Forza Donne

Il Senato ha approvato all’unanimità – con 139 voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto – l’istituzione di una Commissione bicamerale di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Affinché la commissione inizi a lavorare si attende il via libera dalla Camera.
Abbiamo ascoltato in merito la Senatrice del Pd Valeria Valente, presidentessa della precedente commissione monocamerale (istituita nella scorsa legislatura) che ha sottolineato come la bicamerale sia un bel salto di qualità, visto che “finora aveva indagato solo il Senato dalla XVII legislatura, ma è importante coinvolgere tutto il Parlamento”.

Qual è la situazione nella politica di oggi rispetto alle donne e alla lotta alla violenza di genere?
Nella politica c’è abbastanza unanimità, in Senato, nelle varie forze politiche. Apprezzo molto il fatto che la Meloni abbia presenziato alla presentazione di oggi, è un segnale incoraggiante. Tuttavia, se dovessi entrare nel merito delle scelte della Premier già da questa legge di bilancio, mi restano più di una preoccupazione. Partendo, ad esempio, dal tema del quoziente familiare, mi sembra una scelta che va contro l’autonomia e la libertà delle donne. Affrontare il tema della natalità è sicuramente giusto e necessario, ma affrontarlo pensando di tenere le donne più a casa che a lavoro è sbagliato.

Che cosa si può fare, concretamente, per ridurre il gender gap lavorativo?
Bisogna favorire il riconoscimento delle competenze e del talento delle donne; costruire un’infrastruttura sociale che consenta alle donne di vivere insieme maternità e affermazione professionale. Difendere la libertà femminile di scegliere se avere o meno figli e anche quando averli, senza dover pagare un prezzo alto nella propria vita.

Oggi la maternità rappresenta un ostacolo all’affermazione lavorativa di una donna…
Non solo, anche non volendo dei figli le disparità salariali sono troppe e troppo alte. I modelli del mondo del lavoro sono costruiti a misura d’uomo. E’ questo che va combattuto, ma per combattere una dinamica c’è bisogno di vederla, leggerla, riconoscerla. Mi chiedo se per questo Governo sia così. Per esempio, la scelta del liguaggio: sessuare i nomi, gli aggettivi, i pronomi non è una questione di lana caprina. Sessuare il linguaggio significa rendere visibile una differenza che esiste, se non leggiamo questa differenza possiamo addirittura pensare che l’organizzazione nel mondo del lavoro sia neutra, e che noi dobbiamo semplicemente provare a stare dentro a quei modelli organizzativi.

Stiamo parlando di modelli neutri?
Assolutamente no, sono a misura maschile, e vanno scardinati, capovolti, ricostruiti. A misura di donne e di uomini. E’ importante riconoscere la differenza e per riconoscerla bisogna anche verbalizzarla.

Rispetto alla problematica della violenza sulle donne, secondo lei la Pm, come si pone, si è espressa in maniera sufficiente?
Finora si è espressa poco, ma mi sembra che almeno ci sia la consapevolezza di dover affrontare non solo il piano repressivo e punitivo o la certezza della pena. Sono strumenti importanti, necessari ma non bastano.

Quale la priorità?
Una battaglia di carattere culturale, che abbatta stereotipi e pregiudizi, che intacchi quella sperequazione nella relazione di potere che resiste tra uomini e donne. Che se ne faccia carico per cambiarla. Mi pare ci sia un impegno a dare seguito alla nostra legge sulle statistiche, ad aumentare i fondi ai centri antiviolenza e alla rete antiviolenza tutta.

Come si sta muovendo la premier Meloni?
Nella direzione giusta, anche se le e parole in merito sono ancora troppo poche. Ce ne devono essere di più, ma soprattutto vanno sostenuti i processi di emancipazione, di libertà. Se guardo all’insieme della manovra, al tema quoziente familiare piuttosto che all’idea anti-congedi, il problema mi sembra evidente. Invece di riequilibrare le responsabilità familiari, si aumentano i congedi per le mamme; invece vanno aumentati i congedi parentali intesi come per madri e padri.

La donna non è più l’angelo del focolare, protagonista della sfera privata così come l’uomo non è più il protagonista assoluto della sfera pubblica…
I primi segnali su questo sono preoccupanti, il governo è portatore di una visione che non aiuta a scardinare i modelli sociali che sono alla base della violenza, dietro alle dinamiche di potere. Quello proposto non è un modello di società che aiuta a scardinare i presupposti della violenza maschile sulle donne. Diciamo sempre che la violenza non è frutto di un raptus, non è un’emergenza, ma è legata ai modelli strutturali e sociali, è un fenomeno strutturale. Per aggredirla dovremmo creare nuovi modelli, ruoli fuori da stereotipi e da pregiudizi. In questo senso le prime scelte a partire da quello che vedo dalla manovra e dalla legge di bilancio mi sembra che vadano nella direzione sbagliata.

Il Senato ha approvato all’unanimità – con 139 voti favorevoli, nessun contrario e nessun astenuto – l’istituzione di una Commissione bicamerale di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere. Affinché la commissione inizi a lavorare si attende il via libera dalla Camera.
Abbiamo ascoltato in merito la Senatrice del Pd Valeria Valente, presidentessa della precedente commissione monocamerale (istituita nella scorsa legislatura) che ha sottolineato come la bicamerale sia un bel salto di qualità, visto che “finora aveva indagato solo il Senato dalla XVII legislatura, ma è importante coinvolgere tutto il Parlamento”.

Qual è la situazione nella politica di oggi rispetto alle donne e alla lotta alla violenza di genere?
Nella politica c’è abbastanza unanimità, in Senato, nelle varie forze politiche. Apprezzo molto il fatto che la Meloni abbia presenziato alla presentazione di oggi, è un segnale incoraggiante. Tuttavia, se dovessi entrare nel merito delle scelte della Premier già da questa legge di bilancio, mi restano più di una preoccupazione. Partendo, ad esempio, dal tema del quoziente familiare, mi sembra una scelta che va contro l’autonomia e la libertà delle donne. Affrontare il tema della natalità è sicuramente giusto e necessario, ma affrontarlo pensando di tenere le donne più a casa che a lavoro è sbagliato.

Che cosa si può fare, concretamente, per ridurre il gender gap lavorativo?
Bisogna favorire il riconoscimento delle competenze e del talento delle donne; costruire un’infrastruttura sociale che consenta alle donne di vivere insieme maternità e affermazione professionale. Difendere la libertà femminile di scegliere se avere o meno figli e anche quando averli, senza dover pagare un prezzo alto nella propria vita.

Oggi la maternità rappresenta un ostacolo all’affermazione lavorativa di una donna…
Non solo, anche non volendo dei figli le disparità salariali sono troppe e troppo alte. I modelli del mondo del lavoro sono costruiti a misura d’uomo. E’ questo che va combattuto, ma per combattere una dinamica c’è bisogno di vederla, leggerla, riconoscerla. Mi chiedo se per questo Governo sia così. Per esempio, la scelta del liguaggio: sessuare i nomi, gli aggettivi, i pronomi non è una questione di lana caprina. Sessuare il linguaggio significa rendere visibile una differenza che esiste, se non leggiamo questa differenza possiamo addirittura pensare che l’organizzazione nel mondo del lavoro sia neutra, e che noi dobbiamo semplicemente provare a stare dentro a quei modelli organizzativi.

Stiamo parlando di modelli neutri?
Assolutamente no, sono a misura maschile, e vanno scardinati, capovolti, ricostruiti. A misura di donne e di uomini. E’ importante riconoscere la differenza e per riconoscerla bisogna anche verbalizzarla.

Rispetto alla problematica della violenza sulle donne, secondo lei la Pm, come si pone, si è espressa in maniera sufficiente?
Finora si è espressa poco, ma mi sembra che almeno ci sia la consapevolezza di dover affrontare non solo il piano repressivo e punitivo o la certezza della pena. Sono strumenti importanti, necessari ma non bastano.

Quale la priorità?
Una battaglia di carattere culturale, che abbatta stereotipi e pregiudizi, che intacchi quella sperequazione nella relazione di potere che resiste tra uomini e donne. Che se ne faccia carico per cambiarla. Mi pare ci sia un impegno a dare seguito alla nostra legge sulle statistiche, ad aumentare i fondi ai centri antiviolenza e alla rete antiviolenza tutta.

Come si sta muovendo la premier Meloni?
Nella direzione giusta, anche se le e parole in merito sono ancora troppo poche. Ce ne devono essere di più, ma soprattutto vanno sostenuti i processi di emancipazione, di libertà. Se guardo all’insieme della manovra, al tema quoziente familiare piuttosto che all’idea anti-congedi, il problema mi sembra evidente. Invece di riequilibrare le responsabilità familiari, si aumentano i congedi per le mamme; invece vanno aumentati i congedi parentali intesi come per madri e padri.

La donna non è più l’angelo del focolare, protagonista della sfera privata così come l’uomo non è più il protagonista assoluto della sfera pubblica…
I primi segnali su questo sono preoccupanti, il governo è portatore di una visione che non aiuta a scardinare i modelli sociali che sono alla base della violenza, dietro alle dinamiche di potere. Quello proposto non è un modello di società che aiuta a scardinare i presupposti della violenza maschile sulle donne. Diciamo sempre che la violenza non è frutto di un raptus, non è un’emergenza, ma è legata ai modelli strutturali e sociali, è un fenomeno strutturale. Per aggredirla dovremmo creare nuovi modelli, ruoli fuori da stereotipi e da pregiudizi. In questo senso le prime scelte a partire da quello che vedo dalla manovra e dalla legge di bilancio mi sembra che vadano nella direzione sbagliata.

Pubblicitàspot_img
Pubblicitàspot_img

Ultimi articoli