Fiji sommerse

Le Fiji stanno finendo sott’acqua. Il riscaldamento globale e i vari cicloni, da anni ormai flagellano questo vasto arcipelago dell’Oceano Pacifico compromettendone solidità e futuro.

La situazione è grave. Talmente grave che negli ultimi quattro anni, una speciale task force governativa ha cercato di capire come spostare l’intero paese altrove. Il piano escogitato si articola all’interno di un documento di ben 130 pagine, tra grafici e linee temporali dettagliate. Si chiama “Standard Operating Procedures for Planned Relocations” ed è un unicum nel suo genere, il piano più completo mai concepito per affrontare una delle conseguenze principali della crisi climatica: come trasferire le comunità le cui abitazioni saranno presto, o sono già, sommerse dal mare.

Non solo Fiji, è la maggior parte del Pacifico ad essere fortemente suscettibile agli impatti della crisi ambientale. Le temperature in superficie e il calore delle acque in alcune zone del Pacifico sud-occidentale stanno aumentando tre volte più velocemente del tasso medio globale. Questo significa un’inarrestabile innalzamento delle acque e violenti cicloni che si abbattono regolarmente sulle regioni circostanti. Negli ultimi anni è stato un susseguirsi di disastri naturali: nel 2016 è arrivato il ciclone Winston che ha ucciso 44 persone e causato 1,4 miliardi di dollari di danni, un terzo del Pil del Paese. Da allora, altri sei di questi fenomeni atmosferici hanno attraversato l’arcipelago.Sono anni che politici e scienziati fanno riferimento alla prospettiva della migrazione climatica. Nelle Fiji, e in gran parte del Pacifico, questa migrazione è già iniziata. In questa zona del mondo la domanda non è più se le comunità saranno costrette a spostarsi, ma come dovranno e potranno farlo esattamente. E la strategia concreta per rispondere a questa necessità non ha precedenti nella Storia. “Nessun altro paese, per quanto ne so, ha progredito così tanto nel suo pensiero su come prendere decisioni di ricollocazione pianificate a livello nazionale”, ha detto al Guardian Erica Bower, esperta di trasferimenti pianificati, che ha lavorato con le Nazioni Unite e il governo delle Fiji. “Queste sono domande che tanti governi in tutto il mondo si porranno nei prossimi 10, 20 anni, 50 anni”. Attualmente, 42 villaggi sono stati destinati a un potenziale trasferimento nei prossimi anni, mentre sei sono già stati spostati. Il primo in assoluto fu Vunidogoloa, un villaggio di circa 140 persone a Vanua Levu, la seconda isola più grande del paese. L’idea di spostare l’intero villaggio era stata discussa fin dagli anni ’50, quando il livello del mare iniziò a salire, ma è stata presa sul serio solo intorno al 2004. Due anni dopo, la comunità si è rivolta al Governo provinciale e ha chiesto assistenza per il trasloco, ultima “spiaggia” ai fini della sopravvivenza. Il villaggio infatti, aveva costruito dighe e protezioni via via divenute inutili; si era adattato fino a quando non poteva più adattarsi. Dal 2006, ci sono voluti quasi dieci anni per preparare il nuovo sito – circa un miglio nell’entroterra e più in alto – ad accogliere la comunità. Oggi Vunidogoloa è una città fantasma. Ci sono una ventina di case abbandonate ancora in piedi, la vegetazione ricopre qualsiasi cosa e dove prima c’era una radura erbosa ora c’è la palude. Il territorio delle Fiji è prevalentemente montuoso e dunque far muovere un villaggio non è affatto semplice. Ha detto Satyendra Prasad, ambasciatore delle Fiji alle Nazioni Unite: “Non si tratta solo di tirare fuori 30 o 40 case in un villaggio e spostarle più in alto. Vorrei che fosse così semplice. Insieme alle case vanno spostate scuole, centri sanitari, strade, elettricità, acqua, infrastrutture, chiese”. Questo infatti è uno degli aspetti più sottovalutati e allo stesso tempo complessi: per molte persone del Pacifico, i luoghi di sepoltura rimangono il più grande ostacolo al trasferimento. Le persone più difficili da spostare sono i defunti. Quando si trasferiscono, gli abitanti del villaggio devono scegliere se lasciarsi alle spalle le ossa degli antenati o riesumarli e portarli nel nuovo sito. Entrambe le scelte sono profondamente traumatiche. Per trasferirsi, una comunità ha idealmente bisogno di due cose: la terra e le risorse. Vunidogoloa è stato fortunato: gli abitanti non hanno dovuto negoziare con un clan vicino o con il governo per la terra in cui trasferirsi. Possedevano già terreni, all’interno dei confini del clan, che erano ritenuti sicuri per la costruzione di un nuovo centro abitato. Nell’articolatissimo piano, ci sono diversi livelli, diversi passaggi necessari ai fini della rilocazione. Se la terra è di proprietà indigena, allora la richiesta di trasferimento va al consiglio consultivo distrettuale. Se non lo è, la richiesta va al Ministero degli alloggi e dello sviluppo comunitario. Se la comunità è giudicata a rischio di terremoti o frane, la valutazione del rischio del terreno dovrebbe essere effettuata dal Dipartimento delle risorse minerarie. Se il rischio sono i cicloni, allora è competenza dell’Ufficio meteorologico. Le procedure operative standard (Sop) hanno subito innumerevoli riformulazioni dalla fine del 2020, quando è stato lanciato il Draft Zero – una sorta di canovaccio. Il Draft Zero è stato il risultato di ampie discussioni tra un consulente del Giz, la principale agenzia di sviluppo del governo tedesco, il partner internazionale che coordina le consultazioni Sop e il governo delle Fiji. Dopo due anni di ulteriori consultazioni e discussioni, il piano è stato modificato soprattutto alla luce delle lezioni imparate sul campo.
Adesso, il documento sulle procedure operative standard è nelle fasi finali della consultazione e presto andrà davanti al gabinetto delle Fiji per l’approvazione.

Le Fiji stanno finendo sott’acqua. Il riscaldamento globale e i vari cicloni, da anni ormai flagellano questo vasto arcipelago dell’Oceano Pacifico compromettendone solidità e futuro.

La situazione è grave. Talmente grave che negli ultimi quattro anni, una speciale task force governativa ha cercato di capire come spostare l’intero paese altrove. Il piano escogitato si articola all’interno di un documento di ben 130 pagine, tra grafici e linee temporali dettagliate. Si chiama “Standard Operating Procedures for Planned Relocations” ed è un unicum nel suo genere, il piano più completo mai concepito per affrontare una delle conseguenze principali della crisi climatica: come trasferire le comunità le cui abitazioni saranno presto, o sono già, sommerse dal mare.

Non solo Fiji, è la maggior parte del Pacifico ad essere fortemente suscettibile agli impatti della crisi ambientale. Le temperature in superficie e il calore delle acque in alcune zone del Pacifico sud-occidentale stanno aumentando tre volte più velocemente del tasso medio globale. Questo significa un’inarrestabile innalzamento delle acque e violenti cicloni che si abbattono regolarmente sulle regioni circostanti. Negli ultimi anni è stato un susseguirsi di disastri naturali: nel 2016 è arrivato il ciclone Winston che ha ucciso 44 persone e causato 1,4 miliardi di dollari di danni, un terzo del Pil del Paese. Da allora, altri sei di questi fenomeni atmosferici hanno attraversato l’arcipelago.Sono anni che politici e scienziati fanno riferimento alla prospettiva della migrazione climatica. Nelle Fiji, e in gran parte del Pacifico, questa migrazione è già iniziata. In questa zona del mondo la domanda non è più se le comunità saranno costrette a spostarsi, ma come dovranno e potranno farlo esattamente. E la strategia concreta per rispondere a questa necessità non ha precedenti nella Storia. “Nessun altro paese, per quanto ne so, ha progredito così tanto nel suo pensiero su come prendere decisioni di ricollocazione pianificate a livello nazionale”, ha detto al Guardian Erica Bower, esperta di trasferimenti pianificati, che ha lavorato con le Nazioni Unite e il governo delle Fiji. “Queste sono domande che tanti governi in tutto il mondo si porranno nei prossimi 10, 20 anni, 50 anni”. Attualmente, 42 villaggi sono stati destinati a un potenziale trasferimento nei prossimi anni, mentre sei sono già stati spostati. Il primo in assoluto fu Vunidogoloa, un villaggio di circa 140 persone a Vanua Levu, la seconda isola più grande del paese. L’idea di spostare l’intero villaggio era stata discussa fin dagli anni ’50, quando il livello del mare iniziò a salire, ma è stata presa sul serio solo intorno al 2004. Due anni dopo, la comunità si è rivolta al Governo provinciale e ha chiesto assistenza per il trasloco, ultima “spiaggia” ai fini della sopravvivenza. Il villaggio infatti, aveva costruito dighe e protezioni via via divenute inutili; si era adattato fino a quando non poteva più adattarsi. Dal 2006, ci sono voluti quasi dieci anni per preparare il nuovo sito – circa un miglio nell’entroterra e più in alto – ad accogliere la comunità. Oggi Vunidogoloa è una città fantasma. Ci sono una ventina di case abbandonate ancora in piedi, la vegetazione ricopre qualsiasi cosa e dove prima c’era una radura erbosa ora c’è la palude. Il territorio delle Fiji è prevalentemente montuoso e dunque far muovere un villaggio non è affatto semplice. Ha detto Satyendra Prasad, ambasciatore delle Fiji alle Nazioni Unite: “Non si tratta solo di tirare fuori 30 o 40 case in un villaggio e spostarle più in alto. Vorrei che fosse così semplice. Insieme alle case vanno spostate scuole, centri sanitari, strade, elettricità, acqua, infrastrutture, chiese”. Questo infatti è uno degli aspetti più sottovalutati e allo stesso tempo complessi: per molte persone del Pacifico, i luoghi di sepoltura rimangono il più grande ostacolo al trasferimento. Le persone più difficili da spostare sono i defunti. Quando si trasferiscono, gli abitanti del villaggio devono scegliere se lasciarsi alle spalle le ossa degli antenati o riesumarli e portarli nel nuovo sito. Entrambe le scelte sono profondamente traumatiche. Per trasferirsi, una comunità ha idealmente bisogno di due cose: la terra e le risorse. Vunidogoloa è stato fortunato: gli abitanti non hanno dovuto negoziare con un clan vicino o con il governo per la terra in cui trasferirsi. Possedevano già terreni, all’interno dei confini del clan, che erano ritenuti sicuri per la costruzione di un nuovo centro abitato. Nell’articolatissimo piano, ci sono diversi livelli, diversi passaggi necessari ai fini della rilocazione. Se la terra è di proprietà indigena, allora la richiesta di trasferimento va al consiglio consultivo distrettuale. Se non lo è, la richiesta va al Ministero degli alloggi e dello sviluppo comunitario. Se la comunità è giudicata a rischio di terremoti o frane, la valutazione del rischio del terreno dovrebbe essere effettuata dal Dipartimento delle risorse minerarie. Se il rischio sono i cicloni, allora è competenza dell’Ufficio meteorologico. Le procedure operative standard (Sop) hanno subito innumerevoli riformulazioni dalla fine del 2020, quando è stato lanciato il Draft Zero – una sorta di canovaccio. Il Draft Zero è stato il risultato di ampie discussioni tra un consulente del Giz, la principale agenzia di sviluppo del governo tedesco, il partner internazionale che coordina le consultazioni Sop e il governo delle Fiji. Dopo due anni di ulteriori consultazioni e discussioni, il piano è stato modificato soprattutto alla luce delle lezioni imparate sul campo.
Adesso, il documento sulle procedure operative standard è nelle fasi finali della consultazione e presto andrà davanti al gabinetto delle Fiji per l’approvazione.

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