ai partner della coalizione di cambiare location d’ora in poi, soprattutto in prospettiva di elezioni anticipate. La Meloni ha chiesto inoltre che i prossimi incontri siano più operativi e concreti a livello decisionale: “Se – come è possibile- si dovesse andare a votare il prossimo ottobre non avremmo tempo da perdere in riunioni più conviviali che operative. Credo che le riunioni debbano essere il più possibile operative”.
Ma vediamo intanto quali sono i prossimi passaggi della crisi. La conferenza dei capigruppo della Camera è convocata lunedì 18 luglio, alle ore 12, presso la Sala della Regina. All’ordine del giorno le comunicazioni del presidente. Mentre la conferenza dei capigruppo del Senato si terrà martedì 19 alle 15.30.Il presidente del Consiglio terrà le comunicazioni sulla crisi di governo mercoledì mattina, 20 luglio, in Senato e successivamente, nel pomeriggio, dovrebbe rivolgersi all’assemblea della Camera.
Il punto però è cosa vuole fare SuperMario. Fonti a lui vicine confermano che non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. C’è dunque il rischio che dopo il congelamento della crisi di Mattarella, che ha respinto le dimissioni, queste mercoledì diventino irrevocabili. A quel punto esistono due scenari possibili: un governo con un altro premier e un’altra maggioranza che porti a compimento la legislatura oppure il capo dello Stato obtorto collo dovrà sciogliere le Camere e mandare tutti al voto, probabilmente in autunno. Oppure, e magari Mattarella se costretto la riterrebbe la soluzione migliore, chiedere a Draghi di portare il Paese alle urne. Certo è che in un momento del genere, con la pandemia, la guerra e la crisi economica, non è proprio il massimo.

Le condizioni della destra irritano il Pd e le urne sono più vicine

Lega e Forza Italia dettano le condizioni per continuare l’esperienza del governo Draghi: fuori il M5S di Conte. “Non si può più contare su di loro”, si legge nella nota congiunta dei partiti dopo la telefonata tra i due leader, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Il centrodestra di governo vuole chiarezza. Immediata la replica piccata del Pd, orfano del campo largo con i 5 Stelle, ormai neo avversari: “Da quale pulpito viene la predica visto che loro sono alleati strutturali con chi fa ogni giorno l’opposizione a Draghi”. Così ha commentato Enrico Borghi, componente della segreteria nazionale del Partito democratico.
Dal canto suo, il leghista governista Giorgetti ha chiosato: più che “tempi supplementari”, “mi sembra una partita molto complicata da sbloccare” anche vista l’imminente “scadenza elettorale”. Così il ministro dello Sviluppo economico.
Intanto, ieri in mattinata c’è stato un nuovo Consiglio nazionale del M5S (che è tornato a riunirsi anche in serata) convocato da Giuseppi per valutare il ritiro dal governo della delegazione grillina di ministri (Stefano Patuanelli, Federico D’Incà e Fabiana Dadone) prima delle comunicazioni del premier alle Camere mercoledì 20. Non tutti gli esponenti a 5 Stelle dentro all’esecutivo però sono d’accordo, come il ministro ai Rapporti con il Parlamento D’Incà. Autore, prima dello strappo in Senato, di un disperato ultimo tentativo di mediazione, fallita dopo poco.
Come è noto, il premier Mario Draghi ha annunciato le dimissioni durante un Cdm parecchio teso, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, le ha respinte invitandolo a presentarsi alle Camere. La trattativa per farlo restare è iniziata. Il ministro degli Esteri ex M5S Luigi Di Maio ha commentato: “Il governo Draghi e la coalizione che lo sosteneva deve andare avanti, ma in questo momento la vedo molto molto difficile”, parlando ai microfoni di Rtl 102,5.
Il leader di Italia Viva Matteo Renzi ha lanciato una petizione per chiedere il Draghi bis. Lui che ha fatto cadere il Conte bis per far andare SuperMario a Palazzo Chigi è uno dei più strenui sostenitori della prosecuzione del governo.
Anche i dem non vedono altre soluzioni: “Se davvero si vuole sostenere Draghi, si riparta dalla maggioranza parlamentare che ha fatto nascere questo governo assumendosi in trasparenza le responsabilità davanti al Paese”.
Ma per Di Maio, “se Conte ritira i ministri dal governo Draghi di fatto si va allo scioglimento delle Camere, non ci sarà nessuna possibilità di mandare avanti il governo. Io lo voglio dire ai cittadini molto chiaramente: questa crisi avrà effetti pesanti”.
L’apertura di Lega e FI a un governo Draghi bis M5S-free scatena non pochi mal di pancia nel centrodestra, perché l’alleato FdI, all’opposizione, vuole il voto anticipato. “Le elezioni non sono come le cavallette d’Egitto”, ha fatto presente, per poi dire basta vertici a “casa Berlusconi”. “Dobbiamo vederci in una sede istituzionale”. Così Giorgia ha chiesto agli alleati Salvini e Berlusconi di fare i prossimi summit di centrodestra non più ad Arcore, a “Villa Grande” a Roma o a Villa La Certosa. Proprio ieri si era diffusa la voce che Lega e FI, insieme all’Udc, stessero pensando a una riunione sulla crisi del governo Draghi da tenersi nella maxi villa del Cav in Sardegna, lunedì prossimo. Ma la leader di FdI ha risposto indirettamente a questa indiscrezione rilanciata dall’Adnkronos, suggerendo ai partner della coalizione di cambiare location d’ora in poi, soprattutto in prospettiva di elezioni anticipate. La Meloni ha chiesto inoltre che i prossimi incontri siano più operativi e concreti a livello decisionale: “Se – come è possibile- si dovesse andare a votare il prossimo ottobre non avremmo tempo da perdere in riunioni più conviviali che operative. Credo che le riunioni debbano essere il più possibile operative”.
Ma vediamo intanto quali sono i prossimi passaggi della crisi. La conferenza dei capigruppo della Camera è convocata lunedì 18 luglio, alle ore 12, presso la Sala della Regina. All’ordine del giorno le comunicazioni del presidente. Mentre la conferenza dei capigruppo del Senato si terrà martedì 19 alle 15.30.Il presidente del Consiglio terrà le comunicazioni sulla crisi di governo mercoledì mattina, 20 luglio, in Senato e successivamente, nel pomeriggio, dovrebbe rivolgersi all’assemblea della Camera.
Il punto però è cosa vuole fare SuperMario. Fonti a lui vicine confermano che non ha alcuna intenzione di fare passi indietro. C’è dunque il rischio che dopo il congelamento della crisi di Mattarella, che ha respinto le dimissioni, queste mercoledì diventino irrevocabili. A quel punto esistono due scenari possibili: un governo con un altro premier e un’altra maggioranza che porti a compimento la legislatura oppure il capo dello Stato obtorto collo dovrà sciogliere le Camere e mandare tutti al voto, probabilmente in autunno. Oppure, e magari Mattarella se costretto la riterrebbe la soluzione migliore, chiedere a Draghi di portare il Paese alle urne. Certo è che in un momento del genere, con la pandemia, la guerra e la crisi economica, non è proprio il massimo.

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