Fidati di Mes

 

Da spauracchio a imprescindibile moneta di scambio, con l’Europa, per la ristrutturazione del Pnrr. Il governo Meloni potrebbe avviarsi sulla strada della ratifica (e non dell’accesso) al Meccanismo europeo di stabilità, altrimenti noto come Mes. Tre lettere per un acronimo denso di significati politici, oltre che economici. La critica al Mes, difatti, ha rappresentato un caposaldo della critica stessa all’Ue che, negli anni, ha caratterizzato la proposta politica della destra che, più volte, ha puntato il dito contro le procedure fin troppo asfissianti previste dal meccanismo, viste all’opera, per esempio, in Grecia. Una performance devastante che è rimasta tanto impressa negli occhi e nei cuori degli europei da aver sconsigliato, a tutti gli Stati Ue, di accedervi anche durante le fasi più gravi della pandemia e della crisi energetica.

DECIDE IL PARLAMENTO

Il nuovo direttore del Mes, il lussemburghese Pierre Gramegna, ha riferito, in conferenza stampa, di aver avuto “incontri costruttivi con il ministro delle Finanze e con la presidente del consiglio, con buoni scambi di vedute”. Giorgetti e Meloni, dunque, avrebbero lasciato (almeno) socchiusa la porta. In cambio dei “correttivi” chiesti a gran voce dalla premier e “confermati” ieri dal ministro alla salute Orazio Schillaci durante l’audizione alla commissione Affari Sociali della Camera: “Nel corso di un recente incontro con i vertici del Meccanismo europeo di stabilità a Palazzo Chigi, il presidente del consiglio dei ministri ha anticipato la possibilità di avviare verifiche insieme con gli altri Stati aderenti al Mes al fine di possibili correttivi per rendere strumenti effettivamente capaci di rispondere alle esigenze delle economie dei diversi Stati”. Schillaci, ai deputati, ha spiegato di non poter fare altro “che rinviare ogni ulteriore valutazione all`esito di tali approfondimenti e al conseguente dibattito parlamentare”. Già, perché sarà l’Aula a dover decidere sul Mes. Attualmente, insieme all’Italia, solo la Germania (e la Croazia, appena entrata nell’eurozona) non ha ancora ratificato il Meccanismo europeo di stabilità.

RATIFICA MAI ACCESSO

Tra gli sponsor del Mes c’è Giulio Tremonti, ex ministro all’Economia e ascoltatissimo consigliere sulle faccende economiche e internazionali: “Se dici no a priori al Mes perché può essere Frankenstein e lo è stato, non è la via costruttiva; se dici voglio che si faccia un vero ragionamento su industria e società europea credo sia la via giusta”. C’è anche Gianfranco Fini, ex dominus di Alleanza Nazionale, secondo cui il Mes “sarà ratificato, non può che essere così, se non va bene nessuno ti obbliga a chiedere quel denaro”. E difatti, la battaglia sarà proprio questa. Meloni, nelle scorse settimane, ha “giurato col sangue” che “finché ci sarò io, e conterò qualcosa, l’Italia non accederà al Mes”. Parole tonitruanti e definitive che non escludono la ratifica, che è aspetto diverso dall’accesso ai fondi.

AIUTI DI (QUALE) STATO?

Mentre Bruxelles attende “con rispetto” i tempi del parlamento italiano sulla ratifica Mes, mentre si alzano voci ipercritiche dalla maggioranza (il leghista Borghi ha già fatto sapere di non avere la minima intenzione di voler votare sì a un’eventuale proposta), il tema dei temi diventa quello della normativa Ue sugli aiuti di Stato adesso che occorre una risposta comune all’assalto Usa dell’Ira. Il falco per antonomasia della commissione, Valdis Dombrovskis, ha avvisato tutti: “Ci sono discussioni, parliamo di aggiustamenti mirati e non di cambiare la logia del quadro delle regole sugli aiuti di Stato. La risposta deve puntare sui punti di forza del mercato unico”. Nessun liberi tutti. Una posizione che trova d’accordo il ministro Giorgetti: “Come Italia vorremmo sottolineare che il semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non è una soluzione perché sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio, aggravando così le divergenze economiche all’interno dell’Unione e conseguente frammentazione del mercato interno”. In pratica, se l’anno scorso Germania e Francia hanno aiutato le loro imprese (con l’attuale regime più restrittivo) per poco meno dell’80% (rispettivamente 49 e 29 per cento) di 540 miliardi di euro, con le nuove norme si potrebbe innescare una competizione capace di disintegrare il mercato unico. Anche perché, nella classifica degli aiuti di Stato l’Italia è poco sopra la piccola Danimarca (4,75% contro il 4,5%).
GLI USA, I SUSSIDI E NOI
Il commissario Paolo Gentiloni ha spiegato: “Serve rivedere le regole sugli aiuti di Stato, senza rovinare il modello europeo, ma servono anche fondi comuni. Perché la dimensione deve essere europea per rafforzare la nostra competitività: non possiamo reagire solo a livello nazionale”. Per Gentiloni un altro tema è quello del rapporto con gli Stati Uniti: “Non si tratta di una guerra di sussidi contro altri Paesi o gli Usa, ma della competitività dell’Europa. Abbiamo una partnership molto buona con gli Usa, forse una delle migliori degli ultimi decenni. Nello stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che questa ha conseguenze per l’economia dell’Europa dobbiamo sostenere la nostra competitività e non avviare una guerra di sussidi”.

 

Da spauracchio a imprescindibile moneta di scambio, con l’Europa, per la ristrutturazione del Pnrr. Il governo Meloni potrebbe avviarsi sulla strada della ratifica (e non dell’accesso) al Meccanismo europeo di stabilità, altrimenti noto come Mes. Tre lettere per un acronimo denso di significati politici, oltre che economici. La critica al Mes, difatti, ha rappresentato un caposaldo della critica stessa all’Ue che, negli anni, ha caratterizzato la proposta politica della destra che, più volte, ha puntato il dito contro le procedure fin troppo asfissianti previste dal meccanismo, viste all’opera, per esempio, in Grecia. Una performance devastante che è rimasta tanto impressa negli occhi e nei cuori degli europei da aver sconsigliato, a tutti gli Stati Ue, di accedervi anche durante le fasi più gravi della pandemia e della crisi energetica.

DECIDE IL PARLAMENTO

Il nuovo direttore del Mes, il lussemburghese Pierre Gramegna, ha riferito, in conferenza stampa, di aver avuto “incontri costruttivi con il ministro delle Finanze e con la presidente del consiglio, con buoni scambi di vedute”. Giorgetti e Meloni, dunque, avrebbero lasciato (almeno) socchiusa la porta. In cambio dei “correttivi” chiesti a gran voce dalla premier e “confermati” ieri dal ministro alla salute Orazio Schillaci durante l’audizione alla commissione Affari Sociali della Camera: “Nel corso di un recente incontro con i vertici del Meccanismo europeo di stabilità a Palazzo Chigi, il presidente del consiglio dei ministri ha anticipato la possibilità di avviare verifiche insieme con gli altri Stati aderenti al Mes al fine di possibili correttivi per rendere strumenti effettivamente capaci di rispondere alle esigenze delle economie dei diversi Stati”. Schillaci, ai deputati, ha spiegato di non poter fare altro “che rinviare ogni ulteriore valutazione all`esito di tali approfondimenti e al conseguente dibattito parlamentare”. Già, perché sarà l’Aula a dover decidere sul Mes. Attualmente, insieme all’Italia, solo la Germania (e la Croazia, appena entrata nell’eurozona) non ha ancora ratificato il Meccanismo europeo di stabilità.

RATIFICA MAI ACCESSO

Tra gli sponsor del Mes c’è Giulio Tremonti, ex ministro all’Economia e ascoltatissimo consigliere sulle faccende economiche e internazionali: “Se dici no a priori al Mes perché può essere Frankenstein e lo è stato, non è la via costruttiva; se dici voglio che si faccia un vero ragionamento su industria e società europea credo sia la via giusta”. C’è anche Gianfranco Fini, ex dominus di Alleanza Nazionale, secondo cui il Mes “sarà ratificato, non può che essere così, se non va bene nessuno ti obbliga a chiedere quel denaro”. E difatti, la battaglia sarà proprio questa. Meloni, nelle scorse settimane, ha “giurato col sangue” che “finché ci sarò io, e conterò qualcosa, l’Italia non accederà al Mes”. Parole tonitruanti e definitive che non escludono la ratifica, che è aspetto diverso dall’accesso ai fondi.

AIUTI DI (QUALE) STATO?

Mentre Bruxelles attende “con rispetto” i tempi del parlamento italiano sulla ratifica Mes, mentre si alzano voci ipercritiche dalla maggioranza (il leghista Borghi ha già fatto sapere di non avere la minima intenzione di voler votare sì a un’eventuale proposta), il tema dei temi diventa quello della normativa Ue sugli aiuti di Stato adesso che occorre una risposta comune all’assalto Usa dell’Ira. Il falco per antonomasia della commissione, Valdis Dombrovskis, ha avvisato tutti: “Ci sono discussioni, parliamo di aggiustamenti mirati e non di cambiare la logia del quadro delle regole sugli aiuti di Stato. La risposta deve puntare sui punti di forza del mercato unico”. Nessun liberi tutti. Una posizione che trova d’accordo il ministro Giorgetti: “Come Italia vorremmo sottolineare che il semplice allentamento delle regole degli aiuti di Stato non è una soluzione perché sarebbe sproporzionato avvantaggiare gli Stati membri che godono di un margine di bilancio più ampio, aggravando così le divergenze economiche all’interno dell’Unione e conseguente frammentazione del mercato interno”. In pratica, se l’anno scorso Germania e Francia hanno aiutato le loro imprese (con l’attuale regime più restrittivo) per poco meno dell’80% (rispettivamente 49 e 29 per cento) di 540 miliardi di euro, con le nuove norme si potrebbe innescare una competizione capace di disintegrare il mercato unico. Anche perché, nella classifica degli aiuti di Stato l’Italia è poco sopra la piccola Danimarca (4,75% contro il 4,5%).
GLI USA, I SUSSIDI E NOI
Il commissario Paolo Gentiloni ha spiegato: “Serve rivedere le regole sugli aiuti di Stato, senza rovinare il modello europeo, ma servono anche fondi comuni. Perché la dimensione deve essere europea per rafforzare la nostra competitività: non possiamo reagire solo a livello nazionale”. Per Gentiloni un altro tema è quello del rapporto con gli Stati Uniti: “Non si tratta di una guerra di sussidi contro altri Paesi o gli Usa, ma della competitività dell’Europa. Abbiamo una partnership molto buona con gli Usa, forse una delle migliori degli ultimi decenni. Nello stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli che questa ha conseguenze per l’economia dell’Europa dobbiamo sostenere la nostra competitività e non avviare una guerra di sussidi”.
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