FORFAIT CINA: che clima di M.

Entra nel vivo la conferenza sulla lotta al surriscaldamento globale che rischia di passare alla storia come la più inutile di sempre. Peggio, persino, di quella di Glasgow dove, dopo giorni e giorni passati in mondovisione a maledire il carbone, Cina e India imposero alle Nazioni Unite, nella dichiarazione finale, di cambiare “phase”, per la precisione da out (abbandono) a down (diminuzione), sull’utilizzo di combustibili fossili. Sharm El Sheik, in questa stagione, si rivela deliziosa. Ma le bellezze della perla del Mar Rosso non bastano a convincere Xi Jinping e Narendra Modri a schiodarsi da Pechino e New Delhi. Che la Russia non partecipasse era scontato. L’assenza di Cina e India, due tra i Paesi maggiormente industrializzati e “inquinatori” del Pianeta, rende praticamente vano lo sforzo magniloquente dei capi di Stato e di governo riunitisi in Egitto a parlare di ambiente per la Cop 27.

“Moriremo tutti”

Senza cinesi e indiani, i toni degli interventi si sono fatti più duri. Più intransigenti. Il trionfo del pensiero apocalittico. Il segretario generale Onu Antonio Guterres ha parlato del rischio di un “suicidio collettivo” se non si farà nulla. “O si arriva a un patto di solidarietà per il clima o si ha un patto di suicidio collettivo”, ha tuonato in una sala gremita, in cui mancavano solo quei Paesi a cui si rivolgevano le sue parole plumbee. Patto, la parola d’ordine per Guterres, “in cui tutti i paesi fanno uno sforzo in più per ridurre le emissioni in questo decennio in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi. Un patto in cui i paesi più ricchi e le istituzioni finanziarie internazionali forniscono assistenza finanziaria e tecnica per aiutare le economie emergenti ad accelerare la propria transizione alle energie rinnovabili”. Insomma, la stessa ricetta istituzionale perorata già da tempo. Ma questa volta c’è una variabile in più. Il palese disinteresse di alcune potenze economiche mondiali. Che avrà delle ripercussioni.

La vendetta dell’Onu?

Infatti a proposito di patti e di accordi, Guterres, in assenza di cinesi, russi e indiani (a cui saranno fischiate le orecchie), ha affermato che si deve sottoscrivere “un patto per mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili e dalla costruzione di centrali a carbone, eliminando gradualmente il carbone nei paesi dell’Ocse entro il 2030 e ovunque entro il 2040”. Le sue parole non saranno piaciute moltissimo ai (non citati) destinatari. Mosca e Pechino, infatti, si erano impegnate a completare la transizione entro il 2060 mentre l’India aveva ottenuto, addirittura, di poter chiudere la faccenda entro il 2070. In teoria, le parole del segretario generale dell’Onu rimettono in discussione gli accordi già stabiliti ormai da tempo. Uno “strappo” istituzionale che, per Guterres, è giustificato da una cornice da fine del mondo incombente: “Siamo su un’autostrada verso l’inferno climatico con il piede premuto sull’acceleratore”. E dunque: “Stiamo perdendo. Le emissioni di gas serra continuano a crescere, il nostro pianeta si avvicina a punti critici che renderanno il caos climatico irreversibile”. Dunque il segretario Onu ha pronunciato parole definitive che suonano come un’accusa, più che sanguinosa, agli Stati che hanno snobbato la conferenza di Sharm El Sheik: “E’ la questione determinante della nostra epoca, metterla in secondo piano sarebbe inaccettabile, oltraggioso e controproducente”.

“L’Europa ha già pagato”

Se Guterres è disperante, Emmanuel Macron ha le idee più chiare. E, quantomeno, richiama gli Stati alle proprie responsabilità. Il presidente francese ha messo sul banco degli imputati Cina e Stati Uniti. E, per la prima volta da quando si è iniziato a celebrare il rito delle Conferenze sul clima, ha richiamato alla responsabilità i Paesi che inquinano di più e meno fanno per limitare le loro emissioni. Macron ha affermato: “Abbiamo bisogno che gli Usa e la Cina accelerino. Gli europei stanno pagando, siamo gli unici a pagare. Bisogna fare pressione sui Paesi ricchi non europei dicendo loro ‘dovete pagare la vostra parte’”. Gli europei hanno già pagato, ha detto Macron, quasi a rispondere alle parole del presidente dell’Unione africana, il senegale Macky Sall, secondo cui i Paesi che più inquinano devono pagare di più. Macron, evidentemente, aveva ancora nella mente le parole dell’ex ministro Bruno Le Maire. Che, al Corsera, ha spiegato. “Ormai l’Ue rappresenta il 17% dell’economia mondiale, nel 1990 era al 25%. Anche la Cina oggi rappresenta il 17% ma nel ’90 era al 3%. Il rischio reale per l’Europa è di restare indietro dal punto di vista tecnologico, industriale ed economico, lasciando campo libero a Usa e Pechino”. Che da Parigi sia arrivato un primo, importante, segnale per un cambio di passo in Europa?

Entra nel vivo la conferenza sulla lotta al surriscaldamento globale che rischia di passare alla storia come la più inutile di sempre. Peggio, persino, di quella di Glasgow dove, dopo giorni e giorni passati in mondovisione a maledire il carbone, Cina e India imposero alle Nazioni Unite, nella dichiarazione finale, di cambiare “phase”, per la precisione da out (abbandono) a down (diminuzione), sull’utilizzo di combustibili fossili. Sharm El Sheik, in questa stagione, si rivela deliziosa. Ma le bellezze della perla del Mar Rosso non bastano a convincere Xi Jinping e Narendra Modri a schiodarsi da Pechino e New Delhi. Che la Russia non partecipasse era scontato. L’assenza di Cina e India, due tra i Paesi maggiormente industrializzati e “inquinatori” del Pianeta, rende praticamente vano lo sforzo magniloquente dei capi di Stato e di governo riunitisi in Egitto a parlare di ambiente per la Cop 27.

“Moriremo tutti”

Senza cinesi e indiani, i toni degli interventi si sono fatti più duri. Più intransigenti. Il trionfo del pensiero apocalittico. Il segretario generale Onu Antonio Guterres ha parlato del rischio di un “suicidio collettivo” se non si farà nulla. “O si arriva a un patto di solidarietà per il clima o si ha un patto di suicidio collettivo”, ha tuonato in una sala gremita, in cui mancavano solo quei Paesi a cui si rivolgevano le sue parole plumbee. Patto, la parola d’ordine per Guterres, “in cui tutti i paesi fanno uno sforzo in più per ridurre le emissioni in questo decennio in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi. Un patto in cui i paesi più ricchi e le istituzioni finanziarie internazionali forniscono assistenza finanziaria e tecnica per aiutare le economie emergenti ad accelerare la propria transizione alle energie rinnovabili”. Insomma, la stessa ricetta istituzionale perorata già da tempo. Ma questa volta c’è una variabile in più. Il palese disinteresse di alcune potenze economiche mondiali. Che avrà delle ripercussioni.

La vendetta dell’Onu?

Infatti a proposito di patti e di accordi, Guterres, in assenza di cinesi, russi e indiani (a cui saranno fischiate le orecchie), ha affermato che si deve sottoscrivere “un patto per mettere fine alla dipendenza dai combustibili fossili e dalla costruzione di centrali a carbone, eliminando gradualmente il carbone nei paesi dell’Ocse entro il 2030 e ovunque entro il 2040”. Le sue parole non saranno piaciute moltissimo ai (non citati) destinatari. Mosca e Pechino, infatti, si erano impegnate a completare la transizione entro il 2060 mentre l’India aveva ottenuto, addirittura, di poter chiudere la faccenda entro il 2070. In teoria, le parole del segretario generale dell’Onu rimettono in discussione gli accordi già stabiliti ormai da tempo. Uno “strappo” istituzionale che, per Guterres, è giustificato da una cornice da fine del mondo incombente: “Siamo su un’autostrada verso l’inferno climatico con il piede premuto sull’acceleratore”. E dunque: “Stiamo perdendo. Le emissioni di gas serra continuano a crescere, il nostro pianeta si avvicina a punti critici che renderanno il caos climatico irreversibile”. Dunque il segretario Onu ha pronunciato parole definitive che suonano come un’accusa, più che sanguinosa, agli Stati che hanno snobbato la conferenza di Sharm El Sheik: “E’ la questione determinante della nostra epoca, metterla in secondo piano sarebbe inaccettabile, oltraggioso e controproducente”.

“L’Europa ha già pagato”

Se Guterres è disperante, Emmanuel Macron ha le idee più chiare. E, quantomeno, richiama gli Stati alle proprie responsabilità. Il presidente francese ha messo sul banco degli imputati Cina e Stati Uniti. E, per la prima volta da quando si è iniziato a celebrare il rito delle Conferenze sul clima, ha richiamato alla responsabilità i Paesi che inquinano di più e meno fanno per limitare le loro emissioni. Macron ha affermato: “Abbiamo bisogno che gli Usa e la Cina accelerino. Gli europei stanno pagando, siamo gli unici a pagare. Bisogna fare pressione sui Paesi ricchi non europei dicendo loro ‘dovete pagare la vostra parte’”. Gli europei hanno già pagato, ha detto Macron, quasi a rispondere alle parole del presidente dell’Unione africana, il senegale Macky Sall, secondo cui i Paesi che più inquinano devono pagare di più. Macron, evidentemente, aveva ancora nella mente le parole dell’ex ministro Bruno Le Maire. Che, al Corsera, ha spiegato. “Ormai l’Ue rappresenta il 17% dell’economia mondiale, nel 1990 era al 25%. Anche la Cina oggi rappresenta il 17% ma nel ’90 era al 3%. Il rischio reale per l’Europa è di restare indietro dal punto di vista tecnologico, industriale ed economico, lasciando campo libero a Usa e Pechino”. Che da Parigi sia arrivato un primo, importante, segnale per un cambio di passo in Europa?

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